Storia della Bocconi

1915-1945. Tra le due guerre

Il fascismo studentesco


Parole chiave: Rettore Bolchini Ferruccio, Fascismo, Guf

«Il pieno affiatamento fra direzione, professori e studenti fu reso più facile quando si costituì il gruppo universitario fascista, col quale subito fu iniziata una cordiale collaborazione, resa più pronta e feconda per il fatto che per lungo periodo alla testa del Guf milanese furono costantemente giovani bocconiani»[1]. Così, nel marzo 1940, in una lunga e dettagliata relazione generale indirizzata al Ministero dell’Economia nazionale si esprimeva il Rettore dell’Università Bocconi. In realtà, l’avvio del processo di controllo fascista del mondo bocconiano avvenne dal basso, per gradi e con tempi lunghi, a partire dalle prime misure attuative delle famigerate leggi «fascistissime», promulgate nel novembre 1926, con le quali non solo furono sciolti partiti e sindacati, ma si procedette all’organizzazione totalitaria di ogni componente associativa della compagine sociale[2]. Fin dai primi giorni di dicembre di quell’anno, professori, liberi docenti e assistenti delle Università e degli Istituti superiori milanesi, già iscritti alle categorie professionali soppresse, vennero convocati in una sala del castello sforzesco per procedere alla solenne costituzione del «Gruppo Fascista della Scuola»[3].

Di lì a poche settimane, ai primi del 1927, l’ingegner Cenerini, che inutilmente aveva corteggiato Angelo Sraffa, comunicava al nuovo Rettore Ferruccio Bolchini che «In perfetto e disciplinato ossequio alle vigenti leggi sindacali emanate dal Governo nazionale Fascista», il gruppo universitario fascista milanese aveva sciolto tutte le organizzazioni studentesche cittadine, le quali «forse perché troppe e troppo spesso discordanti tra loro, non avevano dato quel fervore di opere che solo può giustificare un organismo nel regime attuale»[4] e, al loro posto, aveva dato vita ad un’unica «Federazione Universitaria Milanese», sia per «spingere i goliardi verso un maggior addestramento sportivo», sia per inquadrarli «più degnamente nel movimento Nazionale Fascista, con la cosciente consapevolezza che ai giovani sono affidati i superiori Destini delle Patria»[5]. A completamento della comunicazione, il segretario politico avvisava il Rettore dell’attivazione di una sezione bocconiana della Fum cui era affidato il compito di affrontare e risolvere «qualsiasi eventuale questione sindacale o politica che dovesse presentarsi nei riguardi degli studenti nel di Lei Ateneo»[6].

Fra le funzioni svolte dal Guf, ben presto s’imposero quelle di collegamento con la segreteria generale del partito a Roma di modo che, lontano dalla capitale e fuori della sfera di diretta influenza del partito, le disposizioni di carattere organizzativo venissero senza indugio osservate. Alla fine di marzo di quell’anno, per esempio, Cenerini comunicava al Rettore che il ministro dell’Istruzione aveva disposto la sospensione delle lezioni universitarie dal 22 al 26 aprile per permettere ai goliardi italiani di partecipare ad una solenne manifestazione patriottica a Gorizia. Il dirigente del Guf milanese chiedeva che anche gli studenti fascisti della Bocconi, che dipendeva dal Ministero dell’Economia nazionale, potessero prendere parte all’iniziativa. La richiesta venne tempestivamente accolta e gli esami di Merceologia, previsti per quei giorni, furono rimandati a dopo[7].

Alla fine delle vacanze estive, nell’ottobre del ’27 gli studenti fascisti intrapresero un’energica azione nel settore delle dispense e dei libri di testo. Stimolato da un solenne pronunciamento del segretario generale del partito Turati, prontamente accolto dalla commissione dei Rettori milanesi ed avallato dal Podestà, il Guf di Milano si riservò in esclusiva il compito «di organizzare tutta la pubblicazione e la diffusione delle dispense dei corsi universitari nei varii Atenei». L’operazione veniva giustificata con l’intento di sottrarre gli studenti «agli interessi di speculazioni private troppo spesso assai poco oneste»[8]. A due anni di distanza, nel novembre del ’29, scrivendo al Rettore, il segretario amministrativo del Guf dichiarava di gestire un avviatissimo «Ufficio Dispense» e di perseguire uno scopo essenzialmente assistenziale a vantaggio degli allievi. Dopo aver lamentato che «alcuni speculatori, adoperando influenze e sotterfugi, continuavano ad operare a danno delle tasche degli studenti»[9], il segretario amministrativo chiedeva a Bolchini: «La esclusività di vendita delle Dispense e dei Libri nei locali dell’Università Bocconi; la esclusività nella pubblicazione in dispense dei corsi svolti dai Professori (esclusi si capisce quei corsi che i Signori Chiar.mi Professori intendono far pubblicare in stampa); il suo benevolo intervento presso i Chiar.mi Professori affinché collaborino con noi onde si possa (non avendo noi alcuna intenzione di lucro) riuscire a fornire agli studenti le dispense ben fatte a bassissimo prezzo»[10].

