Storia della Bocconi

1915-1945. Tra le due guerre

«A Milano neanche un soldo…»


Parole chiave: Rettore Sraffa Angelo, Rapporti istituzionali

L’avvio delle attività che avrebbero dovuto fare capo alla neonata «Regia Università» fu notevolmente più complesso e problematico: com’era d’altronde da attendersi considerate le dimensioni e l’articolazione delle nuove strutture e i tempi estremamente ristretti intercorsi tra la firma della convenzione costitutiva e la data, ravvicinatissima, stabilita per l’inaugurazione. Mangiagalli seguì direttamente anche quella fase, coadiuvato da un Comitato esecutivo di cui fecero parte, con il già citato Biraghi, designato quale primo segretario generale del neonato ateneo, i presidi o i rappresentanti delle varie Facoltà: Michele Scherillo per Lettere, Ferdinando Livini per Medicina, Angelo Sraffa (rettore della Bocconi dal 1918, ma titolare di Diritto commerciale a Torino, e prossimo a trasferirsi a Milano) per Giurisprudenza, il direttore del Museo civico di Storia naturale, Ettore Artini, per Scienze.

Le maggiori urgenze, strettamente intrecciate, riguardavano gli spazi, da reperire e attrezzare, non essendo ancora disponibili che molto parzialmente gli edifici in costruzione alla Città degli Studi, e la copertura degli insegnamenti, cui provvedere con figure all’altezza del rango che si intendeva conferire al nuovo ateneo. A questo fine si stabilì di offrire a chi si fosse trasferito da altre sedi specifici incentivi economici, e in particolare una speciale indennità di 6 mila lire a titolo di rimborso per le maggiori spese di affitto, nonché, limitatamente ai professori di Giurisprudenza, un assegno personale di 12 mila lire annue.

Era previsto che la tabella organica dei professori dell’Università si componesse di 58 posti. Quelli effettivamente occupati, nel 1924-25, furono appena una quarantina: 10 a Lettere (che dalla trasformazione intervenuta non ottenne alcuna variante, e che perse anzi proprio allora un titolare di prestigio come lo storico Gioacchino Volpe, chiamato a Roma); 11 a Giurisprudenza (che nasceva ex novo, ma che poté avvalersi sin dall’inizio di numerose figure di primissimo rango, come, oltre al già citato Sraffa, designato preside, Santi Romano, Giovanni Pacchioni, Arturo Rocco, Enrico Besta, Mario Falco, Giorgio Mortara)[1]; 16 a Medicina (dove, ai titolari degli insegnamenti già attivati presso gli Istituti clinici – Mangiagalli, Devoto, Pasini, Galeazzi, Livini, Fasoli, Besta, Baldo Rossi, nel frattempo passato dalla Traumatologia alla più prestigiosa Clinica chirurgica generale – si affiancarono gli appena chiamati Alberto Pepere, Piero Rondoni, Carlo Foà, Luigi Zoja, Adriano Valenti, seguiti l’anno dopo da Felice Perussia e da Domenico Cesa Bianchi); appena 5 a Scienze (dei quali quattro provenienti da Pavia – Luigi Berzolari, il chimico Livio Cambi, Rina Monti, Giulio Vivanti – ed uno da Pisa: il fisico Gian Antonio Maggi che ne assunse la presidenza). In tutte le Facoltà, ma a Scienze più che nelle altre, fu indispensabile, per coprire gli insegnamenti richiesti, ricorrere ampiamente agli incarichi.

