Storia della Bocconi

1945-1968. Dalla liberazione al '68

Alla genesi della Scuola di Direzione Aziendale


Parole chiave: Dematté Claudio, Coda Vittorio, Master, SDA

Con la fine del ’68 le tensioni fra le varie componenti universitarie andarono accentuandosi, sia per il clima contestatario che ormai investiva tutte le università milanesi, sia per tutta una serie di accidenti che interessarono soprattutto la facoltà di Lingue, ma si riverberarono anche su quella di Economia. Fra i vari episodi destarono un certo scalpore le dimissioni di Franco Catalano, poi ritirate, presentate come protesta contro l’atteggiamento dei colleghi, giudicato troppo acquiescente alle scelte operate dal C.d.A.[1]; la destituzione di Massimo Legnani, suo assistente volontario, incolpato di aver rivolto all’indirizzo dei membri del comitato tecnico «accuse offensive e gratuite intorno a presunte “tresche” personali dei professori stessi con gruppi politici ed economici»[2]; infine, la decisione assunta da tre assistenti di Lingua e Letteratura tedesca, di svolgere gli esami «in forma burocratica, assegnando agli studenti, senza interrogarli, un voto pari alla media dei libretti». Di fronte a un evento di tale gravità, che non aveva precedenti nella storia dell’Ateneo, il comitato tecnico decise di mettere tutto sotto silenzio, annullando gli esami irregolari, senza assumere particolari provvedimenti disciplinari contro gli autori del clamoroso gesto[3].

La questione sembrava definitivamente risolta quando il Rettore, convocati i docenti di Lingue per i chiarimenti del caso, venne estromesso dal suo studio da un gruppetto di assistenti che, così facendo, intendevano rendere di pubblico dominio la deliberata violazione delle procedure d’esame, chiedendo «di essere perseguite penalmente per poter richiamare l’attenzione delle forze politiche e dell’opinione pubblica sugli arbitri e sullo squallore culturale all’interno dell’Ateneo della Confindustria»[4].

La reazione del movimento studentesco a questo succedersi di colpi di scena fu l’occupazione in «forma aperta» dell’Università (8 gennaio 1969), sostenuta anche dagli assistenti di Lingue[5] e da una parte di quelli di Economia. Essa raggiunse il suo acme alla fine di gennaio, quando, nel corso di un’affollata assemblea, furono votate alcune mozioni che chiedevano l’annullamento del provvedimento che aveva imposto la chiusura della facoltà di Lingue, l’avvio di corsi serali per studenti lavoratori e l’accettazione di varie altre richieste[6], offrendo in cambio l’immediata cessazione dell’occupazione.

Il conciliante atteggiamento del Senato accademico, dichiaratosi disposto ad accettare alcune delle proposte e ad aprire la discussione sulle altre, non venne ritenuto sufficiente per il ritorno alla normalità: un’affollata assemblea decise di «proseguire a oltranza e in forma “chiusa”, l’occupazione dell’Ateneo», estendendola alla biblioteca, agli istituti e agli uffici amministrativi[7].

Il vento del mutamento interessò pure il Corso serale per dirigenti d’azienda (CSA). Fondato nel ’54, esso, pur avendo mutuato elementi di modernità dall’esperienza anglosassone, non ne aveva accettato sino in fondo innovazioni didattiche, che Dell’Amore considerava scarsamente scientifiche e soprattutto inadatte a essere trapiantate nell’humus culturale italiano[8]. Le contraddizioni iscritte nel codice genetico del CSA fecero sì che, proprio nel momento in cui la contestazione investiva il «sistema Bocconi», esso denunziasse tutti i suoi limiti e le sue carenze[9].

