Storia della Bocconi

1945-1968. Dalla liberazione al '68

Tra riforme e «rivoluzioni»: gli ultimi quattro anni di Armando Sapori


Parole chiave: Rettore Sapori Armando, Strutture organizzative, Di Fenizio Ferdinando

Il 28 ottobre 1963 il Consiglio d’Amministrazione riconfermò Armando Sapori: erano undici anni che egli si trovava alla guida della Bocconi e da tre decenni ne condivideva le sorti. Nato l’11 luglio 1892, egli era giunto, quasi casualmente, a Milano nel ’32, fresco di cattedra, su suggerimento di Arrigo Solmi e con il beneplacito di Giovanni Gentile[1]. Sapori, pur essendo stato chiamato nel ’35 sulla cattedra di Storia economica all’Università di Firenze, aveva continuato a esercitare il suo magistero anche alla Bocconi, dove avrebbe tenuto l’incarico di Storia economica sino al ’65. Milano sarebbe divenuta la sua patria adottiva e qui avrebbe creato la sua scuola con Aldo De Maddalena, Luciano Cafagna, Carlo De Cugis, Sergio Groppi e Liliana Delle Nogare.

L’ennesima riconferma al governo della Bocconi non poteva quindi non gratificare lo storico senese, anche se negli ultimi anni il compito gli risultava sempre più gravoso: egli cominciava ad avvertire il peso dell’età e qualche difficoltà nella gestione di una Università che era andata profondamente mutando[2]. Il disagio era aggravato anche dal fatto che la sua “monarchia”, sino a quel momento, era stata, in realtà, una diarchia, avendo egli sempre spartito il governo dell’Università con Girolamo Palazzina. Ma ora che il vecchio direttore della segreteria si era tirato da parte, Sapori non sapeva più a chi delegare le attività che, in passato, Palazzina aveva assunto su se stesso, posto che il nuovo direttore amministrativo, che pur dimostrava una non comune capacità gestionale, aveva definito e delimitato con cura i suoi compiti, rifiutando di assumere decisioni che esulassero dalla sua sfera di competenza.

Con apprensioni non minori il Rettore viveva ora il rapporto con gli studenti: divenuti soggetto politico, essi erano sempre meno propensi ad accettare la sua visione di pater dell’Università; volevano contare di più; volevano essere partecipi delle scelte operate in seno all’istituzione; erano sempre più suggestionati dalle nuove aggregazioni studentesche che si andavano formando in opposizione a proposte di riforma del sistema universitario provenienti dal mondo politico, che a molti di loro parevano inadatte a tradurre in pratica il desiderio di rinnovamento di strutture giudicate ormai obsolete e a dare risposta alle sollecitazioni provenienti dal mondo produttivo[3].

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La prime avvisaglie del mutamento in atto si ebbero, in realtà, in seno al «Circolo Bocconiano», usuale interlocutore del Rettore e del Consiglio di facoltà, dove si manifestarono tensioni fra i rappresentanti delle tradizionali formazioni universitarie vicine a questo o a quel raggruppamento politico (Intesa, AGI, Unione Goliardica Italiana, Gruppo Liberi Universitari Italiani ecc.) e i gruppi che rifiutavano la logica della rappresentanza politica e richiedevano forme di democrazia più dirette, di tipo assembleare.

In questa prima fase, tuttavia, la partecipazione studentesca alla vita politica dell’Ateneo, oltre a esplicarsi in una insistita pressione sulle autorità accademiche[4] intorno a temi quali la riforma della rappresentanza, l’ammontare delle tasse universitarie, la trasformazione del corso di laurea in Lingue in facoltà, il potenziamento degli istituti, l’abolizione delle firme di frequenza[5], la moltiplicazione degli appelli d’esame ecc., si tradusse in iniziative di vario tipo, quali la creazione della Cooperativa Editrice Bocconiana (CEB)[6], che prese a pubblicare dispense e libri di testo a prezzo politico e a organizzare incontri con managers, giornalisti, intellettuali, politici, tramite i quali il Circolo Bocconiano si illudeva di ridurre l’isolamento dell’Università rispetto ai temi che in quel momento venivano dibattuti nel mondo produttivo, sindacale e in quello della cultura.

