Storia della Bocconi

1915-1945. Tra le due guerre

Il tormentato primo dopoguerra


Parole chiave: Palazzina Girolamo

L’euforia per la vittoria conseguita a carissimo prezzo sull’impero austro-ungarico: 680 mila morti, mezzo milione di mutilati ed invalidi e più di un milione di feriti, per non dire degli onerosi sacrifici individuali e collettivi di carattere morale e materiale, si spense quasi subito. I 271 immatricolati per l’anno accademico 1918-19 – prima di allora non se n’erano mai visti tanti[1] – inaugurarono una fase durata fino ai primi anni Venti durante la quale in Bocconi gli studenti attinsero un livello numerico quasi triplo rispetto a quello tenuto nel quadriennio precedente lo scoppio della Grande Guerra. Dal 1918-19, oltre agli uditori ed agli allievi in corso, per la prima volta, la segreteria accettò anche l’iscrizione di 96 fuori corso. Dai primi di marzo del 1919, le numerose matricole bocconiane si confusero con più anziani colleghi, per una parte smobilitati e congedati dopo un lungo servizio militare e, per un’altra, mantenuti nei ranghi e tuttavia autorizzati a frequentare le lezioni, a prendere i pasti alla mensa in allestimento e a fare esercizio nella sala di scherma e nella palestra ginnica aperta nei sotterranei di Largo Notari. Dei 51 «studenti militari» iscritti al primo corso[2] alla fine della guerra, la maggior parte dei quali originari di ogni parte della penisola, solo 23 – il 45% – completarono in Bocconi il loro ciclo di studi con la laurea fra il 1921 e il 1924[3].

Le informazioni che abbiamo a proposito della distribuzione degli iscritti nei diversi anni, pur tenuto conto del severo «catenaccio» piazzato al termine del primo biennio, mostrano che la situazione di emergenza andò gradualmente attenuandosi sull’arco del quadriennio 1918-1921.

 

Tabella 1 Distribuzione percentuale degli studenti per anno di corso (1918-1921).

Anni accademici

Anni di corso

 

I

II

III

IV

f.c.

1918-19

35,5

31,3

13,9

6,7

12,6

1919-20

34,5

24,2

23,3

10,4

7,6

1920-21

34,5

30,5

16,4

10,5

6,7

1921-22

32,5

32,1

21,2

13,2

1,0

Fonte: mie elaborazioni sulla base di T. Bagiotti, op. cit., Tabella 1, p. 253.

 

Nel primo anno accademico di pace due studenti su tre erano iscritti al primo biennio ed uno su otto era fuori corso. Il ritorno alla normalità nel giro di alcuni anni diede modo a molti di recuperare parte del tempo trascorso al servizio della nazione e di addottorarsi in Scienze economiche e commerciali. Una vera e propria scalata del numero dei laureati, addirittura decuplicati fra il tragico 1917 di Caporetto (13 lauree) ed il 1920 (134) prova efficacemente l’impegno col quale studenti e professori svolsero il loro ruolo nonostante che le condizioni politiche, sociali e culturali milanesi ed italiane andassero incontro ad un processo di crescente deterioramento.

Una pur indiretta conferma dell’esistenza di un clima emotivo di risarcimento a favore delle decine e decine di studenti reduci dal fronte che, finalmente ritornati agli studi, si accingevano a completare un non facile itinerario tecnico e culturale lungamente tralasciato per servire la patria, è data dai punteggi riportati nei 389 esami di laurea del periodo 1918-1922 che furono sensibilmente peggiori tanto delle 183 analoghe prove sostenute nell’ultimo quadriennio di pace (fra il 1910 ed il 1913), quanto delle 63 discussioni di tesi avvenute nei difficili e tormentati quattro anni di guerra.

 

Tabella 2 Risultati degli esami di laurea per classi di voti (valori percentuali).

Periodi

Classi di votazioni

 

66-98

99-109

110 e 110 con lode

1910-1913

43,2

32,3

24,5

1914-1917

47,6

33,4

19,0

1918-1921

55,0

30,4

14,6

Fonte: ASUB, b. 22/3, Relazione al Ministero dell’Economia Nazionale inviata il 26 marzo 1928, p. 18.

 

Vi furono cambiamenti soprattutto agli estremi del campo di osservazione. Crebbe considerevolmente il già folto gruppo di studenti che riportavano punteggi bassi e mediocri e, specularmente, calò la cerchia degli eccellenti. Vale comunque la pena di sottolineare che la dinamica del peggioramento, già profilatasi negli anni della guerra (peraltro spiegabile con le condizioni di emergenza nelle quali si trovarono i bocconiani sotto le armi), non solo non conobbe un arresto o una inversione di tendenza, ma proseguì e peggiorò nel dopoguerra aggravandosi ulteriormente.