La difficile contingenza verificatasi all’inizio del ’69 e la presa di coscienza che il modello formativo sino a quel momento adottato nella scuola postuniversitaria risultava inadeguato a soddisfare la domanda di formazione proveniente da aziende e da istituzioni pubbliche e private, indussero Dell’Amore e Masini, rispettivamente direttore e vicedirettore dell’Istituto di Ragioneria, a sospendere per un anno il corso, «chiedendo a Vittorio Coda e a Roberto Ruozi di procedere alla riprogettazione radicale e innovativa del corso, nei contenuti e nei metodi didattici»[10]. Lo sforzo dei due giovani aziendalisti sarebbe stato, di lì a poco, supportato dal contributo di Claudio Dematté, rientrato dagli Stati Uniti, dopo una stimolante esperienza fatta in una business school d’oltreoceano[11].

Le riflessioni del gruppo di studio, proseguite sino alla primavera del ’71, consentirono di superare i pregiudizi che, sino a quel momento, avevano impedito l’affermarsi di assetti culturali atti a permettere un’autentica formazione manageriale: didattiche innovative, discussione di casi, lavoro di gruppo, controllo della qualità della docenza ecc.

Le novità vennero non solo dalla riformulazione dei programmi e dei metodi didattici del Corso serale, ma anche dalla decisione di ampliare l’offerta culturale ad attività volte a consentire «lo sviluppo e la diffusione di una cultura direzionale rispondente ai bisogni delle aziende operanti nel Paese e […] a favorire la formazione dei laureati all’esercizio del management in un contesto ambientale dinamico che richiede sempre maggiori capacità di gestire situazioni in cambiamento e in sviluppo»[12]. Iniziative che avrebbero trovato un unico coordinamento in seno a una «Scuola superiore di Direzione Aziendale, dotata di personalità giuridica ed autonomia amministrativa, didattica e disciplinare»[13], di cui Dematté sarebbe stato il primo direttore.

«Tale forma di autogoverno, contemplata già nelle prime bozze di statuto dell’Istituzione, era intesa a garantire alla SDA l’indipendenza e la flessibilità necessarie ad operare nel campo della formazione aziendale, con il solo limite rappresentato dalle risorse finanziarie necessarie per il sostentamento dell’iniziativa. L’autofinanziamento […] diventò ben presto un tratto essenziale della cultura organizzativa della SDA»[14], obbligando il suo consiglio direttivo (Dell’Amore, Masini, Ruozi e Coda) a confrontarsi con il mercato, a indirizzare le risorse su iniziative che presentassero possibilità di successo e a compiere massicci investimenti in formazione del capitale umano[15].

Il nuovo Corso serale, che prese forma nel ’71, era dunque profondamente diverso dal precedente (Tabella 14): differenti i contenuti (la divisione atteneva ai problemi piuttosto che a strumenti specifici di analisi economico-aziendale), diversa l’organizzazione, che prevedeva venti moduli ognuno dei quali affidato a un singolo docente, che si sarebbe avvalso di «testimoni privilegiati» (amministratori, managers, professionisti, consulenti) che esponessero le loro esperienze e discutessero i problemi concretamente affrontati[16].

 

Tabella 14 Struttura del nuovo Corso serale per dirigenti d’azienda[17]

Contenuti

Primo anno

Secondo anno

Impresa e ambiente

 

 

 

L’impresa e il mercato

Il ruolo del manager in un’economia moderna

L’impresa e lo sviluppo tecnologico

Le responsabilità penali nell’azienda

Programmazione economica globale
politiche delle imprese

Problemi fiscali nelle imprese

Effetti dell’inflazione e delle alternative congiunturali delle imprese

Politica e tecniche di vendita

Problemi finanziari e creditizi

 

 

Il sistema bancario

I mercati finanziari

La gestione delle aziende di credito

 

La gestione finanziaria delle imprese industriali e commerciali

Normative internazionali

Determinazioni quantitative

 

Contabilità e bilanci

Analisi di bilancio

Contabilità dei costi

Temi di programmazione e controllo delle imprese

Problemi di organizzazione
del lavoro

 

La struttura organizzativa d’impresa

Politiche di gestione delle risorse umane

 

Comportamento individuale e di gruppo
nelle imprese

 

Il successo della nuova formula andò ben oltre le aspettative: all’apertura del corso il numero programmato fu ben presto raggiunto e superato[18], spingendo i responsabili dello stesso ad avviare processi di selezione dei candidati, già ab initio auspicati, ma rinviati a un futuro che si riteneva non così prossimo.

