Storia della Bocconi

1945-1968. Dalla liberazione al '68

Bandiera rossa sventola sulla Bocconi


Marco Cattini, Vittorio Coda, Aldo De Maddalena, Luigi Guatri, Italo Lucchini, Ariberto Mignoli e Giovanni Pavese hanno letto in tutto o in parte questo scritto e mi sono stati prodighi di osservazioni e suggerimenti. A loro va tutta la mia riconoscenza e il mio affetto. Non poche di queste pagine sono state scritte in quell’oasi di pace che è la Maison Suger, della cui ospitalità ho approfittato grazie all’invito cordiale e amichevole della Maison des Sciences de l’Homme di Parigi. Alla prestigiosa fondazione, preziosa eredità di Fernand Braduel agli storici e agli scienziati sociali di tutto il mondo e all’amicizia di cui da sempre mi onora Maurice Aymard, il suo amministratore, mi piace dedicare questa mia fatica.

Parole chiave: Rettore Greco Paolo, Palazzina Girolamo, Rapporti istituzionali

L’assassinio di Giovanni Gentile, il 15 aprile 1944, segnò forse il momento più difficile per l’Università milanese e per Girolamo Palazzina[1]. Nel clima di repressione e di sospetto che connotava Milano in quell’ultimo anno di guerra, la Bocconi si trovava improvvisamente privata del protettore che tanto efficacemente aveva funzionato nei tre lustri precedenti: aveva perso l’eminente patrono e amico al quale rivolgersi nelle situazioni più complesse, sicura che, in ogni caso, il prestigio, le entrature e soprattutto la disponibilità del vicepresidente non avrebbero mancato di dare pronta soluzione ai problemi che di volta in volta si presentavano. Di più, ora, il pericolo di un colpo di mano da parte del ministro Biggini, intenzionato a statizzare l’Università commerciale per farne una facoltà dell’Ateneo milanese, opportunamente bloccato qualche mese prima dallo stesso Gentile, tornava a profilarsi minaccioso; prova ne sia che padre Gemelli, evidentemente informato della cosa, si preoccupò di mettere sull’avviso il direttore della segreteria intorno ai rischi che l’Università stava correndo, invitandolo a vegliare sulle sorti dell’istituzione a lui affidata[2].

I timori di un colpo di mano ministeriale, che per fortuna si sarebbero in seguito rivelati infondati, e le angosce di quel difficilissimo momento[3] sarebbero stati però ben presto accantonati dalle necessità contingenti: bisognava continuare a dare parvenza di normalità alla vita dell’Università (tenere i corsi; assicurare lo svolgimento degli esami; predisporre le sessioni di laurea), in una realtà in cui tutto era minacciato dalla presenza tedesca e dall’accentuarsi del conflitto, che rendeva difficili gli spostamenti dei docenti[4] e precaria la stessa vita dell’Ateneo, che in qualsiasi momento avrebbe potuto essere colpito da una bomba alleata, com’era capitato l’anno precedente, per fortuna senza conseguenze di rilievo. Per il momento si sopravviveva supplendo gli assenti con i pochi rimasti in loco: Tommaso Zerbi sostituiva Armando Sapori assieme ad Aldo De Maddalena e a Carlo De Cugis, Carlo Masini e Ugo Caprara supplivano Gino Zappa, Francesco Brambilla rimpiazzava Marcello Boldrini e Carlo Emilio Bonferroni, Ariberto Mignoli teneva lezioni per Paolo Greco e via dicendo; ma l’andazzo non avrebbe potuto durare a lungo.

Ad accrescere le difficoltà contribuiva, inoltre, l’assenza da Milano dei vertici dell’Ateneo: del Rettore che, entrato nella Resistenza torinese, da mesi non dava sue notizie; di Donna Javotte, rifugiatasi a Verona, presso la sorella, per sfuggire ai bombardamenti e di molti dei membri del Consiglio di Amministrazione sfollati in diverse località; per cui Palazzina era costretto a prendere decisioni che, a stretto rigore, non sarebbero state di sua competenza; oltre a dover fare i conti con i malumori e le proteste del personale docente e non docente, le cui retribuzioni erano state letteralmente polverizzate dall’inflazione[5].