Quanto ai problemi logistici, lasciata per il momento Lettere nella vecchia e cupa sede di via Borgonuovo, si prese transitoriamente in affitto l’ampio edificio scolastico appena completato dal Comune in via San Michele del Carso, dove vennero collocati il Rettorato, gli uffici e la nuova Facoltà di Giurisprudenza. Per quella di Scienze si ricorse a soluzioni estremamente disperse: parte di un edificio scolastico in via Sacchini per gli Istituti di Fisica, l’ospitalità della Società d’Incoraggiamento, in via Santa Marta, per quelli di Chimica industriale e Chimica fisica, quella della Scuola di Agraria per gli insegnamenti di Botanica, di Patologia vegetale e per qualche corso di Chimica, l’Acquario di via Gadio, sopravvivenza dell’Esposizione del 1906, per l’Anatomia comparata. Risultarono variamente sparpagliati, collegati com’erano alle convenzioni con le varie strutture ospedaliere, anche gli assetti degli istituti e dei reparti medici. L’unico edificio che si poté già allora utilizzare alla Città degli Studi fu quello previsto per gli Istituti di Anatomia umana normale, Patologia generale e Farmacologia, in via Strambio (in seguito la si sarebbe intitolata a Mangiagalli), dove si dovette tuttavia fare spazio anche a quello, inizialmente non previsto, di Fisiologia.

Tutte le sistemazioni richiesero interventi costosi per attrezzature, strumenti, arredi e materiali vari. Nella relazione predisposta per la prima seduta del Consiglio di amministrazione, nel maggio 1925, Mangiagalli faceva ascendere a 3 milioni e mezzo le spese di assetto e di impianto per Facoltà ed Istituti, da far gravare sui fondi derivanti dalla pubblica sottoscrizione dell’anno prima[2]. Quest’ultima aveva raggiunto, come si è accennato, quasi 10 milioni e mezzo: ma comprendendo in tale cifra anche fondi destinati a fini speciali, nonché la capitalizzazione dei numerosi impegni contributivi annuali. Le somme liquide effettivamente incamerate avevano in realtà superato di poco i tre milioni. Non si disponeva dunque di autentici fondi di riserva nella misura adeguata. Le cifre a bilancio risultavano d’altra parte insufficienti anche con riguardo alla parte ordinaria, in cui rientravano le retribuzioni per i professori non pagati dallo Stato. La mancata copertura, nel 1924-25, di un buon numero di posti in organico, di cui si è detto, consentì ancora di ridurre il fabbisogno; ma l’anno dopo, aumentando le chiamate e i posti di assistenti e tecnici, si dovettero prevedere uscite superiori per quasi un milione e 200 mila lire, unitamente ad una spesa straordinaria per arredi di istituti di altre 800 mila lire.

In un certo senso si verificava proprio quello che alcuni avversari dell’iniziativa avevano a suo tempo sostenuto: e cioè che le risorse sulla cui base si era ottenuto il via libera romano erano inadeguate alle effettive necessità. Lo stesso buon andamento delle iscrizioni (1527 il primo anno, 1837 il secondo, 2071 il terzo), se da un lato confermava con piena evidenza la funzionalità dell’impresa, dall’altro lato ne rendeva più immediatamente palesi le effettive carenze, e in particolare la frettolosità e il carattere approssimativo di alcune delle soluzioni a suo tempo prospettate. La situazione sotto questo profilo maggiormente esposta era quella della Facoltà di Scienze, rispetto alla quale, pur di averla, si era data per scontata una diffusa collaborazione con gli istituti cittadini preesistenti, a vario titolo interessabili al progetto: Museo civico di Storia naturale, Politecnico, Scuola superiore di Agraria, Società d’Incoraggiamento. Come se, nella nuova situazione, si potesse ancora proseguire con i metodi che avevano caratterizzato il funzionamento, nei trascorsi decenni, del Consorzio fra gli Istituti superiori cittadini, imperniato, appunto, sullo scambio di docenti e sull’uso plurimo delle strutture. Le carenze dell’organico e l’inadeguatezza degli spazi e degli impianti a disposizione della nuova Facoltà risultarono per contro subito tanto più manifesti di fronte al rilevante numero di iscritti (159 nel 1924-25, 194 l’anno successivo, 254 nel 1926-27) interessati in particolar modo agli insegnamenti e alle prospettive legate alla Chimica industriale, ambito che conosceva proprio in quegli anni, per la prima volta in Italia, una cospicua espansione, con ovvi riscontri a livello universitario. Con la chiamata di Cambi ci si era oltretutto assicurati la presenza di un caposcuola: ma tutt’altro che soddisfatto delle condizioni alle quali si vedeva costretto, al punto da prospettare a più riprese addirittura la chiusura della Facoltà.