Il modello didattico adottato ricalcava gli schemi proposti dalle business schools anglosassoni, parzialmente riadattato alle specifiche esigenze del mondo economico italiano; ma ben presto la realizzazione di alcune significative esperienze[19] avrebbe consentito di mettere in campo un’offerta ampia e differenziata di servizi formativi che spazi ava dai «seminari»[20], ai «corsi brevi», destinati a dirigenti e a quadri intermedi e volti a soddisfare differenti esigenze di formazione manageriale, al «Corso intensivo di introduzione alla gestione d’azienda»[21]; per giungere finalmente a ipotizzare un MBA (Master in Business Administration). Un salto di qualità notevole, ricorda ancora Vittorio Coda, «che ci spinse ad utilizzare non solo le competenze dell’Istituto di ragioneria, ma anche quelle offerte dall’Istituto di tecnica industriale e commerciale di Giorgio Pivato e di Luigi Guatri».


1

Nella lettera inviata il 17 ottobre 1968 a Raffaele De Cesare (ASUB. Verbali del comitato tecnico della facoltà di Lingue. Seduta del 23 ottobre 1968), Catalano così spiegava il suo gesto: «Illustre e Caro Professore, ho riflettuto a lungo sul grave contrasto che ieri sera mi ha posto nella, per me, dolorosa condizione di dover prendere la decisione delle mie dimissioni dall’incarico che da molti anni assolvo presso la Bocconi. Ella ben sa come io, fin dall’inizio di settembre, avrei voluto una maggior risolutezza da parte dei professori incaricati nel reagire alla soppressione della facoltà, e sa anche come io abbia giudicato il facile acconsentimento alla creazione di una nuova, ipotetica facoltà europeistica con reclutamento molto limitato e ristretto, una soluzione assolutamente inadeguata ai bisogni della nostra società. Pertanto, ho detto fin dall’inizio che questo acconsentimento aveva tutto il carattere di una salvezza individuale da parte di ciascun professore, senza alcuna preoccupazione della sorte degli studenti presenti ed eventuali e futuri. Questa mia posizione non poteva non scavare fra me e una parte, piuttosto notevole, dei colleghi, il dissidio che, ieri sera appunto, è esploso portando all’unica decisione che da me avrebbe potuto e dovuto essere presa, anche a salvaguardia della mia dignità».

2

Ibidem. «L’Unità» del 10 gennaio 1969, in un articolo dal titolo Tre insegnanti si accusano per provocare un’inchiesta, dava conto dell’accaduto in questi termini: «Il prof. Legnani, come è noto, venne espulso, secondo la motivazione ufficiale per aver affermato nel corso di una riunione di professori che la Bocconi era un’emanazione della Confindustria, cosa quanto mai ovvia e dimostrabile dal momento che il Consiglio di amministrazione dell’ateneo comprende gli esponenti più prestigiosi della classe imprenditoriale, dai Dubini, ai Falck, ai Marzotto ed è presieduto dall’ex presidente dell’Assolombarda Furio Cicogna. Nell’affermazione alcuni accademici e il preside De Cesare hanno ravvisato una lesione della loro dignità. Tanta suscettibilità non trova certo comprensione; costoro avrebbero avuto altre più valide occasioni per dimostrare la loro autonomia; di qui la richiesta, prontamente soddisfatta, della espulsione del prof. Legnani».

3

ASUB. Verbali del comitato tecnico della facoltà di lingue. Seduta del 17 dicembre 1968.