Nel corso del biennio 1928-29 Alfio Biondo, l’intraprendente nuovo segretario politico del Guf, portò felicemente a termine la sua strategia di penetrazione in Bocconi. Dapprima, nel settembre del ’28, presentò un’articolata proposta che prevedeva l’attribuzione agli universitari fascisti dell’esercizio della sala di scherma e della palestra, dietro corresponsione da parte di tutti gli studenti iscritti della quota annua di 50 lire[11]. Entrando a far parte dell’organizzazione sportiva fascista, i giovani bocconiani avrebbero potuto fruire degli altri impianti gestiti dal Guf cittadino, dell’assistenza degli allenatori ed istruttori, di sconti e facilitazioni per l’acquisto d’indumenti sportivi ed, infine, avrebbero ricevuto in abbonamento il giornale universitario «Libro e moschetto»[12]. Era quello l’inizio di una collaborazione sempre più stretta che avrebbe permesso agli atleti bocconiani di primeggiare nell’occasione dei Littoriali dello Sport che, come affermava Achille Starace, «rendono più vigorosi i muscoli e lo spirito»[13]. Era anche l’occasione per rivendicare ed ottenere in università una stanza attrezzata per il Guf bocconiano che, dopo qualche velato tentativo di resistenza da parte di Palazzina[14], alla fine venne concessa.

La seconda mossa di Biondo venne messa in atto nella primavera dell’anno seguente 1929. Dopo aver fatto notare al Rettore il cattivo funzionamento della mensa, che causava danni «alla salute e alla borsa degli studenti», e dopo avere evocato «una circolare del Nostro Capo S.E. Turati che vuole gestite dai Guf le mense universitarie»[15], in undici dettagliati punti, che somigliavano piuttosto ad un vero e proprio capitolato contrattuale, egli rivendicò al gruppo universitario fascista la gestione della mensa stabilendo un prezzo di 4,5 lire per pasto. Sei mesi dopo, nella riunione autunnale del Consiglio Direttivo la proposta venne accolta, come già era avvenuto per la mensa studenti del Politecnico[16].

Fra le molte presentate, solo un’istanza riguardante le regole didattiche venne respinta. Nel marzo del 1928 gli studenti fascisti avevano chiesto l’abolizione della norma che equiparava gli esami di lingue straniere a quelli di discipline economiche e tecniche per l’ottenimento del passaggio dal primo al secondo biennio. Il Rettore argomentò la dettagliata risposta negativa sottolineando che l’insegnamento delle lingue estere costituiva «uno degli scopi più immediati ed essenziali dell’Università, data la scarsità di giovani italiani capaci di corrispondere in lingue straniere» e che la Bocconi provvedeva «nei modi più svariati ad integrare gli insegnamenti ufficiali di lingue straniere coll’istituzione di corsi di avviamento alla conversazione, coll’istituzione di corsi serali per gli studenti meno preparati, curando l’avviamento all’estero degli studenti desiderosi di rendere più facile e più breve lo studio delle lingue». Da ultimo, Bolchini riprendeva abilmente il testo del lodo arbitrale emesso nel 1922 da Benito Mussolini e da Alfredo Rocco nel quale «l’austerità dei criteri seguiti nella Bocconi era stata espressamente lodata come fonte di maggior prestigio per l’Università»[17].