Il progetto originario della Città degli Studi era stato d’altra parte concepito quando non si parlava ancora di una università cittadina. Alcuni ampliamenti, rispetto ai piani primitivi, erano stati successivamente previsti, ma non certo tali da consentire l’inserimento dell’intero complesso al quale si era nel frattempo dato vita. Fedele comunque all’idea di concentrare tutto l’ateneo (salvo le strutture cliniche) entro un unico spazio, Mangiagalli aveva disposto che l’edificio destinato inizialmente all’Accademia scientifico-letteraria fosse ampliato in modo da potervi contenere anche gli uffici del Rettorato e la nuova Facoltà di Giurisprudenza. Appunto in attesa che il relativo sopralzo fosse terminato, si era provveduto all’affitto triennale della scuola di via San Michele del Carso. Quanto a Scienze, la sua idea era di ricorrere all’intero edificio comunale di via Sacchini, non molto lontano, trasferendo altrove le scuole che lo occupavano. Superata l’inevitabile fase di transizione, le cose si sarebbero in tal modo sistemate.

Per far accettare la sua linea dal Consiglio di amministrazione, costituito ai sensi della nuova normativa, Mangiagalli incontrò tuttavia serie difficoltà. La prima seduta fu caratterizzata da un fermo intervento del preside di Giurisprudenza Sraffa, il quale, dopo aver ringraziato Mangiagalli per il modo «quasi miracoloso» con il quale aveva compiuto la sua opera, espose il «netto dissenso» della sua Facoltà rispetto all’ipotesi di trasferirsi alla Città degli Studi, al «terzo piano dell’edificio originariamente destinato alla Facoltà di Lettere e Filosofia». La soluzione era giudicata inadeguata dal punto di vista logistico e inadatta, «lontana» com’era, sotto il profilo della localizzazione:

 

La Città degli Studi è sorta dove doveva sorgere, appunto perché si tratta di nuovi grandiosi edifici che non potevano essere costruiti nel centro, ma la Facoltà Giuridica (e ciò crede valga anche per la Facoltà di Lettere e Filosofia) ha esigenze speciali: la vita del pensiero giuridico è nel cuore della città, dove si trova il centro della pratica giuridica, dove risiedono le pubbliche biblioteche, e quelle della Corte d’Appello e del Tribunale.

 

Riserve vennero altresì espresse dai rappresentanti di Lettere, il geografo Ricchieri e il grecista Zuretti, i quali, d’accordo in linea di principio con le obiezioni espresse da Sraffa, chiesero che la nuova sede prevista per la loro Facoltà fosse comunque «sufficientemente ampia», in modo da poter ospitare «non solo le aule necessarie ma anche i gabinetti, specialmente quello di geografia, di storia dell’arte e di archeologia», facendo altresì notare come, allontanandosi dal centro, sarebbe stato necessario garantire alla biblioteca di Facoltà una dotazione «molto superiore». Sia i due rappresentanti di Lettere, sia Mortara, di Giurisprudenza, chiesero che in ogni caso le rispettive Facoltà potessero esprimersi sul progetto e sui piani di sistemazione e assegnazione dei locali. Mangiagalli si difese; assicurò che la nuova sede di Giurisprudenza sarebbe stata «ampia e decorosissima», rammentò come il trasferimento dell’Accademia scientifico-letteraria alla Città degli Studi fosse stato approvato dall’allora preside Novati. Quanto alla distanza, ricordò come il Municipio si stesse adoperando «per dotare in breve tempo la Città di una ferrovia metropolitana, e questa congiungerà in pochi minuti gli edifici universitari col centro cittadino»[3].