Anche l’ambiente universitario, fino a quel momento formalmente risparmiato dalla lotta fratricida, cominciava a risentire pesantemente delle tensioni della città: frequenti scorribande fasciste erano la risposta ad appelli inneggianti alla rivolta armata; mentre anonime minacce erano rivolte ai pochi docenti che ancora aderivano alla Repubblica di Salò, o che rifiutavano di sospendere l’attività accademica per accelerare la soluzione finale[6].

Le tensioni, come è stato ricordato nel volume precedente, culminarono nell’episodio del 14 febbraio 1945, quando un gruppo di giovani partigiani al comando di Sandro Pertini[7], immobilizzati portiere e inservienti, entrò nell’Università e, dopo aver distribuito volantini e tenuto un breve discorso in cui si invitavano gli studenti a scendere in piazza «contro l’oppressione nazifascista per la liberazione della Patria e a combattere domani per il rinnovamento della società», issò una bandiera rossa sul pennone dell’Ateneo[8]; impresa salutata «con numerosi applausi ed evviva»[9] dai presenti. L’azione, che, come si scoperse più tardi, venne condotta anche in altre università milanesi, ebbe come tragico epilogo il ferimento di due agenti di pubblica sicurezza (uno dei quali sarebbe in seguito deceduto) accorsi in loco[10].

La fine del regime comportò l’immediata decadenza del vecchio Consiglio d’Amministrazione, accusato di filofascismo, e la sua sostituzione con un nuovo organo di governo, provvisoriamente affidato ai rappresentanti dei vari partiti facenti parte del movimento di liberazione, in attesa che le autorità militari alleate decidessero sulle sorti dell’Università[11]. Il primo – e forse unico – provvedimento assunto dall’organo in questione, voluto dal C.L.N. università prontamente costituito, fu la riconferma di Paolo Greco alla guida della Bocconi[12].

Il 1° maggio 1945, il colonnello Charles Poletti, responsabile regionale per l’educazione del governo militare alleato, emanò una circolare tendente a riorganizzare gli istituti superiori della regione sulla scorta delle indicazioni fornite dal C.L.N.A.I.[13]: il governo delle università sarebbe stato temporaneamente affidato a un pro Rettore, che avrebbe riunito in sé i poteri del C.d.F. e del C.d.A. e il cui primo compito avrebbe dovuto essere quello di indicare «i nomi di almeno cinque persone, che non abbiano simpatizzato con il fascismo e che egli sceglierà con la massima imparzialità, senza preferenze per il partito, quali persone adatte a fare proposte per l’epurazione del personale universitario»[14]. Fra queste, Poletti avrebbe scelto i membri del comitato di epurazione, a cui affidare il compito di esaminare il passato politico del corpo accademico e del personale amministrativo dell’Università e segnalare all’autorità militare quanti, avendo collaborato con il passato regime, avrebbero dovuto essere rimossi dai loro uffici.

Solo a questo punto l’attività accademica avrebbe potuto riprendere regolarmente: «1) I professori titolari che non siano stati sospesi eleggeranno il Rettore. 2) Le facoltà epurate eleggeranno il preside rispettivo. 3) Qualsiasi altra nomina (ad eccezione delle cattedre di ruolo che saranno coperte soltanto in seguito a concorsi nazionali) che si riterrà necessario fare, avrà carattere temporaneo. 4) I corsi verranno riaperti»[15].

Fra i nomi proposti da Greco, la scelta cadde su Ugo Borroni, Giovanni Demaria, Remo Franceschelli, Fausto Pagliari e Girolamo Palazzina.

Il lavoro del comitato di epurazione della Bocconi fu reso più agevole dal fatto che molti docenti erano di ruolo in altre università (e quindi dalle stesse avrebbero dovuto essere giudicati) e che alcuni amministrativi preferirono dare le dimissioni piuttosto che essere sottoposti al vaglio dei commissari.

Le decisioni furono rapide, ma sofferte; anche perché l’indagine andava condotta su persone che da decenni prestavano la loro attività in Bocconi e che, come Luigi Filippo De Magistris o Pietro Martinotti, pur avendo condiviso gli ideali del fascismo e della Repubblica Sociale, non avevano assunto incarichi politici di sorta.

Delle incertezze e dei ripensamenti del comitato è testimonianza la minuta del verbale conclusivo dei lavori, che sottolinea le perplessità dei cinque commissari[16]:

 

2 agosto

«Milano, 27 luglio 1945

Al Signor AA. Vessello

Maggiore A.M.O. Ufficiale Regionale per l’Educazione Palazzo Montecatini – Stanza R. 55. Milano

Si fa seguito alle comunicazioni del Rettore prof. Greco in merito ai lavori della Commissione di epurazione di questa Università, per trasmetterle copia del verbale della seduta del 2 corrente della Commissione stessa.