L’iniziativa politica del gruppo universitario fascista nel settembre del 29 arrivò al punto di proporre al Consiglio Direttivo l’istituzione dell’insegnamento obbligatorio di Diritto corporativo e di identificare, d’accordo con le autorità politiche cittadine, nell’Avvocato Nino Orsi il docente cui doveva essere affidato il corso[18]. Analogamente, nel giugno del ’31, il bocconiano Andrea Ippolito, che nel ’26, da studente, era stato il vessillifero della Bocconi alla celebrazione della vittoria a Bolzano, divenuto segretario politico del Guf milanese, sollecitava l’attivazione di un corso di discipline coloniali per evitare che «un laureato in Scienze economiche e commerciali possa essere completamente ignaro di tutti i problemi economici, commerciali, giuridici, politici, sociali inerenti alle Colonie, quando le colonie rappresentano per l’Italia l’unica possibilità di espansione»[19]. La richiesta sarebbe stata soddisfatta solo a partire dall’anno accademico 1935-36 con un corso di Politica coloniale tenuto dal professor Renzo Sertoli Salis[20].

Proseguiva frattanto un’azione di controllo delle forme e degli stili che i fascisti consideravano doverosi e che non si peritavano di applicare e di pretendere da tutti. Nel gennaio del 1931, per esempio, il fiduciario della sezione universitaria faceva rilevare a Palazzina che «nelle aule di questa università mancano le effigi di S.M. il Re e di S.E. il Capo del Governo aspettandosi che sarà provveduto»[21]. Di Lì a cinque mesi, il responsabile politico del Guf esigeva che venisse cancellato dall’elenco dei laureati Riccardo Bauer, dopo una condanna a 20 anni di reclusione inflittagli «per criminosa attività contro il Regime Fascista»[22], e che si affiggessero lungo i corridoi e negli atri «gli striscioni nei quali è scritto: qui si saluta romanamente, unicamente perché è stato rilevato che non tutti gli studenti così si regolano nei riguardi dei Sigg. Professori, verso i quali noi desideriamo siano sempre in prima linea l’ossequio e il rispetto»[23]. Per quanto poche fossero le studentesse, che nel 1930 non arrivavano a 20, all’inizio del nuovo anno accademico la delegazione dei fasci femminili della provincia di Milano interessò il Rettore perché appoggiasse «la più efficace propaganda» volta a preparare le giovani bocconiane ai «futuri compiti che saranno chiamate ad assolvere come donne Italiane e Fasciste»[24].

A partire dal 1930, ogni sei mesi, Palazzina predispose una dettagliata relazione da inviare al «Ministero della Educazione Nazionale» nella quale compendiava una serie d’informazioni e di dati sul numero degli studenti, sulla regolare frequenza alle lezioni e sul normale svolgimento delle prove d’esame, sulla disciplina, sul numero di esami sostenuti e di tesi discusse, sugli insegnamenti complementari attivati, sulle conferenze organizzate a latere dei diversi corsi, sempre più frequentemente intonate alle parole d’ordine del duce e per lo più tenute da alti dignitari politici e da studiosi perfettamente inseriti nelle strutture scientifiche ed intellettuali del regime. La Bocconi si prestava anche a divulgare le opere dei gerarchi che avessero una qualche pertinenza con le discipline economiche e giuridiche. Nel dicembre del 1930, per non fare che un esempio, il Guf si fece spedire da Roma 300 copie dell’opuscolo di Bottai intitolato «La carta internazionale del Lavoro e la Carta italiana» da mettere in vendita a 3 lire la copia[25]. Evidentemente nessun docente ne consigliò la lettura, né i giovani fascisti lo reputarono interessante se, a quindici mesi di distanza, all’editore ne vennero restituite 269 copie[26].

Con malcelato orgoglio, le relazioni semestrali indugiavano anche sui successi colti dagli studenti bocconiani negli annuali littoriali sportivi, specialmente nell’atletica leggera, nella scherma, nello sci e nel calcio, ed ancor più in quelli della cultura e dell’arte maschili e femminili. Dal 1935 in poi, però, la frequenza dei giovani bocconiani agli «agoni culturali ed artistici» si fece progressivamente più rara. Nel giustificarli, Palazzina notava di essersi adoperato per cercare di spingerli a partecipare e di aver colto qualche disagio «per il trattamento loro riservato in precedenti gare (sicché) non hanno osato ritentare la prova. D’altra parte l’esclusione delle signorine – e qui ne abbiamo in terzo e quarto corso – quattro o cinque che avrebbero potuto con buone probabilità di successo difendere i colori della Bocconi (…) contribuisce a rendere esigua la rappresentanza della Bocconi»[27].