Per troncare ogni ostacolo e riaffermare la propria posizione (la seduta si era conclusa senza che fosse stata approvata la relazione riassuntiva da lui presentata dell’opera svolta e delle scelte adottate), Mangiagalli arrivò a presentare le proprie dimissioni, che il Consiglio, evidentemente non in grado di raccogliere la sfida, respinse, approvando la settimana successiva, all’unanimità, la relazione rettorale, con una mozione di plauso. Forte del consenso riottenuto, nel discorso inaugurale del novembre 1925, Mangiagalli illustrò le prospettive di sistemazione nei termini da lui stabiliti. Ma non furono meno rilevanti, in quel medesimo intervento, gli accenti decisamente critici nei confronti dell’applicazione in atto del riordinamento universitario avviato due anni prima. I presidi non più elettivi, l’uniformità coatta degli ordinamenti di corsi e scuole, i vincoli nelle chiamate dei docenti, la concentrazione a Roma delle operazioni per la libera docenza: il vecchio rettore avanzava le sue critiche in nome di una libertà accademica e didattica che le nuove disposizioni avrebbero dovuto rafforzare e che avevano invece nei fatti vanificato ed irrigidito. A quella stregua, diventava molto più difficile attribuire allo stesso ateneo milanese, come invece si sarebbe voluto, una sua specifica fisionomia. Mangiagalli pensava di poterlo in parte ancora fare dando spazio ai corsi postuniversitari, in particolare a Medicina, e soprattutto immaginando una sorta di divisione di compiti tra la Facoltà di Scienze e il Politecnico, assegnando alla prima «la formazione (…) dei grandi teorici dell’industria, degli scienziati che diventino i consiglieri, i propulsori delle grandi istituzioni industriali, mentre il Politecnico creerebbe i grandi tecnici: le masse dei tecnici», aggiungeva, «riservando all’Università di coltivare il fiore degli scienziati»[4].

Quanto al problema finanziario, Mangiagalli ne riconosceva l’esistenza, e sia pure facendo rilevare gli «affidamenti» ricevuti dagli enti locali circa un ritocco dei loro contributi. Un consolidamento era comunque indispensabile, tanto più dopo gli aumenti intervenuti nelle retribuzioni dei professori delle Università a totale carico dello Stato, che non si potevano non estendere a quelle del tipo B, dove sarebbero però stati a carico dei bilanci locali. Esplicito anche a questo riguardo, a proposito del contributo statale, fermo ancora alle originarie 300 mila lire (la metà di quanto assegnato, prima della costituzione dell’Università, all’Accademia scientifico-letteraria e agli Istituti clinici), Mangiagalli parlava di vera e propria «ingiustizia», non attenuabile «colla ragione della ricchezza di Milano»[5]. Ma niente lasciava intendere che all’«azione riparatrice» si intendesse davvero provvedere.

Quando, sette mesi più tardi, il Consiglio di amministrazione si trovò ad esaminare il bilancio preventivo 1926-27, la situazione risultò da quel lato immutata. A riprova dell’evidente «assoluta volontà» del governo «che l’Università di Milano faccia da sé», il preside di Lettere Scherillo riferì anzi la frase ripetutagli «insistentemente» dal ministro Fedele in occasione di un recente incontro a Spoleto: «A Milano neanche un soldo[6]». Il Consiglio reagì votando un ordine del giorno con il quale si invitava il rettore «a presentare al Capo del Governo il vivo ed unanime voto del Consiglio, affinché il Governo voglia contribuire ai bisogni dell’Università, in misura adeguata alla importanza di essa e al concorso che essa reca al progresso scientifico ed economico del Paese». Ma a Mangiagalli non poteva bastare. Ritenendo intollerabile che il ministro, dopo le dichiarazioni a lui fatte, verbali e scritte, «che assicuravano una ben maggiore benevolenza», avesse scelto quel «modo inusitato» per fargli conoscere le sue direttive, ne trasse le conseguenze rassegnandogli le proprie dimissioni[7]. Fedele gli rispose che Scherillo «avrebbe senza dubbio fatto meglio a non dare la notizia in maniera così cruda e recisa», e che per parte sua non gli aveva dato nessun incarico; ma aggiunse anche di rendersi conto dell’impressione che le parole da lui pronunciate potevano avergli fatto, spingendolo a riferirle in quel modo. La sostanza in ogni caso era quella: né per il trasferimento del Politecnico nella nuova sede (questione alla quale si accennerà più avanti) né per l’Università egli era autorizzato a chiedere fondi al Ministero delle Finanze. Non gliene aveva scritto, solo perché gli era sembrato più opportuno parlargliene direttamente. Quanto alle dimissioni, che avrebbero assunto un significato di «protesta personale» nei suoi confronti, assolutamente ingiustificata, la sua vivissima preghiera era di permettergli «di ritenerle come non presentate»[8].