Su tale apertura verso l’esterno un aspro contenzioso si sarebbe aperto, proprio in quel periodo, fra i vertici dell’Università e il Circolo universitario a proposito degli ambiti di autonomia di quest’ultimo, contribuendo ad ampliare ulteriormente il solco tra le autorità accademiche e la popolazione studentesca[7]. Il duro attacco mosso al C.d.A. da «Il Bocconiano»[8] provocò non pochi grattacapi ad Armando Sapori, che, dopo essersi sbilanciato a favore di tali iniziative, si vide costretto a dare imbarazzate spiegazioni al Consiglio d’Amministrazione e ad assicurare ai colleghi che alcune sue affermazioni erano state travisate. E, al fine di togliere di mezzo ogni possibile malinteso, diede lettura al C.d.F. delle dichiarazioni rilasciate durante l’incontro con i rappresentanti degli studenti:

«Nella questione del ciclo di conferenze voi avete fin dall’inizio sbagliato tutto. Questa iniziativa dovevate prenderla con i vostri professori, i quali vi avrebbero consigliato e seguito nella scelta dei temi e dei conferenzieri. Noi siamo sempre pronti al colloquio, ma in nessun caso potremmo accettare che voi impostiate la vostra azione o avanziate richieste su un piano sindacale. Il rapporto che corre tra noi e voi non è questo: noi non siamo i padroni, ma solo dei vostri compagni più adulti, più ricchi di esperienza di voi, che hanno il compito di guidarvi, di segnare il vostro cammino. Non insistete nella vostra iniziativa […]. Voi che siete giovani, dovete essere con noi, garanti e fieri della autonomia della nostra Università ed impedire infiltrazioni di carattere estraneo, che degraderebbero la serenità e la dignità degli studi. E state tranquilli per quanto riguarda la nostra autonomia. Sappiamo difenderla da noi, noi sappiamo quello che possiamo e anche quello che non possiamo fare. Voi accusate il Consiglio di amministrazione di colpe che non ha e non vi accorgete di travolgere in questa accusa il Consiglio di facoltà, che sarebbe succubo e prono ai voleri che vengono dall’alto […]. Siamo, ripeto, pronti al colloquio. Ma non usate espressioni burocratiche, non raffreddate quest’incontro, che deve essere aperto e spontaneo, con assurde pretese. Accusate noi di formalismo e poi siete voi stessi di un formalismo spaventoso. Siete giovani e, come tali, siete impulsivi e ribelli quando occorre: è la condizione e il privilegio della gioventù. Ma non costringete in formule questi vostri impulsi: si sciuperebbero irrimediabilmente»[9].

Alle parole pronunziate in quella occasione il Rettore comunicava di aver fatto seguire un segno di pacificazione, costituendo una commissione paritetica docenti-studenti che, di volta in volta, avrebbe vagliato le richieste e le proposte dei rappresentanti il Circolo Bocconiano. Ma ormai i rapporti fra le componenti universitarie erano improntati alla conflittualità piuttosto che alla collaborazione; e un primo improvviso e inaspettato segno della mutata temperie si ebbe l’anno seguente con l’occupazione dell’Istituto di Economia, deciso da una assemblea di Ateneo di fronte all’ennesimo rifiuto di Giovanni Demaria di prendere in considerazione «le giuste lamentele degli studenti che da una parte vedevano estendersi il programma dell’esame, reso ancor più difficile dalla mancanza di un numero di assistenti in grado di seguire la loro preparazione e dall’altra constatavano l’inutilità dei lavori monografici e di gruppo, che non rappresentavano per gli studenti che un mero lavoro di copiatura, non contribuendo in alcun modo alla loro formazione scientifica»[10].

L’azione colse di sorpresa il corpo accademico (era passato quasi mezzo secolo dall’ultima occupazione); ma la risposta fu immediata e molto dura e si tradusse in un ultimatum a liberare l’Istituto entro 24 ore, con la minaccia di procedere penalmente contro gli occupanti, che, facendosi forti della promessa del Rettore di riunire al più presto gli organi di governo dell’Università per discutere le loro richieste, cantarono vittoria e sgombrarono il campo.