Sembra di capire che la massiccia provenienza dagli Istituti tecnici delle nuove leve degli studenti rappresentasse un serio ostacolo alla partecipazione a gare per le quali sembrava meglio attagliata la cultura dei liceali. Per l’appunto questo argomento invocava il nuovo Rettore Gustavo Del Vecchio nel giustificare presso il segretario politico del Guf milanese «la scarsa partecipazione dei nostri studenti ai Littoriali della Cultura» nonostante (…) «tutti i nostri professori e in particolare quelli che presiedono gli Istituti di Economia, di Politica economica e finanziaria e di Statistica e di Geografia economica siano stati lieti di prestare il loro appoggio ai giovani desiderosi di partecipare»[28]. Ed in aggiunta portava un’argomentazione pesante: «Ma io temo che tale risultato dipenda in parte dal fatto che parecchi dei giovani migliori non possono, per condizione di famiglia, dare tutta la loro attività agli studi»[29].

Per la prima volta, ed incidentalmente, si faceva cenno alla difficile condizione degli studenti lavoratori e, indirettamente, alla caduta delle frequenze ai corsi; caduta interpretata come un fenomeno di disaffezione dalle minacciose implicazioni politiche. Il primo marzo del ’37, il segretario politico del Guf di Milano lanciò una severa operazione di controllo su tutta la popolazione universitaria milanese. Le segreterie delle Università avrebbero fornito nel più breve tempo possibile gli elenchi di tutti gli studenti iscritti. I fiduciari di facoltà avrebbero consegnato i ruoli ai loro colleghi di corso. Costoro avrebbero dovuto convocare di volta in volta un certo numero di studenti in modo da accertare: «il preciso indirizzo, la posizione nei confronti del tesseramento al Partito Nazionale Fascista, le attività specifiche nell’ambito del Guf, le ragioni per le quali (se caso) non sono iscritti alla Milizia Volontaria, la frequenza o meno alle adunate, se hanno la divisa prescritta ed, in caso contrario, le ragioni per le quali non hanno provveduto». La frase di chiusura della circolare dà la misura del clima allarmistico diffusosi fra i responsabili del partito: «Detta attività dovrà essere completata entro il mese di marzo irrevocabilmente e radierò quei fiduciari che non la adempiranno con la massima solerzia»[30].

Nelle relazioni inviate a Roma negli ultimi anni Trenta a proposito della frequenza veniva ribadita l’abitudine diffusa di seguire le lezioni delle primissime ore del mattino, quelle che si tenevano dalle 13.30 alle 14.30 e quelle serali facoltative di conversazione in lingue straniere, a riprova del crescente numero di studenti lavoratori[31]. Anche i quadri del partito percepivano sintomi di malessere e ne trattavano pubblicamente nelle adunate. In occasione dell’assemblea annuale del Guf bocconiano, nell’aprile del 1937, il relatore affermò che addirittura due terzi degli iscritti alla Bocconi erano impiegati e che, pertanto, non facevano vita politica attiva anche se il 44% degli iscritti all’Università erano fascisti[32].

La relazione tenuta all’assemblea del ’38 conteneva alcuni ulteriori indizi di una crescente difficoltà del regime a mobilitare gli studenti. «Il fenomeno delle scarse frequenze sembra oggi essere di generale portata», affermò il relatore, «esso si avverte non solo nelle adunate (della Milizia), ma anche ai convegni di Mistica fascista. Da quattro anni a questa parte (dal 1934) si è notata una fortissima contrazione nelle presenze ai corsi universitari» soprattutto per effetto delle «mutate condizioni economiche»[33].

Dal 1938, forse anche a causa dell’applicazione delle leggi razziali, gli iscritti al Guf della Bocconi presero a calare sensibilmente proprio mentre si verificava un’impennata delle iscrizioni.

Nel 1941, a guerra avanzata, con molti studenti alle armi, la propaganda fascista non aveva ormai altra risorsa che le parole d’ordine: stereotipi retorici straordinariamente significativi del disagio nel quale versava il regime. Nel marzo del 1941, mentre ancora avevano luogo i Littoriali sportivi, ai «Camerati bocconiani» il segretario politico del Guf non sapeva che proclamare: «in questo storico momento la consegna è: lavorare e tacere!» e aggiungeva: «Vi sono ancora alcuni, esigua minoranza, i quali si credono in dovere di sollevare obbiezioni e di diffondere voci tendenziose; questi individui sono destinati ad essere schiacciati; e saremo noi goliardi che ci procureremo questa grande soddisfazione!»[34]. Di lì a non molto, la storia si sarebbe incaricata di smentirlo a prezzo d’indicibili sciagure collettive ed individuali, umane e materiali.