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Mangiagalli in effetti rimase, ma solo per pochi mesi, nonostante un provvedimento speciale emanato l’anno prima, quando aveva raggiunto i prescritti limiti di età, con il quale il Consiglio dei Ministri l’aveva confermato in carica per un altro triennio[9]. Provvedimento che, nella lettera appena citata, Fedele non mancò di ricordargli. Già da qualche tempo la sua posizione nel contesto cittadino e in rapporto al quadro politico generale, non era d’altra parte più quella di due anni prima. Nel rimpasto del novembre 1925, dopo l’attentato Zaniboni, che aveva portato alla costituzione di una Giunta amministrativa composta tutta di elementi fascisti, Mangiagalli aveva ancora mantenuto la poltrona di sindaco, ma le pressioni per eliminarlo, sostituendolo con un commissario regio, nella prospettiva di un’estensione anche ai grandi centri dell’istituto del podestà, si erano fatte via via crescenti, fino a rendere inevitabili, nell’agosto 1926 – il mese successivo le dimissioni rientrate da rettore di cui si è appena detto – le dimissioni definitive da sindaco[10].

Come rettore Mangiagalli tenne il suo ultimo discorso tre mesi più tardi, inaugurando il nuovo edificio di via Saldini, dove si erano trasferite, secondo la sua volontà, le Facoltà di Giurisprudenza e di Lettere e filosofia. Raggiunto nel frattempo un accordo con l’Ospedale Maggiore per far sorgere nell’area dei suoi padiglioni una nuova «Città Clinica», dove radunare tutte le strutture relative (e Mangiagalli spiegava come, «figgendo lo sguardo all’avvenire», avesse già provveduto a chiedere all’Assessore competente di far rientrare nel piano regolatore dell’area anche la zona contigua compresa tra via Lamarmora, via Commenda, via S. Barnaba e Corso di Porta Romana), al completamento dei suoi disegni non mancava, ormai, che la sistemazione della Facoltà di Scienze, «la più derelitta, la più dispersa, eppure quella che deve costituire la forte tonalità di una Università»[11]. Ma anche a quello (spiegò) egli aveva pensato, prevedendo che anche la Chimica potesse trovare spazio in via Sacchini: un passo per il quale occorreva a quel punto solo il nulla osta del commissario regio – e futuro primo podestà – Belloni. La sua conclusione era, insieme, orgogliosa e rassicurante: «l’Università si incammina a grandi passi verso quella meta di grandezza che la porrà tra le prime non solo d’Italia ma di Europa»[12].

Ma la successione, assunta da Baldo Rossi, affiancato come prorettore da Livini, che lasciò la presidenza di Medicina a Pepere, non fu all’insegna della continuità. Una delle prime preoccupazioni del neodesignato riguardò l’accertamento dell’effettiva situazione finanziaria, per il quale si ricorse ad una società di revisione specializzata, che registrò un disavanzo di oltre due milioni. Di fronte alle contestazioni avanzate dagli uffici dell’Università circa l’esattezza del computo eseguito, che non avrebbe tenuto conto di vari residui attivi, intervenne un ispettore ministeriale, il quale, se per un verso confermò i rilievi dei revisori circa l’inadeguatezza dei criteri contabili adottati, per un altro verso registrò una passività effettivamente minore, ma comunque considerevole, ammontante ad un milione e mezzo circa[13]. Non sussisteva alcuna possibilità di colmare un buco di una tale entità con i fondi ordinari, dimostratisi insufficienti anche per far fronte ai normali bisogni di funzionamento.