4

Cfr. Tre insegnanti si accusano, cit., La «Breve relazione sui fatti avvenuti in Bocconi il giorno 13 dicembre 1968. Rapporto di servizio» (ASUB. Busta O), inviata al Rettore e al direttore amministrativo, dipinge a vividi colori l’episodio: «Alle ore 13,15 un gruppo di studenti […], costituito da non più di venti individui, sosta davanti agli uffici del rettorato in attesa che la riunione di docenti e assistenti della facoltà di lingue e letterature straniere che è ivi in corso abbia termine. Alle ore 13,45 tale riunione cessa; il Rettore attraversa il gruppo di studenti presenti, parla con loro per brevissimi minuti, riceve una spinta benché abbia una spalla ed un braccio ingessato e, mentre sta dirigendosi ed attendendo l’ascensore gli viene gridato dietro da una studente presente: “buffone”. Nel contempo l’assistente Mocarelli, dichiarando d’aver smarrita una chiave all’interno dell’ufficio del Rettore vi rientra dentro ed appena giunta all’interno dichiara: “Rimarrò qui finché non mi verrà data una risposta”. Invitata ad uscire si è rifiutata dichiarandosi disposta ad attendere la risposta (quale non si sa) dal Signor Rettore anche per sei mesi, ma sempre rimanendo nell’ufficio del Signor Rettore. Mentre si avvisa del fatto il Signor Rettore entra nel predetto ufficio anche la dott.ssa Volpones. Invitate entrambe dal personale presente ad uscire, si sono rifiutate persino di rispondere. Nel frattempo si erano ammassati davanti alla porta dell’anticamera dell’ufficio tutti gli studenti e gli assistenti presenti (Capra, Verga, Nadotti, Baravalle, Schiappa, Sinigaglia e molti altri nonché la dott.ssa Pozzi, Rizzi, Marzano, il dott. Legnani ed alcuni altri) che spingendo da parte il sig. Dubini, il fattorino Longo e la sig.ra Giudici sono entrati nell’ufficio predetto. Non si può dire con esattezza chi ha occupato tale ufficio con l’intenzione di rimanervi, a parte la dott.ssa Mocarelli e Volpones e il dott. Legnani, nonché gli altri assistenti e studenti sopra menzionati, perché vi è stato un forte andirivieni di studenti e assistenti che entravano ed uscivano. Si precisa solo che i presenti sono entrati dopo che la dott.ssa Mocarelli aveva dichiarato di non voler uscire, invitando anzi gli studenti ed assistenti, in attesa sulla porta, ad occupare il rettorato. In fede e per dovere d’ufficio. Maria Giudici, Umberto Dubini, Salvatore Longo».

5

Con toni decisamente critici nei confronti del «potere accademico», l’«Avanti! » del 12 gennaio 1969, in un articolo dal titolo Alla facoltà di lingue della Bocconi altri 14 assistenti contestano gli esami, dava conto della vivace solidarietà espressa dagli assistenti di Lingue alle colleghe: «In appoggio alla decisa presa di posizione delle tre assistenti di Tedesco della Bocconi – che chiedono provvedimenti disciplinari nei loro confronti dal momento che gli esami da esse svolti l’11 dicembre sono stati annullati perché illegali dal rettore – si sono fatti avanti con una nuova lettera al professor Dell’Amore quattordici altri assistenti della facoltà di Lingue: Marzano, Bardare, Ganapini, Bergamasco, Verona, Rizzi, Caldarini, Pozzi, Verona, Fattore, De Bicchiacci, Martin, Meloni e De Vecchi. In una lettera inviata alla stampa essi affermano: “La nostra azione non si fermerà certo qui: intendiamo continuare a sensibilizzare l’opinione pubblica (e speriamo i responsabili governativi) su una situazione di continuo scadimento della facoltà, per colpa della tenace avversione del Consiglio di amministrazione ad avviare un costruttivo discorso colle componenti universitarie. Ma ora – aggiungono – non si tratta nemmeno più di discutere sulle riforme da noi auspicate; si tratta di difendere sia la nostra dignità di insegnanti che le elementari esigenze degli studenti. È contro l’uso a senso unico dalle leggi e dei regolamenti che presiedono alla vita dell’università che insorgono oggi gli assistenti di lingue della Bocconi. Se si vuol fare un discorso legalitario e formalistico lo si faccia fino in fondo”, essi dicono. E allora sul banco degli accusati troveremo in compagnia dei novatori e dei contestatori le autorità accademiche […]. È una tecnica repressiva ormai generalizzata da chi detiene il potere nell’università quella di eludere ogni discorso sulla sostanza trincerandosi dietro il non possumus sulla base di leggi che magari, a parole, si deprecano. E non è certo il rispetto rigoroso delle norme del testo unico l’obiettivo che si prefiggono quelli che, come i 17 assistenti della Bocconi, muovono alle autorità questo tipo di contestazione. L’accento è giustamente posto sulla “disastrosa situazione didattica della facoltà di Lingue”, che trova negli esami – e prima ancora che nella loro illegalità, nell’insulsaggine, nell’inutilità, nella burocraticità che seleziona alla rovescia – una triste e dolorosa conferma quotidiana. L’atto di ribellione di chi fa esami “burocratici”, attribuendo la media libretto non è altro che la rappresentazione cosciente di quello che è nella realtà l’esame universitario: un atto di bieca burocrazia».