Ma questo non era che l’inizio. Nei mesi e negli anni successivi si moltiplicarono le prese di posizione degli studenti, che in molti casi avrebbero incontrato la solidarietà dei docenti più giovani. Ciò contribuì non poco ad aumentare le tensioni all’interno dell’Università; ma ebbe il merito di spingerne i vertici ad avviare una riflessione sui temi più scottanti: sul corso di laurea in Lingue, in particolare, del quale, ora più che mai, si rendeva necessaria la riorganizzazione e la trasformazione in facoltà.

Il tema fu l’oggetto principale della seduta del C.d.F. del 24 ottobre 1964; dove, a smorzare l’eccitazione della maggioranza dei presenti per quella che sembrava la decisione più ovvia per separare i destini dei due corsi di laurea e avviare a soluzione i problemi della maggioranza degli studenti, concorsero il voto contrario di Giovanni Demaria[11] e la raccomandazione di Dell’Amore «di frenare gli entusiasmi della sezione di lingue ed il suo sviluppo», proponendo il blocco delle iscrizioni o qualsiasi altro provvedimento atto a «evitare che sia soffocata la Facoltà di Economia dalla marea montante».

L’occasione era comunque propizia per spingere in quella direzione, corroborata anche dal fatto che Aurelio Zanco, l’unico professore di ruolo della sezione, che aveva sempre brillato per la sua assenza, aveva ottenuto il trasferimento in un’altra sede: questo avrebbe consentito la chiamata di un nuovo docente che, diversamente da quanto aveva fatto il linguista, prendesse a cuore i problemi della nuova facoltà[12].

La buona notizia fu però ben presto seguita dall’annuncio di un altro trasferimento, quello di Ferdinando di Fenizio alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano[13]. Si trattò di una decisione ponderata ma dolorosa per l’eminente economista, che alla Bocconi si era formato scientificamente e qui aveva creato la sua Scuola; essa pesò non poco anche sull’istituzione che si vide privata di uno dei suoi professori più amati e prestigiosi. In Consiglio di facoltà non si discussero i motivi che avevano portato di Fenizio a tale decisione (o quanto meno, se la discussione avvenne, essa non fu riportata a verbale): l’unico segno di un abbandono che dovette lasciare amareggiati i più mi pare rintracciabile nella risoluzione dell’organo di governo dell’Università[14] di non affidare l’insegnamento di Politica economica a un incaricato esterno, ma provvedere al più presto alla chiamata di un nuovo professore ordinario.

L’opzione, resa pubblica sulla «Gazzetta Ufficiale» del 5 maggio, mise in competizione due allievi di Demaria: Tullio Bagiotti e Innocenzo Gasparini, recenti vincitori di concorso. La spuntò di stretta misura il secondo, che fu ritenuto più adatto a coprire l’alto incarico per l’esperienza sino a quel momento acquisita e per la produzione «di alto livello scientifico e condotta sempre con metodi rigorosi e con ampiezza di informazione»[15].

La revisione dell’ordinamento didattico e scientifico dell’Università, avviata proprio in quei mesi, rese sempre più improcrastinabile l’aumento dell’organico dei docenti spingendo il C.d.A. a incrementare in maniera consistente il numero delle cattedre (portate a 14, 9 delle quali assegnate a Economia e 5 a Lingue) e quello degli assistenti e dei borsisti assegnati alle stesse. Questo e altri provvedimenti assunti in precedenza avrebbero permesso ad alcuni giovani laureati, come Mario Monti, «un giovane molto mite e ordinato»[16], di entrare a far parte della «famiglia bocconiana».

Alla copertura di questi costi e di quelli sostenuti per l’ampliamento della sede (un nuovo edificio, completato nell’autunno del ’65, avrebbe accolto gli istituti e la biblioteca), gli amministratori disposero l’incremento delle tasse scolastiche, nonostante l’opposizione durissima degli studenti che sarebbero arrivati addirittura a ricorrere al Consiglio di Stato contro questa decisione[17].