Parallelamente si ponevano gli altri problemi che Mangiagalli aveva dato per risolti, o comunque avviati ad una loro naturale soluzione, e che tali invece non erano. Quello relativo alla sede della Facoltà di Scienze anzitutto: lungi dal concedere l’edificio di via Sacchini nella sua interezza, il Comune aveva chiesto che fosse lasciata libera anche la parte intanto occupata dall’Istituto di Fisica complementare, necessaria per le attività scolastiche che vi si dovevano insediare. Fosse davvero quello il motivo, o lo si fosse adottato come espediente per rendere inevitabile una riconsiderazione della strategia adottata, occorreva in ogni caso pensare – e con la massima urgenza, considerata la condizione sempre più insostenibile degli insegnamenti e degli istituti chimici – ad una soluzione alternativa. Ma neppure l’attribuzione del palazzo di via Saldini al Rettorato e a Lettere e Giurisprudenza, per quanto già intervenuta, doveva considerarsi scontata. Anche perché, alla verifica dei fatti, si era potuto constatare che le riserve avanzate nel maggio 1925 dai responsabili delle due Facoltà interessate, e tacitate da Mangiagalli nel modo che si è visto, avevano piena ragion d’essere. Nonostante il sopralzo, lo stabile si era rivelato troppo piccolo e strutturato in maniera inadeguata agli usi ai quali lo si era voluto convertire. Senza dire che, configurandosi a quel punto come il maggiore e più rappresentativo edificio dell’Ateneo, sede del suo Rettorato, la sua collocazione appariva del tutto sacrificata e inadatta anche sotto il profilo del prestigio, nascosto com’era «a ridosso di uno Stabilimento privato, senza una fronte sul gran viale Colombo, ove sono la superba facciata del Politecnico e quella dell’Istituto Agrario».

La soluzione veniva individuata nella collocazione degli istituti scientifici, in particolare quelli chimici e fisici, proprio in via Saldini. Per Rettorato e Facoltà umanistiche, da ritrasferire nel centro cittadino, si pensò già allora all’«insigne palazzo del Filarete», sede che «nessuna altra Università» avrebbe potuto avere «più magnifica e più ampia»[14]. Ma i tempi di realizzazione del nuovo Ospedale, sostitutivo della vecchia «Cà Granda», avrebbero richiesto un’attesa troppo lunga. D’intesa con il podestà Belloni, venne allora scelto un palazzo comunale collocato lungo quello che nel frattempo era stato battezzato Corso Roma: un ampio edificio, costruito all’indomani dell’Unità con l’intenzione proprio di farne la sede degli istituti superiori cittadini e in seguito adibito a scuole. Nonostante i tentativi compiuti da Mangiagalli per impedire un simile stravolgimento delle sue impostazioni, l’operazione andò avanti in tempi rapidissimi, al punto da rendere possibile un primo insediamento già nell’aprile 1927. Nell’occasione Rossi telegrafò a Mussolini comunicandogli di avere dedicato al suo «venerato nome» l’aula maggiore di Corso Roma, «quale atto di devozione dell’intellettualità fascista milanese»[15]. Ma era già prevista la realizzazione di una grande aula magna mercé la copertura di un cortile interno: operazione per la quale si sarebbe dovuto però attendere che venisse liberata la parte di fabbricato occupata da una scuola elementare che dava verso la via Rugabella.

Contemporaneamente veniva risolto il problema finanziario, approfittando di un contesto di evidente disponibilità delle autorità locali, e in particolare del podestà Belloni. Del Consiglio di amministrazione faceva d’altronde parte, quale rappresentante del governo, anche Arnaldo Mussolini, e tutto lascia ritenere che il suo autorevole avallo abbia pesato. Quello che il governo non aveva inteso concedere a Mangiagalli e che avrebbe d’altronde continuato a non dare dal centro, veniva insomma assicurato, a quel punto, dal fascismo localmente, attraverso gli apporti degli enti entrati nella sua orbita o conquistati dai suoi uomini. Sgombrato il campo dalla scomoda presenza di Mangiagalli, Baldo Rossi era, a vario titolo, l’elemento adatto per rafforzare il rapporto in questione. Per colmare i disavanzi pregressi e garantire la copertura di quanto necessario per l’adattamento del palazzo di via Saldini alle nuove funzioni (ma lavori di sistemazione superiori al previsto si sarebbero resi necessari anche in Corso Roma), si stabilì di ricorrere ad un prestito di tre milioni e mezzo (procedura che sarebbe stata in effetti attivata con la Cassa di Risparmio l’anno dopo, all’interno di una più ampia operazione con l’Istituto Fondiario della Cassa contratta direttamente dall’amministrazione comunale). Parallelamente, nel luglio 1927, si diede corso a convenzioni aggiuntive con Comune, Provincia, Camera di Commercio e Cassa di Risparmio, che elevarono le entrate ordinarie di quasi un milione e mezzo, cifra che, oltre a consentire l’ammortamento dei previsti mutui, sembrava mettere il bilancio universitario in condizioni di tranquillità.