6

Le richieste, formulate da un gruppo di occupanti costituitosi in commissione incaricata di analizzare la «struttura del potere accademico», furono le seguenti: «a) impegno da parte del C.d.A. a recepire integralmente all’interno dell’Università Bocconi le strutture universitarie legislativamente sancite in futuro […]; b) accesso degli studenti alle sedute ed ai dibattiti del C.d.A., del Comitato esecutivo, del C.d.F. e degli eventuali organi delegati e libera visione dei documenti riguardanti ogni attività universitaria […]; c) impegno del presidente del C.d.A. e del Comitato esecutivo a convocare i suddetti organi su richiesta dell’assemblea [. .. ]; d) visione dei verbali del C.d.A. e del Comitato esecutivo relativi alla chiusura della facoltà di lingue; e) disponibilità per autonome iniziative culturali della comunità studentesca […]; f) disponibilità alle ore 24 di due aule e della sala proiezioni […]». Le «richieste minimali della commissione didattica» risultarono invece le seguenti: «Il voto allo studente va dato senza prima controllare il precedente curriculum […]. Biblioteca: a) orario continuato dalle 8,30 alle 24 […]; b) abbondante dotazione del materiale in uso nei diversi corsi; c) cessazione del malcostume per cui i docenti trattengono presso sé il materiale della biblioteca al di là dei termini consentiti. Esami: istituzione protempore di sessione continuata di esami fino al luglio 1969». Cfr. il dossier inviato il 24 gennaio 1969 da Alex Costoris, presidente dell’assemblea degli occupanti, al Rettore e ai presidi (ASUB. Corrispondenza del preside 1969).

7

Cfr. Protesta inasprita all’Università Bocconi, in «Corriere della Sera», 28 gennaio 1969.

8

Come ha scritto Giuliana Gemelli: «Lo stesso Dell’Amore, nel corso degli anni Sessanta, cominciò ad interessarsi di problematiche che integravano economia e management, pubblicando in rapida sequenza, Il processo di formazione delle decisioni economiche nel mondo contemporaneo (1961), I presupposti etici e sociali della programmazione economica (1962), Politica educativa e sviluppo economico (1964) ed indusse i suoi più giovani colleghi ed i suoi allievi (Masini, Guatri, Coda, Ruozi, Dematté) ad uscire dagli adusi schemi ragionieristici; ma restò tuttavia contrario all’adozione di processi di innovazione troppo rapidi e radicali, come l’introduzione del metodo dei casi. Inoltre, […] il corso alla Bocconi non ebbe effetti reali di “internalizzazione”: fino alla fine degli anni Sessanta non venne scalfita né la dominazione zappiana alla Bocconi, né il verbo rigorosamente taylorista al Politecnico». Cfr. G. Gemelli, Il contesto e gli attori, in G. Gemelli (ed.), Scuole di management, cit., pp. 35-36.