Nel frattempo si erano avviate le procedure per trasformare il corso di laurea di Lingue in facoltà con la richiesta dell’approvazione ministeriale alla modificazione statutaria e con l’attivazione di un comitato tecnico composto da Mario Marcazzan[18] (che l’anno seguente sarebbe stato sostituito da Carlo Bo), Antonio Viscardi e Ignazio Cazzaniga, al quale sarebbe toccato il compito di governare la transizione.

Le decisioni assunte, completate con la chiamata di Claudio Gorlier sulla cattedra di Letteratura anglo-americana[19], parevano aver posto le giuste premesse al rilancio e al potenziamento del vecchio corso di Lingue. In realtà, analizzato a posteriori, l’atteggiamento dei vertici dell’Università nei confronti dell’iniziativa appare molto più contraddittorio, e difficile da decifrare, di quanto non lascino intendere le scelte operate: alcuni, fra cui il vecchio Palazzina, erano veramente convinti che questa fosse la strada da seguire e premevano sul vicepresidente, Giuseppe Pella, per ottenere una sollecita deliberazione dalla burocrazia ministeriale[20]; altri, che pur si dichiaravano formalmente favorevoli al provvedimento, nei fatti vi erano decisamente contrari. Come spiegare altrimenti il lungo, minuzioso e riservatissimo «Studio diretto a determinare gli effetti derivabili ai fini del bilancio dalla soppressione della facoltà di lingue e letterature straniere» che Baccarini predispose in quei mesi?

Perché e per chi il direttore amministrativo stese la dettagliatissima relazione? Una cosa pare certa: essa trova piena giustificazione alla luce di quanto sarebbe accaduto l’anno seguente e lascia pensare che, forse, la soluzione di sopprimere la neonata facoltà non fu solo il frutto della dura reazione del Consiglio d’Amministrazione alle bizzarrie di alcuni docenti e alle intemperanze di una parte degli studenti; piuttosto, il risultato di una lunga e meditata, benché segretissima, scelta di campo.

A ogni buon conto, con l’inizio del ’67, la separazione fra le due facoltà sarebbe divenuta operativa e il 6 febbraio di quello stesso anno il Senato accademico avrebbe tenuto la sua prima riunione, alla presenza di Armando Sapori, che festeggiava il suo quindicesimo e ultimo anno di rettorato, e dei due nuovi presidi: Mario Marcazzan per Lingue e Innocenzo Gasparini per Economia. Erano gli ultimi mesi in cui il vecchio Rettore restava in carica.


1

A. Sapori, Mondo Finito, Milano-Varese 1971, pp. 220-21.

2

Naturalmente ben poco di ciò trapelava all’esterno e, tutto sommato, la Bocconi era ancora un’isola felice rispetto ad altre realtà già profondamente turbate dalla contestazione studentesca. Ne è prova un lungo articolo di Indro Montanelli dal titolo Italia sotto inchiesta. La Bocconi e il Politecnico simbolo della Milano concreta («Corriere della Sera» del 26 novembre 1964) che proponeva un’immagine altamente positiva dell’Università milanese: «La Bocconi passa per una scuola privata. Non lo è […]. Tutta la privatezza consiste nel fatto che la Bocconi provvede alle spese ordinarie coi suoi mezzi […]. In realtà la qualifica che le si addice è quella di università libera: libera di amministrare i propri fondi, di scegliere i propri docenti, di applicare i propri metodi in vista del fine per cui fu costituita: il ponte tra la vita e la scuola che le scuole di Stato si guardano bene dal costruire. Gl’iscritti sono oltre cinquemila, divisi nelle due facoltà: economia e commercio e lingue. Ma la decimazione è spietata. Molti degli aspiranti rimangono per strada e si ritirano o chiedono il trasferimento ad altre università più condiscendenti […]. È un duro calvario. Sulle cattedre hanno lasciato la loro impronta gli Einaudi, i Borgana, i Loria, i Mortara, i Graziadei, i Luzzatto, gli Ascoli, i Mosca. Sono stati loro a selezionare i propri successori. E lo hanno fatto con la stessa spietatezza con cui selezionavano gli allievi […]. Ma l’orgoglio e lo spirito di corpo degli studenti bocconiani è proporzionale al sacrificio che costa restarlo fino al titolo di dottore. Un bocconiano rimane tale per tutta la vita. E almeno una volta al mese si rituffa tra i suoi al bar Zucca in Galleria, dove ogni lunedì c’è raduno. Il decano che vi presiede è Croccolo, laurea n. 10, 1906. Qui la generazione che tramonta rinfresca il contatto con quella che sorge e le spalanca la strada del successo. Vi fanno capo Baffi, direttore generale della Banca d’Italia; Boldrini, vicepresidente dell’E.N.I; l’ambasciatore Corrias; il presidente della Confindustria Cicogna; quello della Montecatini Faina; quello della Cassa di risparmio Dell’Amore; Pasquale Saraceno; Libero Lenti; Ulrico Hoepli, insomma tutto il “Chi è” della vita economica italiana. Ferdinando Bocconi, se riaprisse gli occhi, potrebbe poi richiuderli contento. Non c’è ente pubblico, si può dire, non c’è industria privata, le cui leve amministrative non siano in mano a qualche bocconiano. Questa università è davvero l’incubatrice di una élite, fra le migliori e le più agguerrite del nostro Paese».