Del resto, anche la distribuzione dei voti riportati fra il 1915 ed il 1922 negli esami di discipline scientifiche – calcolata tralasciando gli esiti delle prove nelle lingue straniere – mostra un analogo peggioramento rispetto a quella degli esami a suo tempo sostenuti dai laureati del periodo 1907-1914.

 

Tabella 3 Classi dei voti (%) nelle materie scientifiche (laureati 1907-1922).

Periodi

Voti

 

18-20,9

21-23,9

24-26,9

27-29,9

1907-1914

1,4

32,4

46,6

19,6

1915-1922

2,2

44,2

39,7

13,8

Fonte: AA.VV., Nel primo quarantennio di vita dell’Università, Milano 1941, tab. 23, p. 55.

 

In effetti, il mediocre livello di poco meno della metà degli studenti addottoratisi dopo lo scoppio della Grande Guerra è confermato dal vistoso incremento delle frequenze di votazioni comprese fra 18 e 23,9 trentesimi. Tuttavia, vale la pena di rimarcare che, se si prende come ideale confine cronologico il 1914, non si può fare a meno di notare come il peggioramento nella classe più alta (27-29,9) sia stato di intensità ben inferiore – meno della metà – rispetto a quello profilatosi nelle corrispondenti votazioni degli esami di laurea comprese fra 99 e 110 e lode. Il che induce ad ipotizzare che, fra il 1918 ed il 1922, la fretta di concludere gli studi penalizzasse soprattutto la preparazione della tesi.

E dire che, secondo una solida tradizione, anche in quegli anni non mancarono certo spunti di attualità meritevoli di essere affrontati e trattati in occasione della dissertazione di laurea. Le informazioni reperite hanno reso possibile la classificazione dell’80 per cento delle tesi di laurea discusse nel corso del quadriennio 1919-1922. Sulla base del titolo di ciascuna di esse, tra le oltre trecento tesi censite, sono stati condotti tre differenti livelli d’analisi. Il primo attiene alla distribuzione delle tesi nei tre settori disciplinari: economico, tecnico e giuridico, a suo tempo identificati da Leopoldo Sabbatini nel predisporre il suo piano degli studi. Il secondo livello concerne le singole discipline cui sono riconducibili gli argomenti delle tesi. L’ultimo riguarda il genere degli argomenti affrontati.

Il 95,5% degli elaborati attenne argomenti riconducibili alle Scienze economiche. Si tratta di una maggioranza schiacciante, nettamente superiore alla pur altissima percentuale – 75% – riscontrata per il periodo 1906-1914[4]. Alle discipline giuridiche è riconducibile solo l’1,2% delle tesi mentre il rimanente 3,3% compete al settore tecnico. Quanto alla disaggregazione per disciplina, l’Economia politica – il 43,2% – e la Statistica demografica ed economica – il 29% – fecero la parte del leone (il 72,2%) nelle ricerche di carattere economico. Delle quattro tesi d’argomento giuridico tre toccarono questioni di Diritto e Politica coloniale ed una di Diritto internazionale. Nel settore tecnico, infine, 4 dissertazioni si occuparono di Merceologia, altrettante di Ragioneria e tre di Contabilità di stato.

Terminata la Grande Guerra, che aveva causato profonde trasformazioni nella società, nell’economia e nella cultura italiana, coi primi mesi del ’19 si affacciarono problemi altrettanto gravi di riconversione e riorganizzazione dell’apparato produttivo, di rivendicazioni del mondo operaio urbano e rurale, di controllo dell’inflazione e del debito pubblico interno ed estero, di definizione degli scenari economici nazionali ed internazionali. Ce n’era abbastanza, insomma, per offrire ai laureandi un gran numero di temi e problemi meritevoli di indagini e di approfondimenti. Limitatamente agli elaborati riguardanti questioni attuali, discussi nel quadriennio che separò la fine della guerra dalla marcia su Roma di Benito Mussolini e delle sue camice nere, la classificazione dei titoli è stata organizzata secondo le discipline di riferimento.

 

Tabella 4 Classificazione delle tesi legate a temi attuali (1918-21).

Discipline

Anni accademici

 

1918-19

1919-20

1920-21

1921-22

Economia politica

13

23

11

13

Storia e critica dei principali istituti economici

2

7

2

 

Scienza delle finanze

1

4

1

 

Economia dei trasporti

 

1

 

 

Politica Commerciale e legislazione doganale

 

 

2

2

Statistica demografica ed economica

5

12

3

3

Geografia economica

2

2

1

1

Contabilità di stato

 

 

 

1

Ragioneria generale

 

 

1

 

Diritto e politica coloniale

1

 

 

 

Totali (% su tutte le tesi)

24(66,6)

49(52,7)

21(24,7)

20(22,5)

Fonte: BUB, titoli, autori e relatori delle tesi di laurea.