Rispetto ai cinque milioni e mezzo di entrate del 1928-29 (di cui un milione e 700 mila lire da tasse e contributi), gli enti locali (Comune in testa) ne assicuravano quasi tre: erano loro i veri e indispensabili sovvenzionatori dell’ateneo, mentre si riducevano via via gli apporti dei privati. Il contributo statale rimase inalterato: venne anzi ridotto, così come accadde per tutti gli atenei, in seguito alla stabilizzazione monetaria. Ma la sua incidenza a Milano era così modesta che, a differenza di quanto avvenne in varie sedi, tale sua diminuzione non ebbe effetti durevoli sull’entità delle dotazioni per gli Istituti, che poterono essere subito ripristinate nella precedente misura, ed anzi indirettamente aumentate grazie alla rivalutazione della lira.


1

Sulla fisionomia culturale e scientifica della Facoltà, e su quella parallela attivata dalla Cattolica, cfr. G. Bognetti, La cultura giuridica e le Facoltà di Giurisprudenza a Milano nel secolo ventesimo. Abbozzo di una storia, Milano 1991.

2

Regia Università degli Studi di Milano, Annuario. Anno accademico 1924-25, Milano 1925, pp. 91-92.

3

Archivio dell’Università degli Studi di Milano (d’ora in avanti AUSM), Verbali delle sedute del Consiglio d’amministrazione, seduta del 18 maggio 1925.

4

Regia Università degli Studi di Milano, Annuario. Anno accademico 1925-26, Milano 1926, pp. 24-25.

5

Ivi, p. 27.

6

AUSM, Verbali delle sedute del Consiglio d’amministrazione, seduta del 30 giugno 1926.

7

L. Mangiagalli a P. Fedele, «Riservatissima-Personale», 1° luglio 1926, in ACS, Min. Pubbl. Istruz., Direz. gen. Istruz. sup., Div. III, 1923-45, b. 24.

8

Fedele a Mangiagalli, «Raccomandata personale», 3 luglio 1926, ivi.

9

Cfr. la relativa comunicazione da parte sua in ASMU, Verbali delle sedute del Consiglio d’amministrazione, seduta del 17 settembre 1925.

10

Cfr., su tale passaggio, I. Granata, L’avvento del fascismo. Le Giunte Filippetti e Mangiagalli, in Storia di Milano, cit., voI. XVIII*, Milano 1995, pp. 620-622.

11

Regia Università degli Studi di Milano, Annuario. Anno accademico 1926-27, Milano 1927, p. 17.

12

Ivi, p. 21.

13

«Regia Università degli Studi di Milano. Relazione sulla Situazione finanziaria», a f. del rag. Umberto Pozzo, Roma, 20 marzo 1927, in ACS, Min. Pubbl. Istru., Direz. gen. Istruz. sup., Div. III, 1923-45, b. 45. Nel gennaio 1928 il Pozzo sarebbe stato nominato Direttore amministrativo e di segreteria dell’Università, provvedendo in tale veste a rivedere le procedure contabili e amministrative.

14

Si esprimeva così lo stesso rettore; cfr. la sua relazione in AUSM, Verbali delle sedute del Consiglio d’amministrazione, seduta dell’11 giugno 1927.

15

T. 25 aprile 1927, in ACS, SPD-CO, fasc. 509.619.

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