La Commissione ha concluso – dopo aver esaminato le opposizioni al notificato progetto di sospensione – di confermare le proposte di sospensione per i professori De Magistris e Martinotti; ma tenuto conto della tarda età di entrambi, della situazione di famiglia del De Magistris, nonché della particolare forma mentis del Martinotti (matematica, astratta, avulsa dalla realtà pratica) – la commissione ha ritenuto che sarebbe sufficiente sanzione una sospensione per un tempo limitato.

Ripresi in esame i quattro casi precedentemente apparsi dubbi, ha ritenuto non passibili di epurazione il prof. G.C. Colli e l’assistente Madia, mentre ha deliberato di dover soprassedere ad ogni decisione nei confronti dei professori Borgatta e Ranelletti perché appartenenti al corpo insegnante della R. Università di Milano, presso la quale è in corso l’esame.

La Commissione di epurazione presso questa Università potrebbe così considerare esaurito il suo compito; sembrando irrilevante il fatto che non siano pervenute da Firenze le schede personali dei professori Sapori e Bonferroni; dove risulta che hanno regolarmente ripreso i loro insegnamenti (mentre qui nel 1944-45 furono suppliti da altri insegnanti). Il segretario della Commissione. Girolamo Palazzina»[17].


1

Sul lungo e cordiale rapporto Palazzina-Gentile cfr. M.A. Romani, Faremo grande Università. Girolamo Palazzina-Giovanni Gentile: un epistolario (1930-1938), Milano 1999; Idem, Da ieri ho l’inferno nel cuore. Girolamo Palazzina-Giovanni Gentile: un epistolario (1939-1944), Milano 2000.

2

Archivio storico dell’Università Bocconi (d’ora in poi ASUB). Busta D: «Milano 5 marzo 1945. Caro Palazzina, volevo dirLe che avendo visto quel personaggio, che fu a Milano, ho sentito critiche alla Bocconi che mi fanno temere per essa. È opportuno che Ella vigili e difenda il Suo Istituto, nel migliore dei modi. Quando avremo occasione di vederci, Le spiegherò meglio la cosa; ma spero che Ella mi abbia capito. Con ogni cordialità. Gemelli».

3

I patemi dei mesi che precedettero la liberazione sono ben resi da questa lettera che Palazzina inviò a Gaetano Venino, amministratore delegato dell’Università, il 1° marzo 1945 (ASUB. Busta D): «Caro Senatore, ho passato due settimane infernali! E non è detto che ora le preoccupazioni siano cessate. Il 14 verso le 10 un gruppo di giovanissimi qualificatisi per “partigiani” facevano irruzione e con le rivoltelle spianate… persuadevano gli studenti che erano nell’atrio a salire al primo piano (nel corridoio antistante Rettorato); i Professori a sospendere lezioni ed esami e gli impiegati ad uscire nel corridoio. Naturalmente anch’io, sotto la minaccia di rivoltella, dovetti seguire la sorte comune e ascoltare un breve discorsetto inneggiante alla solidarietà con gli studenti partigiani e alla “Internazionale”, mentre veniva innalzata su un terrazzo sopra Aula Magna una bandiera rossa […]. Esami faticosamente ripresi [il] giorno 16 e seguenti (lauree il 26) ma non le dico le mie pene per provvedere al loro svolgimento, dato lo stato d’animo di alcuni professori e la morte del padre di uno di essi e l’incidente di cui nel frattempo era vittima altro professore (un ago della siringa rimastogli nelle carni e finora non estratto) e la febbre a 39 di un altro professore che ne doveva sostituire un altro, oltre a fare i propri esami. Non voglio tediarla di più. In qualche modo sono arrivato in porto. Ma Lei comprende la mia situazione, assente in questa circostanza come in altre il nostro Paolo [Greco, allora Rettore Magnifico], di cui nulla so da due mesi circa. Ed oggi altre indagini della questura, che domani chiama all’ufficio politico il ns. custode ed il bidello. Quasi queste preoccupazioni non bastassero (parecchi professori sono incerti sulla opportunità di continuare le lezioni, legga l’acclusa riservatissima) credo che si pensi di incorporarci nell’Università di Milano!! Lei conosce personalmente Biggini? Temo che voglia sfruttare il tragico evento del 14, quasi che alla Regia non siano avvenuti fatti penosi (incursione di un piccolo gruppo, con chiusura degli impiegati negli uffici, distribuzioni di manifesti rivoluzionari, una sparatoria sul centralino telefonico, ecc.). Demaria: È stato qui più di due settimane insistendo per un colloquio con Lei: tenace richiesta dell’indennizzo una tantum e più in generale di un aumento in corrispondenza vertiginoso aumento costo della vita (allegando risultati inchiesta relativa). Appena trovo un po’ di calma (sono stanchissimo), vedrò di sottoporle una minuta di lettera».

