Storia della Bocconi

1902-1915. Gli esordi

Due lettere di G. Mosca


Parole chiave: Rapporti istituzionali

Due lettere di Mosca a Sabbatini

1.

«Palermo 28 luglio 1906

Via Pindemonte n. 1

 

Caro Sabbatini,

Partito da Torino il 16 arrivai a Palermo il 27, a causa di due tappe che feci a Roma ed a Napoli, arrivato trovai la tua carissima del 20 che anche essa aveva fatto il viaggio da Torino a Palermo.

Rispondo perciò con ritardo ma spero che sia applicabile il proverbio: meglio tardi che mai. Si tratta dunque di vedere se l’Università Bocconi, ente riconosciuto legalmente, possa rilasciare le sue lauree in nome di S.M. il Re.

Debbo risponderti che a prima vista parrebbe di no, perché ente riconosciuto non è equivalente ad organo del governo del Re. Ci sono tanti enti riconosciuti che, nei limiti della loro competenza, fanno deliberazioni e nomine validissime, ma non le fanno in nome del Re, perché non è per se stesso equivalente ad una delegazione diretta dei poteri da parte del Governo del Re.

Si potrebbe però sostenere che quando un ente giuridicamente riconosciuto esercita una funzione eminentemente pubblica, quale è quella dell’insegnamento, ha ricevuto sempre una delegazione indiretta di poteri. In fondo la facoltà di conferire lauree, diplomi accademici, ecc., si può dire che sia funzione di governo, che questo può delegare e delega infatti talvolta ad altri enti, come ad es. i comuni e le province, e che ha delegato all’Università Bocconi, riconoscendola come ente morale ed accordando ad essa la facoltà che hanno tutte le Università, quella cioè di conferire lauree.

L’esempio delle Università libere da te invocato confermerebbe questa ipotesi. E mi pare che la quistione in fondo si potrebbe presentare così:

L’insegnamento superiore è di regola in Italia una funzione statuale esercitata dal Governo del Re. Questo, riconoscendo legalmente alcuni enti morali i quali hanno lo scopo dichiarato di esercitare questa funzione, implicitamente fa una delegazione di poteri, e quindi l’ente riconosciuto è implicitamente autorizzato a rilasciare le sue lauree in nome del Re.

E qui potrebbe sorgere un’altra quistione, che è la più grave di tutte, ma che finora è stata di fatto risoluta a nostro favore. Cioè se il Governo del Re, il potere esecutivo abbia la facoltà di delegare, come ha fatto, all’Università Bocconi, la funzione dell’insegnamento superiore o se a ciò sia necessaria una legge.

A nostro vantaggio abbiamo lo stato di fatto e diciamolo pure il silenzio della legge. Domani però la quistione potrebbe essere portata in Consiglio di Stato o davanti al Parlamento ed allora non sappiamo come la penserebbero questi alti consessi.

Ora, il rilasciare ora le lauree in nome di S.M. il Re sarebbe un atto ardito, non ingiustificato allo stato presente delle cose, ma che potrebbe fare sollevare la quistione finora sopita o meglio inavvertita, dei limiti che hanno le facoltà del potere esecutivo rispetto alla creazione di nuove Università. Ci conviene marciare diritti verso la soluzione di questo problema, o ci conviene ancora temporeggiare, affermare sempre però lo stato di possesso legittimo del quale godiamo da quattro anni aspettando il beneficio della prescrizione?

È questione in fondo di opportunità e di tattica di cui tu sei il miglior giudice. Potrebbe anche darsi dopo tutto che la formola, in nome di S.M., passasse inosservata, e ciò confermerebbe il nostro stato di legittimo possesso.

Scusa la fretta con la quale scrivo, sono appena arrivato e non ho un libro da consultare e sono riuscito a stento a raccogliere e coordinare le mie idee. In fondo sotto forma semplice e modesta si tratta di uno dei più gravi problemi di diritto pubblico che io credo che solo un atto del Parlamento potrebbe risolvere in modo definitivo. Se credi scrivimi ancora sull’argomento ché io ti risponderò più a lungo e più ordinatamente. Amerei molto sentire il parere di Ascoli, Buzzati e Sraffa.

Riveriscimi la tua signora, salutami i colleghi ed il bravo Castelli [il segretario] e credimi tuo

aff.mo G. Mosca

P.S. Io andrò qualche settimana nell’interno della Sicilia, ma il mio centro sarà sempre Palermo, dove potrai scrivermi all’indirizzo segnato sotto la data della presente».

 

2.

Palermo 24 agosto 1906

Via Pindemonte, n. 1

 

Caro Sabbatini,

Ricevetti ieri il tuo telegramma e la tua lettera del 19 corrente ed oggi l’express.