3

Del distacco che si stava verificando fra Sapori e i suoi studenti mi sembra, fra gli altri, dar prova questo anonimo volantino che nell’autunno del 1966 venne inviato al Rettore: «Magnifico, se ci sei batti un colpo!?… Se ci sei dimostrati Magnifico tutelando gli interessi dei tuoi universitari e Rettore reggendone con giustizia le sorti. Non ci cestinare prima di averci letti sino in fondo: non siamo dei volgari anonimi; se tali dobbiamo essere si è per evitare la incoscente [sic] reazione di venali e vigliacchi professori dei quali proprio vogliamo parlarri. Ti par giusto, pulito, l’agire di un […] che senza correggere tira fregacci sopra i compiti latini bocciando tal numero di compiti che moltiplicati per £ 380 gli riempiono ben bene il portafoglio? E che in fondo ad ogni elenco aggiunge in secondo tempo i nomi di quelli che gli promettono botte da orbi. Un […] che è come l’araba fenice: che ci sia ognun lo dice, dove sia? Un filologo romanzo che aumenta i punti secondo le […] fregagioni che le belle (e brutte) figliole gli permettono. Un […] che con incoscenza [sic] degna di nota, boccia e boccia le donne perché secondo lui non devono studiare; senza riflettere che la maggior parte di esse non lo fa per sport ma per necessità e che proprio per questo è sempre ben preparata. Certo, se gli concedono qualche giretto sulla sua macchina o se sono bei maschiotti, tutto va loro bene anche se anno [sic] un paio di orecchie da far invidia al più puro somarello sardo» (ASUB. Busta R5).

4

Cfr. C. Secchi, Il perché di una giunta, in «Il Bocconiano», I, 1965.

5

La decisione di abolirle venne assunta nella seduta del C.d.F. del 16 aprile 1964. Preso atto che l’aumento del numero degli iscritti ai due corsi di laurea rendeva pressoché impossibile un qualsiasi controllo della frequenza, facendo «delle attestazioni di frequenza ai corsi […] una semplice formalità che, fra l’altro è causa di non pochi inconvenienti», il Consiglio, col voto contrario del solo Demaria, ne decretò l’abolizione.

6

La gestione della cooperativa fu sempre piuttosto difficile. L’iniziativa, avviata alla fine del ’64 dal Circolo Bocconiano, presentò sin dall’inizio problemi di non poco conto. Sulla stessa Carlo Secchi, che da poco aveva assunto la segreteria generale del Circolo, in un intervento dal titolo Difficoltà e problemi della CEB («il Bocconiano», I, 1965), osservava con una certa preoccupazione: «I primi mesi di vita della Cooperativa Editrice Bocconiana sono stati piuttosto difficili, soprattutto per un triplice ordine di difficoltà, in parte previste, in parte dovute a preconcetti e a posizioni anacronistiche di determinati ambienti nei confronti di quello che potrebbe essere uno strumento moderno ed efficace di diritto allo studio e di maggior diffusione della cultura tra gli studenti. il primo ordine di difficoltà si riconduce alla mancanza di finanziamenti adeguati, che permettano cioè di trattenere una scorta cospicua di libri, e quindi ottenere maggiori sconti e condizioni più vantaggiose […]. In secondo luogo assai gravi sono state le difficoltà frapposte dal comportamento di alcuni editori e della loro organizzazione ufficiale […]. Dai due tipi di difficoltà sovraesposte nascono le difficoltà di tipo organizzativo, dovute alla necessità di effettuare acquisti frammentari, prenotazioni, lunghe discussioni con ceni rivenditori, ecc.».