4

Vale la pena di riportare due lettere, una di Marcello Boldrini e una di Giovanni Demaria (ASUB. Personale. Posizione Boldrini e posizione Demaria), che illustrano le peripezie affrontate dai due professori per raggiungere Milano: «Matelica, 2 novembre 1944. Caro Palazzina, affido la presente ad un giovane, che tenterà di raggiungere Milano, dove dovrebbe metterla in buca. Ti scrivo non solo per mandarti un saluto, ciò che mi è sempre caro, ma anche per avvertirti che siamo completamente isolati. Matelica non ha obbiettivi militari e quindi non viene ancora colpita, ma siamo in allarme 5-6 volte al giorno, ed anche pochi momenti fa si sentivano colpi lontani. Le nostre ferrovie circostanti – quelle di cui si fa normalmente conto per venire costì – sono interrotte, oppure proibite al traffico civile, tanto che la posta non riceve più affatto corrispondenza in partenza. Il mio ritorno da Milano, che pure risale a parecchi giorni fa, quando le condizioni del traffico erano assai migliori di ora, ebbe luogo con mille deviazioni, due pernottamenti in sale d’aspetto e in parte – per un valico di montagna – a piedi, in parte in carretto e in taxi. In queste condizioni non prevedo di riuscire per ora a ricevere comunicazioni universitarie e tanto meno, occorrendo, raggiungere Milano. Se dunque non riceverò comunicazioni relative alla ripresa accademica, oppure se, ricevendole, non arriverò a Milano, vorrei essere scusato. Ben s’intende, che l’amministrazione universitaria, se non potrò subito riprendere il corso, ne terrà conto per gli emolumenti. Ma spero che, non per questo, mi verrà meno la fiducia del Rettore, tua e dei colleghi e che, appena possibile, vi compiacerete di riaccettarmi in mezzo a voi. Del resto, può darsi che tutto quanto scrivo sia detto a vuoto e che l’alba di giorni migliori sia tanto prossima, da permettermi di rientrare in funzione con la puntualità che vorrei, quod est in votis! Ti prego di salutare affettuosamente per me il Rettore, Demaria e tutti i colleghi. Tuo aff.mo Marcello Boldrini».

«Cintano 13.4.45. Carissimo Dr. Palazzina, né la scorsa domenica (via Torino) né il successivo mercoledì ho avuto notizie di Lei: penso trattarsi di un disguido postale. La presente è per avvertirla che il prossimo mercoledì 19 avrei deciso di imbarcarmi, da Torino, alla volta della Bocconi. Se non capiteranno guai seri, come purtroppo si dice! L’ultima partenza del treno canavesano (su cui erano mio cognato e due miei cugini primi) è stata alquanto movimentata: scontro tra partigiani e alfieri della repubblica, morti e feriti. Si dice che non partirà più alcun treno di questa linea. In questo caso, a piedi (26 Km!), raggiungerei Chivasso, sulla Torino-Milano, vedrei di farmi dare il permesso di viaggio… e mi affiderei al Signore».