9

Limiti e carenze che un documento indirizzato al Rettore così compendiava (ASUB. Busta P. Corrispondenza riservata Rettore 1960-1970): «1) In genere gli allievi si lamentano con la segreteria delle troppo frequenti assenze dei docenti […]. 2) Diversi allievi lamentano il carattere troppo teorico e nozionistico dei corsi, che per i laureati in economia e commercio sono in gran parte una ripetizione di cose che già conoscono. Manca il vero e proprio perfezionamento, manca la discussione, il lavoro di seminario, l’applicazione aziendale delle nozioni teoriche. Per contro si trovano a disagio i laureati provenienti da facoltà scientifiche che non hanno basi ragionieristiche, economiche e di tecnica aziendale […]. 3) Lamentano infine i laureati che essi sono lasciati un po’ a sé, senza guida, senza coordinazione alcuna nei loro studi e senza consigli e suggerimenti pratici, nella più completa disorganizzazione […]. 4) Quanto ai docenti si rileva che tutti sono senza dubbio di prim’ordine; ma sono notevolmente impegnati con la professione, con le cariche pubbliche, con l’insegnamento e pertanto il loro contributo alla scuola […] è puramente esteriore e non suscita quell’interesse pratico e didattico che gli allievi richiedono».

10

Intervista concessami da Vittorio Coda il 5 luglio 2002.

11

Come ha ricordato Roberto Ruozi, rievocando quei momenti: «Eravamo consapevoli che la formazione manageriale in Italia sarebbe diventata più importante di quanto non fosse stata in passato e ci chiedevamo cosa fare. Nella ricerca di una soluzione adeguata, ci rivolgemmo con grande interesse a ciò che stavano facendo le business school negli altri Paesi. In questo contesto il fatto che il professor Demattè, che nel semestre primaverile del 1970 aveva partecipato all’lnternational Teachers Programme di Losanna, avesse ottenuto una borsa di studio per frequentare un semestre ad Harvard, fu un importante avvenimento. Infatti si chiese esplicitamente a Demattè di studiare, mentre si trovava ad Harvard, l’organizzazione della scuola e i suoi programmi, in modo da utilizzare queste informazioni per lanciare le nuove iniziative alla Bocconi». Cfr. M. Draebye, F. Pennarola, Il caso SDA Bocconi, cit., p. 355.

12

ASUB. Archivio SDA. Busta 1. Bozza di statuto della costituenda Scuola Superiore di Direzione Aziendale. S.d. Art. 2.

13

Ibidem, Art. 1.

14

M. Draebye, F. Pennarola, Il caso SDA Bocconi, cit., pp. 351-52.

15

Per Vittorio Coda uno dei principali problemi di fondo fu quello relativo alla selezione dei docenti: «Ci rendemmo subito conto che bisognava costruire una immagine nettamente differenziata rispetto all’immagine accademica che avevamo in quanto università, per cui era cruciale poter contare su docenti che credessero in una didattica interattiva e partecipativa e che quindi, a differenza dei docenti del corso biennale serale, che facevano lezioni-conferenze, in aula alternassero il momento della lezione con quello della discussione di casi e di documenti; e quest’ultimo con momenti di razionalizzazione e concettualizzazione dei materiali presentati, facendo così partecipare attivamente gli studenti. Ciò significò che la selezione del corpo docente si fece sempre più attenta, spingendoci a scegliere quanti credevano nella didattica interattiva e inviando sistematicamente i più giovani a perfezionare le loro conoscenze frequentando l’international teachers programme, tenuto prima negli Stati Uniti e in seguito organizzato in Europa dall’associazione delle business school europee. E questo ha servito moltissimo a sviluppare una faculty portatrice di un modello didattico nettamente differenziato da quello tradizionale».