7

Ma lasciamo la parola a «Il Bocconiano» per una rapida cronaca dell’accaduto: «Il 9 aprile la giunta, aderendo all’invito del Consiglio di Facoltà del 6 marzo, sottoponeva al Rettore […] un piano di conferenze e (con richiesta distinta) chiedeva un’aula per una conferenza che il dott. Cazzaniga, presidente della ESSOStandard, si era offerto di tenere. Prima che il Consiglio di Facoltà si riunisse il giorno 17 aprile, il 14 il dott. Cazzaniga ci comunicava di aver ricevuto dal dott. Cicogna […] una lettera in cui lo si invitava a non venire alla Bocconi e allegata una lettera inviata al Rettore in cui questi era invitato a respingere l’intero ciclo di conferenze. Si ripeteva così per la seconda volta in modo clamoroso un’interferenza dell’Autorità amministrativa in una questione strettamente culturale (la prima volta come si ricorderà fu quando il dott. Cicogna scavalcò il Rettore e invitò e presentò lui stesso il ministro Giolitti, confinando il Rettore in un silenzioso atto di presenza). A questo punto il Congresso approvava all’unanimità una mozione e decideva di inviare al C.d.F. una lettera di denuncia di questi fatti». Sullo stesso numero de «Il Bocconiano», in una lettera a firma della giunta, del «congresso» e di tutte le associazioni studentesche si invitava invece «il Consiglio di Facoltà a prendere una autonoma e motivata decisione sulle proposte del Circolo Bocconiano, questo in quanto il Consiglio di Facoltà, secondo le parole del prof. Demaria, è l’unico […] depositario dell’autonomia dell’Università». Nella risposta dell’organo di governo dell’Università, che riaffermava «la sua esclusiva competenza a decidere sulle questioni didattiche e culturali», la redazione leggeva una precisa presa di posizione del C.d.F. nei confronti del C.d.A. e concludeva osservando: «Se all’affermazione di principio seguirà una prassi altrettanto rigorosa, [il C.d.F.] dovrebbe cominciare a liberarsi il campo da un pericoloso elemento estraneo: il Consiglio d’Amministrazione […]. Al di là dei rifiuti stessi. degli avvertimenti inviati in modo scorretto alle personalità da noi invitare, le interferenze del dott. Cicogna si sono rivelate un pericoloso elemento di disordine, sono state all’origine delle incomprensioni, che speriamo ora in gran parte fugate tra i professori e gli studenti […]. Siamo stati accusati di avanzare richieste disordinate, di muoverei su un terreno troppo scoperto che ci avrebbe lasciati con un pugno di mosche in mano. Noi abbiamo sempre risposto che i primi passi di una politica condotta con uno spirito nuovo sono sempre difficili, non possiamo certo negare ora tutte le difficoltà che abbiamo incontrato, ma i risultati si sono fatti vedere prima ancora di quanto sperassimo».