5

A questo proposito Remo Franceschelli (ASUB. Busta 189) così scriveva al direttore della segreteria: «Milano 31 gennaio 1945. Caro dottore, tutte le volte ch’io passo dall’economo a ritirare l’assegno mensile che segna il compenso delle mie prestazioni e ne scorro l’ammontare, mi rallegro e mi rattristo ad un tempo. Mi rallegro constatando che, in questo vertiginoso turbinare dei prezzi delle merci e dei servizi, ce n’è qualcuno (quello appunto espresso dall’assegno) che sta fermo ed impavido. Mi rattristo perché mi viene sempre fatale l’associazione col burro e con gli spazzini, ed è desolante per me pensare che le mie prestazioni per un mese non valgono un chilo di burro, o cinque giorni di salario da spalaneve. E siccome la tristezza supera la gioia e ci sono già tante tristezze nel mondo, preferisco sopprimere questa causa di turbamento mensile, già che è in mio potere di farlo. Le restituisco pertanto l’assegno, e rinuncio espressamente, con la presente, ad ogni ulteriore emolumento per le mie prestazioni, qualunque esse siano. Poiché, come le dissi, quel poco che io riesco a fare per la Bocconi, lo faccio per gratitudine e attaccamento all’istituzione, mi sembra opportuno che ciò risulti anche formalmente, e non sia turbato da uno stipendio di £ 554 mensili che mi sembra in decoroso per l’Università e per me. Con immutata e affettuosa cordialità. Remo Franceschelli» (ASUB. Busta B).

6

Il documento, archiviato come «Manifesto degli studenti antifascisti» (ASUB. Busta B), distribuito probabilmente nel corso dell’incursione alla quale si accenna di seguito, non lascia dubbi in proposito: «Professori universitari, Assistenti, è finito il tempo delle riserve mentali, dei compromessi, degli opportunismi. È ormai trascorso il periodo in cui ci si poteva permettere il lusso di manifestare la propia [sic] opposizione ad un regime solo mediante il sabotaggio verbale e la critica corrosiva, sotto l’usbergo della verità scientifica. Ora il mondo è in fiamme, l’umanità tutta soffre e combatte, ovunque, attorno a noi, è tragedia. Non basta più osteggiare un nemico con le armi dell’intelligenza, occorrono anche quelle della coscienza. È d’uopo avere il coraggio di tramutare i propri sentimenti, i propri principi, con dignitosa coerenza morale, in una linea di condotta, in aperte decisioni. Tutti, in questo momento, debbono prendere, di fronte alla situazione politica della Patria, una posizione netta ed inequivoca. Da essa conseguiranno le responsabilità. Continuare nell’equivoco sarà considerato colpa domani quando ognuno dovrà rispondere delle proprie azioni. Continuare per voi professori nell’insegnamento e negli esami non può che significare collaborazione con la illegittima autorità fascista; non può che dimostrare il vostro desiderio di tranquillità e di ordine in un clima politico dove tutto vuole e merita ribellione, sabotaggio, lotta […]. È un’associazione studentesca, sorta nella lotta e per la lotta, che vi rivolge questa lettera, che vi invita a lottare contro l’oppressione nazifascista con i vostri mezzi, consistenti nell’abbandonare le lezioni e nel rifiutare di sottomettervi alle disposizioni fasciste e di collaborare in qualsiasi modo. I vostri allievi vi stanno osservando. E quando, in un prossimo domani, con il rinnovamento della scuola […] all’insegnante universitario sarà richiesto, oltre il merito scientifico, anche quello morale – non più solo insegnante, ma “Maestro” – essi sapranno, in base alle vostre decisioni di oggi, anche giudicare. Il comitato dell’A.U.S. Milano. Febbraio 1945».

7

Testimonianza di Carla Voltolina portata in Bocconi il 23 gennaio 1997, in occasione della consegna dei premi di laurea intitolati a Roberto Franceschi.

8

La denunzia presentata da Palazzina al «commissariato di polizia repubblicana» di via Meda così descriveva l’accaduto: «Stamane verso le ore 10 un gruppo di 25 o 30 giovani poi qualificati per “partigiani”, sono entrati nell’Università Bocconi. Dopo aver immobilizzato il portiere tenendolo sotto la minaccia di una rivoltella […], uno di essi in tuta da meccanico, tagliò i fili del telefono. Gli altri, sempre con le rivoltelle spianate costrinsero gli studenti che si trovavano nell’atrio a salire al 1° piano, dove altri studenti erano riuniti in attesa di sostenere esami […]. Invitati gli eventuali possessori di armi a consegnarle, un giovane, salito su un tavolo, ha rivolto un breve discorso agli studenti invitandoli a fare atto di solidarietà con i partigiani, concludendo con le parole: In questo momento la bandiera rossa sventola sull’Università».

9

Cfr. «Rivoluzione Socialista», anno, II, n. 2, 15 marzo 1945. Il testo del comunicato in questione è pubblicato in M.A. Romani, Bocconi über alles: la didattica e la ricerca, in AA.VV., Storia di una libera Università, Milano 1997, II, p. 245, nota 313.