Causa del ritardo dei primi il fatto che a Palermo vi è un mio omonimo farmacista che s’intitola pure professore e che ha una vastissima corrispondenza perché ha inventato ? un rimedio contro la tisi. Ad ogni modo ora alla posta sono avvertiti, ma se credi per eccesso di precauzione aggiungi Via Pindemonte 1 al mio nome ed alla città.

Ed ora vengo all’argomento che ci preoccupa.

La formola in nome di S.M. il Re posta nelle nostre lauree è certamente il naturale coronamento di un’opera alla quale tu intendi da quattro anni. A poco, a poco, per vie, non dirò indirette, ma che hanno avuto il merito di non dare troppo nell’occhio, abbiamo ottenuto il riconoscimento ufficiale della nostra Università. Giacché tale significato hanno il decreto Orlando che ci autorizza a conferire diplomi di laurea e soprattutto il fatto che questi diplomi hanno un valore legale riconosciuto come titoli equipollenti a concorrere per pubbliche funzioni.

Perciò, come ti scrissi, noi possiamo sempre sostenere di avere avuto una delegazione tacita o implicita di agire in nome dello Stato e di conferire lauree in nome di esso, colla consueta formula usata.

Senonché questa formola è un fatto materiale, tangibile, che ha la sua grandissima importanza perché mette in piena luce l’importanza di quanto silenziosamente e gradatamente abbiamo saputo ottenere. In altre parole l’uso della formola può fare aprire gli occhi ai sonnolenti ed ai ciechi i quali allora potrebbero sollevare due quistioni.

  1. Se la delegazione di una facoltà statuale così importante, come è quella di conferire lauree, può esser fatta in modo indiretto e non occorra invece un decreto reale che la conferisca espressamente.
  2. Se questa facoltà può essere delegata dal potere esecutivo e non occorra invece l’intervento del potere legislativo, cioè di una legge dello Stato.

Bada che io considero la seconda obiezione come assai più grave della prima, alla quale si potrebbe rispondere con una certa facilità.

Naturalmente le due soluzioni favorevoli a noi si potrebbero sempre sostenere – ed io le sosterrò – ma è mio dovere dirti che l’esito non è sicuro e che si potrebbero avere pareri del Consiglio superiore o peggio ancora del Consiglio di Stato sfavorevoli, e che se il Ministro decidesse la cosa a nostro favore, i nostri possibili avversari, se avessero del tempo e del denaro a disposizione, potrebbero portare la quistione anche davanti la prima [?] sezione. Concludendo mi dirai tu che cosa dunque conviene di fare.

Sinora, rispondo, abbiamo ottenuto molto, ma ci manca qualche cosa. Se adoperiamo la formola che sai affermiamo audacemente che nulla ci resta a conquistare. Questa affermazione è ardita ma non temeraria, perché abbiamo tanto in mano da poterci in ogni caso difendere e forse vincere.

Aggiungo che è possibile, possibilissimo che come finora i nostri avversari hanno fatto più chiacchiere che opere, e così seguitino a fare, che è possibile che con questi caldi la cosa passi inavvertita e noi così conquisteremmo con poca fatica una posizione che sarà poi più difficile di attaccare.

Ma è pure possibile che l’uso della formola risvegli l’ira dei nostri avversari, che questi si muovano, presentino interrogazioni ed interpellanze alla Camera e al Senato ed allora ci converrà lottare. La lotta può riuscirci favorevole, ma l’esito non è sicuro, sia perché la quistione è così nuova che riesce facile tanto abbracciare una soluzione che l’altra, sia finalmente perché entrerebbero in giuoco le influenze personali e politiche.

In questo campo potrei fornirti anche qualche piccolo aiuto. Infine adottando la formola giochiamo una carta, e se convenga o no di giocarla è quistione d’intuito e di tendenza del carattere. Io direi quasi che dato il momento conviene di giocarla, ma non posso garantire la vincita. Finora abbiamo vinto, ci conviene raddoppiare la posta? Come mai ti posso dire recisamente sì o no? Se ti senti in vena raddoppia, e la fortuna che aiuta sempre gli audaci, aiuterà questa volta noi.

Giuridicamente la quistione è tale che potremo sempre difenderci e che, a parte le influenze politiche, abbiamo almeno il cinquanta per cento di probabilità per la vittoria. Se conviene poi fare ora il passo decisivo che può far nascere la lotta è quistione politica sulla quale non posso dirti né un sì, né un no reciso. È quistione, ripeto, d’intuito, di vena, di avere la mano felice come giocatore.

Molte delle cose che ora ti scrivo te l’avevo scritte nella mia precedente. Ma essendo la situazione identica il parere non può molto variare.

Da quindici giorni sto a letto ed ho dovuto subire un’operazione chirurgica dolorosissima. Ora sto meglio. Vi abbraccio e credimi il tuo

aff.mo G. Mosca»

(U.B., Archivio, busta 1).