16

Ricorda sempre Vittorio Coda a questo proposito che: «L’idea era quella di dare delle competenze di base sia nelle diverse aree funzionali, sia nell’area sovraordinata di strategia di economia aziendale (p.es. il settore “impresa e ambiente” della Tabella 14 è evocativo di un’area sovraordinata rispetto alle aree funzionali; “problemi finanziari e creditizi” è evocativa di due aree: finanza e credito) e combinare tutto questo con l’area degli strumenti ragioneristici (financial e management accounting) e con quella dell’organizzazione».

17

Il verbale approvato dalla seduta del C.d.F., tenutasi il 19 aprile 1972, dà, in realtà, un’immagine un po’ differente del corso di perfezionamento. Secondo lo stesso, le discipline insegnate nel primo corso erano le seguenti: Impresa e mercato (docente: Pellicelli); Contabilità e bilanci (Provasoli); Analisi di bilancio (Onado); Marketing (Podestà); Strutture organizzative d’impresa (Coda); Gestione finanziaria delle imprese industriali e commerciali (Mottura); Comportamento individuale e di gruppo nelle imprese (Rugiadini); Effetti dell’inflazione e delle alternanze congiunturali sulla conduzione delle imprese (Mauri); Programmazione economico-globale e politiche delle imprese (Demattè). Secondo corso: Funzioni del dirigente nell’economia moderna (Artioli); Responsabilità penali nelle aziende (Chiaraviglio); Problemi fiscali nelle imprese (Frattini); Marketing (Spranzi); Mercato finanziario (Bertoni); Gestione finanziaria delle imprese industriali e commerciali (Pivato); Regolamenti internazionali (Bortolani); Analisi di bilancio (Amigonj); Programmazione e controllo nelle imprese (Airoldi); Politica del personale (Trabucchi).

18

Nel primo anno di corso i laureati in Scienze economiche erano la maggioranza (44%, contro il 33% di ingegneri e 18% di chimici); ma già l’anno successivo «la deliberata promozione adottata […] per favorire, nella composizione dei partecipanti, un aumento d’importanza dei laureati in discipline tecnico-scientifiche», diede frutti insperati, modificando il rapporto a favore di questi ultimi (rispettivamente 36%, 34% e 12%).

19

Fra le quali vale la pena di ricordare: la partecipazione al «gruppo di studio sui problemi della formazione e dello sviluppo», che vide la presenza di imprenditori e manager di alcune fra le più importanti aziende italiane; l’inchiesta sul sistema della formazione manageriale in Italia, avviata dalla Ford Foundation, con la partecipazione di docenti delle Università di Berkeley, di Harvard e di Pittsburgh, il «Programma di formazione manageriale» voluto dalla Confindustria e via discorrendo.

20

Definiti come «interventi di formazione della durata di 1 o 3 giorni, destinati a dirigenti e caratterizzati da un alto livello qualitativo, essendo il risultato di ricerche applicate su aspetti di gestione avanzata d’azienda» (Cfr. ASUB. Archivio SDA. Busta 1. Scuola di direzione aziendale. Allegati).

21

Nel dare notizia di queste iniziative il «Corriere» osservava: «La Scuola è aperta ai laureati di tutte le discipline che intendano acquisire una formazione generale consona ai tempi ed alle problematiche più vive dell’azienda moderna, e già l’apertura a tutti i laureati, e non ad una parte soltanto di essi, stabilisce un approccio di tipo nuovo e il rifiuto di ogni aprioristica settorializzazione. È proprio il management moderno infatti a puntare sui valori culturali di fondo, e in questo senso la Scuola della Bocconi si raccomanda anche ai possessori di lauree per così dire a-specifiche, ai quali viene offerta la possibilità di diventare degli uomini d’azienda con larga comprensione non solo dei fatti della gestione, ma delle spinte e controspinte dell’ambiente in cui l’azienda stessa si trova ad operare» (Cfr. Programmi intensivi all’Università Bocconi; in «Corriere della Sera», 12 giugno 1973).

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