10

Una lettera di Luigi Filippo De Magistris, in quei giorni prudentemente barricato in casa, a Palazzina (ASUB. Busta B), offre ulteriori elementi alla comprensione dell’evento: «Milano, 20 febbraio 1945. Egregio e Caro dott. Palazzina, in seguito a telefonata e colloquio del dott. prof. Zerbi di mercoledì 14 p.p., alle telefonate del portiere Terenzi per suo conto a mia moglie ed a me nella stessa giornata ed alla conversazione telefonica promossa da lei la sera dopo, non sono intervenuto per le lezioni di venerdì scorso, di ieri e di oggi, né per gli esami di sabato p.p., avendo per questi consigliato di farli eventualmente svolgere dal dott. Lacci. Questo consiglio l’ho ritenuto perfettamente coerente ai tempi, considerato che all’Università di Stato di Via Passione 12, la dott. prof. Angela Codazzi, ancorché non possieda la libera docenza, ha sostituito in pieno il prof. Sestini tanto per le lezioni quanto per gli esami e la discussione delle lauree. In quanto alla incursione di un gruppo di comunisti avvenuta nella mattinata di mercoledì 14, oramai resta assodato che rientrò in un ordine di azioni generali, tanto che contemporaneamente un altro gruppo agiva alla Università di Stato di Via Passione 12. Il luttuoso episodio avvenuto sulla porta della nostra Università all’uscita dei comunisti, lo si deve attribuire ad una mera fatalità. In via Passione l’uscita dei comunisti è avvenuta senza incidenti, perché la G.R. è entrata quando non c’erano più dimostranti in quella Università. In merito della mia chiamata di un comunista quando colleghi e studenti erano stati radunati nel corridoio del primo piano, mi risulta nel modo più tranquillo che non faceva parte del mandato assegnato al gruppo. Secondo una versione accreditata anche nel campo opposto la iniziativa si fa risalire a due studenti bocconiani da me bocciati, ma non presenti in quella mattinata. Allo stato delle cose, finché la calma non sarà rientrata, seguito a rispettare il Suo consiglio, tenendomi sempre a disposizione. Ho sempre voluto e seguito a volere troppo bene alla nostra Università per crearle imbarazzi, sia pure problematici, per la sensibilità che potrei accusare e che, sotto ogni riguardo, potrebbe sembrare esagerata. Non è il caso di drammatizzare. Alla mia età non si provoca il destino. Senza aggiungere che ho la ferma convinzione che da parte dei veri responsabili non c’è nessun fatto personale nei miei riguardi […]. Nell’attesa di Suoi ordini mi è grato salutarLa cordialmente, con riserva di comunicarLe, nel caso, il mio indirizzo a Bergamo se nella inoperosità forzata dovessi recarmici per un cambiamento d’aria. Di nuovo suo dev. L.F. De Magistris» (ASUB. Personale. Posizione De Magistris).

11

ASUB. Busta A. «Il Consiglio di Facoltà della Bocconi riunitosi nella sede della stessa alle ore 10,30 del giorno 11 maggio 1945, considerata la necessità di evitare ulteriormente la permanenza in carica del vecchio consiglio di amministrazione filofascista, considerata la necessità di garantire a professori e studenti salvaguardie sociali e scientifiche adeguate alle rispettive condizioni, esprime il desiderio che si addivenga alla costituzione di un C.L.N. professori, dove gli elementi che hanno ieri guidato nella fase clandestina, possano indirizzarsi oggi nella fase ricostruttiva in fedele collaborazione col Rettore prof. Greco. Considerata oggi la mancanza nella nostra facoltà di un qualsiasi organo responsabile, con tutti i gravi inconvenienti derivatene [sic], chiede che il C.L.N. designi un commissario e un vice commissario per la gestione della facoltà stessa. Spera che il neocostituito C.L.N. professori voglia collaborare con il già funzionante Consiglio di Facoltà per le successive decisioni che son fin d’ora necessarie. Messo ai voti e approvato da: Pollini Carlo rappr. partito democratico cristiano; Calabrò Filippo rappr. partito socialista; Ratti Giorgio rappr. partito… [sic]; Marcolini Arturo rappr. partito d’azione; Bonfioli Marco del partito liberale ha dato voto contrario. Questa mozione è stata letta agli studenti presenti alla Bocconi il giorno 11 maggio 1945».