1

Ibidem, b. 22/3 2° Relazioni al Ministero, 7 marzo 1940.

2

N. Tranfaglia, La prima guerra mondiale e il fascismo, «Storia d’Italia Utet» (diretta da G. Galasso), vol. XXII, Torino 1995, p. 424.

3

Ibidem, b. 49/1, Guf, Circolare dell’8 dicembre 1926.

4

Ibidem, Circolare al Rettore del gruppo universitario fascista «Ugo Pepe» del 13 gennaio 1927.

5

Ibidem.

6

Ibidem.

7

Ibidem, Cenerini a Bolchini, 31 marzo, 5 e 7 aprile 1927.

8

Ibidem, Cenerini a Palazzina, 24 ottobre 1927.

9

Ibidem, A. Biondo a Bolchini, 21 novembre 1929.

10

Ibidem, In una lettera al Rettore del 3 aprile 1929 il fiduciario della Bocconi del Guf milanese lamentava il ritardo con il quale il prof. Longo consegnava le parti di dispense di Diritto privato e di Diritto internazionale, col rischio che i testi non fossero pronti per la sessione di esami di luglio. Nell’ipotesi di un irrimediabile ritardo veniva minacciata la ristampa delle vecchie dispense e la vendita ad esaurimento delle medesime anche quando fossero state approntate le nuove.

11

Ibidem, A. Ippolito a Bolchini, 23 settembre 1929.

12

Ibidem, G. Dubini a Bolchini, 19 settembre 1928.

13

Ibidem, Circolare n. 22 del direttorio nazionale del partito nazionale fascista, Roma, 11 ottobre 1933.

14

Ibidem, G. Palazzina a A. Biondo, 11 febbraio 1929. Il Guf chiese la concessione permanente della sala adibita a direzione delle lingue.

15

Ibidem, A. Biondo a Palazzina, 1 marzo 1929.

16

Ibidem, A. Biondo a Bolchini, 13 aprile 1929, per la data della concessione si vedano in questo volume le pagine di A. De Maddalena.

17

Ibidem, Bolchini al Guf, 12 marzo 1928. La presa di posizione del Consiglio Direttivo venne condivisa dal Vice Presidente del Consiglio Provinciale dell’Economia con una lettera ufficiale del suo Vice Presidente del 15 marzo in Ibidem.

18

Ibidem, A. Ippolito al Consiglio Direttivo, 15 settembre 1929.

19

Ibidem, A. Ippolito a U. Gobbi, 24 giugno 1931.

20

Annuario 1935-36 e 1936-37 p. 44, il 14 gennaio del 1935 Palazzina sollecitava il Guf perché collaborasse alla formazione di un «nucleo compatto di assidui» alle lezioni.

21

Ibidem, A. Rossi a Palazzina, 31 gennaio 1931.

22

Ibidem, U. Gobbi ad A. Ippolito, 18 giugno 1931.

23

Ibidem, A. Ippolito al Rettore, 5 giugno 1931.

24

Ibidem, L. Trivulzio a U. Gobbi, 8 novembre 1930.

25

Ibidem, A. Biondo a Palazzina, 1 dicembre 1930.

26

Ibidem, A. Bemard a Maldarelli, 5 aprile 1932.

27

Ibidem, Palazzina a Cerrini, 17 gennaio 1936.

28

Ibidem, G. Del Vecchio ad A. Melgiovanni, 13 gennaio 1936.

29

Ibidem.

30

Ibidem, A. Melgiovanni al Rettore, 1 marzo 1937.

31

Ibidem, b. 22/3 2° 23 febbraio 1939.

32

Ibidem, b. 49/1, Relazione all’assemblea di facoltà, 23 aprile XV (1937).

33

Ibidem, Assemblea di facoltà 6 maggio anno XVI (1938).

34

Ibidem, Rapporto dell’Università Commerciale Luigi Bocconi, 13 marzo 1941 XIX.

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