8

Cfr. Editoriale e Problemi e discussioni, apparsi sul n. 2 del maggio 1964. Nel secondo articolo, in particolare, si osservava: «Da un lato ci troviamo impegnati a superare la vecchia università, feudo di pochi professori i quali, al di fuori di qualsiasi controllo e qualsiasi contatto tra loro e gli studenti, finiscono poi per assentarsi sempre più dall’università. Dall’altro lato però non possiamo dimenticare che quello stesso anacronistico centro di autonomia universitaria che è il Consiglio di Facoltà viene oggi in Bocconi scavalcato dal potere sovrano del Consiglio di Amministrazione, il quale non si limita a nominare (ogni anno) il Rettore e a scegliere insindacabilmente i professori, ma si è spinto quest’anno sino ad interventi diretti su questioni specificamente culturali come per l’iniziativa presa dal Circolo di conferenze sulla programmazione. Noi studenti ci troviamo nella situazione paradossale di dovere da un lato difendere da pressioni un centro di potere che riteniamo superato perché ristretto e non rappresentativo di tutte le componenti che operano nell’università e dall’altro cercare di superarlo […]. Quello che più di tutto occorre oggi ai rappresentanti degli studenti che conducono quotidianamente difficili battaglie è la comprensione e più ancora l’apporto di tutti gli studenti. Lo strumento fondamentale di questa iniziativa di massa sono le Assemblee generali e di facoltà. [Quelle della Facoltà di lingue] sono state Assemblee vive, forti, con una grande capacità di pressione. Si può dire che, a partire da lì, gli studenti di lingue sono riusciti e mettere in movimento tutta la loro Facoltà: assistenti, professori, non solo ormai si appassionano vieppiù ai problemi della Facoltà ma pure si recano con gli studenti a “manifestare”, a “chiedere” di fronte agli uffici del Renore e di Croccolo».

9

Cfr. Verbali del C.d.F. Seduta del 5 giugno 1964.

10

Cfr. Itala Lucchini, Il perché di una occupazione, in «Il Bocconiano», I, 1964-65. Nell’articolo Lucchini dà conto di come gli annosi problemi legati al corso di Economia fossero vissuti con sempre maggiore insofferenza dal mondo studentesco che, in diverse assemblee, aveva richiesto una differente articolazione della prova d’esame, la precisa definizione delle modalità e la massima trasparenza della stessa. Gli studenti chiedevano inoltre «la ristrutturazione globale dell’Istituto di economia aumentandone gli assistenti ed i finanziamenti, modificandone i programmi ed i metodi didattici». Le richieste, in apparenza, avevano incontrato l’entusiastica adesione di Demaria che «accettava la nostra proposta in blocco [e] richiedeva addirittura l’intervento del Movimento Studentesco in suo appoggio presso il Consiglio d’Amministrazione […]. Queste dichiarazioni […] erano contraddette però in un breve lasso di tempo dalle affermazioni del dott. Agnati, per cui l’unico programma valido per gli studenti […] era quello dell’anno in corso e dalle dichiarazioni del Rettore Magnifico […] secondo le quali il prof. Demaria ha a disposizione un organico di cinque assistenti e quindi la colpa è del professore se ne nomina solo due e si dimentica o non vuole nominarne altri. Si creava perciò tra gli studenti una situazione di incertezza soprattutto riguardo al programma d’esame, situazione che il prof. Demaria non chiariva lasciando senza risposta una lettera del Circolo Bocconiano in cui pregavo il professore “di voler chiarire l’equivoco in un senso o nell’altro” […]. Il dott. Agnati dal canto suo interpellato a questo proposito mi rispose in questi termini: “Io non so niente. Quello che c’è scritto si legge” […]. L’Assemblea degli studenti ravvedeva nell’atteggiamento dei suddetti docenti una chiara presa in giro […] e decideva su mia proposta di passare alla Occupazione dell’Istituto di Economia come strumento ultimo per portare avanti le nostre richieste».

11

«La sezione lingue deve restare sotto il nostro controllo. Essa porta il nostro nome» (Verbali del C.d.F. Seduta del 24 ottobre 1964).

12

La cattedra lasciata libera da Zanco fu trasferita a Letteratura italiana e sulla stessa venne chiamato Mario Marcazzan (Verbali del C.d.F. Seduta del 53 gennaio 1966).

13

Cfr. Verbali del C.d.F. Seduta del 7 gennaio 1965. Sulla decisione dell’illustre economista di abbandonare l’amata alma mater, per la Statale le fonti sono molto reticenti; una vaghezza che non nasconde l’evidente imbarazzo del segretario del C.d.F. a dare una spiegazione qualsiasi: il Rettore si limita a dare notizia della cosa e, a quel punto, di Fenizio entra «nella sala riunione a salutare i colleghi, il Rettore porge il più fervido saluto di commiato […]. Alle espressioni del Renore si associano calorosamente tutti i colleghi ed il prof. di Fenizio ringrazia vivamente i presenti. Dopo di che lascia la sala». Sinceramente un po’ troppo poco per un docente che aveva dato tanto all’istituzione milanese.