12

ASUB. Busta A. «In data 8 maggio 1945 alle ore 10,30 in una sala dell’Università Bocconi il collegio dei professori si è riunito allo scopo di prendere in considerazione la costituzione del C.L.N. professori universitari Bocconi. I presenti: prof. Borroni, prof. Brambilla, prof. Caprara, prof. Dall’Oglio, prof. Federici, prof. Hazon, prof. Lorusso, prof. Marolli, dott. Masini, prof. Peyronell, prof. Ranelletti, prof. Zerbi hanno deciso all’unanimità la costituzione del C.L.N. e gli appartenenti ai vari partiti si sono impegnati di ottenere la rappresentanza di un elemento per partito in seno al C.L.N. stesso. Qualora uno dei professori assenti appartenga ad uno dei partiti finora non rappresentati, si decide senz’altro di ritenerne valida l’adesione al fine di ottenere una sempre maggiore espressione democratica del collegio. Nell’ambito della discussione inerente i problemi che il costituendo C.L.N. dovrà affrontare, si è manifestata viva ed unanime l’espressione del desiderio che quale Rettore Magnifico dell’Università Bocconi sia mantenuto il prof. Paolo Greco e ciò in relazione anche ai suoi meriti per il periodo cospirativo».

13

Cfr. ASUB. Busta A. Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia. Decreto per l’epurazione delle Università. Milano 20 aprile 1945.

14

ASUB. Busta A. Quartiere generale governo militare alleato. Regione Lombardia. APO 394. Prot. n. 601 del 1° maggio 1945. Circolare sull’istruzione pubblica n. 6.

15

Ibidem.

16

Alla fine la lettera fu inviata depurata dalle «considerazioni personali» e Poletti provvide alla immediata sospensione dei docenti indicati: «Quartier generale governo militare alleato Lombardia. Ordine amministrativo n. 21. Vista la necessità di sospendere dalle loro funzioni i sottonotati professori dell’Università commerciale libera Bocconi a causa del passato fascista con il presente è ordinato, ai sensi del memorandum esecutivo n. 76 della commissione alleata, quanto segue: 1) il prof. Luigi Filippo De Magistris – prof. incaricato; 2) il prof. Pietro Marinotti – prof. incaricato con il presente ordine si intendono sospesi dalle loro funzioni presso l’Università commerciale libera Bocconi. Il presente ordine di sospensione entra in vigore con il giorno 31 luglio 1945. Charles Poletti. Colonnello governo militare alleato. 9 agosto 1945» (ASUB. Busta A).

17

Il «verbale della seduta conclusiva della commissione di epurazione» (ASUB. Busta 49/3) venne così stilato: «2 agosto 1945. Sono presenti il vice presidente prof. Remo Franceschelli, prof. Ugo Borroni, il prof. Fausto Pagliari e il dott. Girolamo Palazzina. È assente il prof. Demaria. La commissione prende in esame gli atti di opposizione dei professori Luigi Filippo De Magistris e Pietro Martinotti, a cui era stato regolarmente notificato il progetto di sospensione, ma non ritiene che i motivi addotti dagli opponenti possano modificare la deliberazione precedentemente presa nei loro riguardi e pertanto deliberano di respingere l’opposizione. Riprese quindi in esame le pratiche relative ai professori Gino Borgatta, G.C. Colli, Oreste Ranelletti e dell’assistente Madia Giustino, la commissione sciogliendo le riserve precedentemente comunicate, dichiara di non ritenere passibili di epurazione il prof. G. C. Colli e il dott. Giustino Madia e, per quanto concerne il Borgatta – professore di ruolo presso la R. Università di Milano – e il Ranelletti – professore di ruolo emerito presso la stessa università – delibera di soprassedere ad ogni decisione, ritenendo che il giudizio di merito spetti all’università a cui essi appartengono in tale qualità. Esaminata la scheda personale del prof. Zappa – tardivamente pervenuta da Venezia – dichiara il prof. Zappa non passibile di epurazione. La commissione rileva infine che non sono pervenute le schede di Armando Sapori e C. Emilio Bonferroni dell’università di Firenze; ma considera tale mancanza irrilevante perché consta che tali professori hanno regolarmente ripreso nel 44-45 a Firenze i loro insegnamenti, mentre d’altra parte qui furono suppliti nel loro incarico. Il segretario della commissione: dott. Girolamo Palazzina».

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