14

Cfr. Verbali del C.d.F. Seduta dell’8 aprile 1965.

15

Verbali del C.d.F. Seduta del 14 giugno 1965.

16

ASUB. Busta I. di Fenizio a Palazzina. 4 luglio 1966.

17

Nel documento dal titolo «Note e osservazioni sul ricorso dell’organismo rappresentativo studentesco dell’Università commerciale “Luigi Bocconi” di Milano per l’aumento dei contributi universitari», che Carlo Baccarini predispose il 1° febbraio 1966, contro il ricorso studentesco, si osservava tra l’altro: «Le cause che hanno costretto l’amministrazione dell’Università Bocconi ad aumentare di lire 10.000 i contributi universitari hanno un duplice aspetto: a) Con il novembre u.s. è entrato in funzione un grande complesso destinato alle biblioteche e agli Istituti. Tale complesso edilizio è costato […] ca. 1.500 milioni. Per la sua realizzazione l’Università contava su un largo contributo dello Stato […]. Purtroppo dopo un’elargizione di un primo contributo di £ 60 milioni e malgrado le assicurazioni ricevute, la partecipazione dello Stato è venuta meno […]. b) Il sensibile aumento di tutte le spese di funzionamento in relazione alla soluzione indilazionabile di problemi didattici strettamente connessi all’aumento della popolazione studentesca […]. c) Aumento crescente dei costi di tutte le forniture, con particolare riguardo ai costi librari […]. L’Università Bocconi con l’aumento dei contributi universitari nella misura di f. 10.000 annue non ha voluto, evidentemente, tassare gli studenti per coprire gli oneri derivanti dal finanziamento per la costruzione del nuovo complesso edilizio, perché il contributo sarebbe stato ben maggiore, ma solo richiedere un contributo per coprire almeno in parte le maggiori spese derivanti dalle nuove e più complesse esigenze didattiche […]. Il bilancio della Bocconi nella sua veste di Università libera, non può senza coinvolgere la sopravvivenza stessa dell’Istituto, prescindere dal pareggio tra entrate e spese, cui deve far fronte con i mezzi disponibili senza alcun intervento dello Stato […]. La lettera della rappresentanza degli studenti diretta al consiglio d’amministrazione il 6 luglio 1965, del resto ammette esplicitamente che “il nuovo complesso edilizio […] porterà un indubbio miglioramento nel grado di formazione dei laureati” e non contesta il costo di questo miglioramento […]. Messe in rilievo queste constatazioni di fatto, è del tutto superfluo discutere le conclusioni della lettera stessa secondo le quali “il costo del miglioramento dovrebbe essere sostenuto da tutta la Società e dalle industrie lombarde in particolare”, senza naturalmente accennare sulla base di quali principi pratici di attuazione questa stravagante conclusione trova appoggio».

18

Che era stato chiamato sulla cattedra di Lingua e Letteratura italiana a partire dal 1° novembre 1966. Verbali del C.d.F. Seduta del 3 gennaio 1966.

19

ASUB. Verbale della seduta del Comitato esecutivo del 15 settembre 1967.

20

ASUB. Busta R5. Furio Cicogna a Giuseppe Pella. Milano 18.8.1965. «Eccellenza […], la pratica riguardante la trasformazione del corso di laurea in lingue e letterature straniere in facoltà, procede regolarmente. Il Consiglio Superiore della P.I., nella sua ultima riunione del 2 luglio 1965, ha dato parere favorevole alla sua istituzione. Con questo si è superato felicemente il più grosso scoglio che si è presentato, dato l’atteggiamento di alcuni componenti il Consiglio stesso. La pratica, perché possa essere perfetta, deve ottenere ora l’approvazione del Ministero della Pubblica Istruzione e del Ministero del Tesoro, dopodiché verrà emesso il relativo decreto presidenziale. Se Lei potesse spendere una parola presso il Ministero del Tesoro, gliene saremmo tutti grati».

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