 

Anche nel gruppo delle tesi che affrontavano argomenti di viva attualità economica e sociale, tre dissertazioni su quattro rientravano nei campi disciplinari dell’Economia politica insegnata da Ulisse Gobbi e della Statistica demografica ed economica professata da Francesco Coletti. In modo particolare, le ricerche e gli studi si affollarono nel corso del così detto «biennio rosso» 1919-20, un periodo durante il quale un gran numero di temi scottanti suscitò ed alimentò quotidiani confronti politici particolarmente aspri.

Ulisse Gobbi stimolò i suoi laureandi ad occuparsi di emergenze prevalentemente interne come il rincaro continuo dei prezzi dei beni alimentari[5], come «Il controllo operaio sull’industria»[6], «La disoccupazione prima, durante e dopo la guerra»[7], «Le otto ore di lavoro»[8], «L’industria italiana in rapporto alle tendenze manifestate dalle organizzazioni operaie»[9], «I consigli di fabbrica»[10], «Le fasi successive dell’organizzazione operaia nella lotta contro gli imprenditori»[11], «Le pretese degli operai ed i loro effetti per la produzione»[12], «Gli scioperi e il movimento operaio»[13], «Prezzi e salari nelle loro variazioni e reciproche influenze durante e dopo la guerra»[14], o come «Di alcuni effetti della guerra sulla distribuzione della ricchezza»[15].

Da parte sua, Coletti indusse gli studenti che preparavano la tesi sotto la sua direzione a raccogliere informazioni quantitative e ad elaborare serie storiche attorno a fenomeni economici di vasto respiro, spesso di valenza interna ed estera insieme, in modo tale da poterne valutare le dinamiche recenti e da elaborare ragionevoli congetture attorno alle tendenze nel breve e medio termine. Anche le dissertazioni discusse da Coletti riguardarono problemi di rilievo come: «Del commercio estero italiano negli anni immediatamente prima della guerra e nei primi mesi della pace»[16], «L’emigrazione nel dopoguerra»[17], «Studio sul fenomeno della concentrazione bancaria»[18], «L’aspetto statistico delle relazioni commerciali caratteristiche fra l’Italia e l’Inghilterra»[19], «Dei profitti delle società italiane per azioni durante la guerra»[20], «L’importazione delle materie belliche in relazione all’economia nazionale»[21], «La donna nell’Industria italiana»[22], «La popolazione italiana in Tunisia in relazione agli interessi italiani e a quelli francesi»[23], «Proprietà mobiliare ed immobiliare in Tunisia»[24], «La ripresa del nostro commercio internazionale dall’armistizio in poi. Sue caratteristiche»[25], «Gli sbocchi per la nostra emigrazione nel dopoguerra»[26], «La statistica delle così dette terre incolte in Italia e la formula: La terra ai contadini»[27] e, per ultimo, «La statistica delle medaglie al valore militare», tema per lo meno bizzarro del quale, nel 1920, si occupò il laureando Guglielmo Tagliacarne che sarebbe poi divenuto un eminente studioso di Statistica economica.

Per quanto eterogenei, i molti titoli citati disegnano con buona approssimazione il profilo di una fase economica e sociale tanto appassionante quanto difficile. Tutte le variabili macroeconomiche sono evocate dai titoli delle tesi: prezzi, produzioni, eccedenza di manodopera, entrate e spese pubbliche, credito, scambi internazionali, tasso di cambio verso le principali valute. Anche l’organizzazione del lavoro di fabbrica, l’intervento dello stato in economia, la ripresa della bonifica, il superamento del latifondo, la colonizzazione dei territori africani, la riforma del sistema tributario, vennero trattati dai laureandi bocconiani proprio mentre erano materia d’accesi dibattiti politici.

In nessun paese, fra quelli che avevano partecipato alla Grande Guerra, si affacciarono problemi di portata così vasta mentre la vita politica conosceva una stagione di grave instabilità. Un editoriale del «Corriere» dell’8 aprile 1919 chiese al Presidente del Consiglio V.E. Orlando di rientrare da Parigi, dove si stava celebrando la conferenza della pace, per scongiurare lo scoppio di una guerra civile preparata dalle sinistre[28]. Lo stesso giorno nacque la Confederazione generale dell’Industria italiana col compito di rafforzare il potere contrattuale degli industriali nei confronti dei sindacati[29]. Proprio in quelle settimane, nel nord Italia andavano organizzandosi gruppi attivi antisocialisti. Il 23 marzo Benito Mussolini aveva fondato a Milano il proprio «Fascio di combattimento». Il 10 aprile a Roma venne proclamato uno sciopero generale. Numerose contro-manifestazioni organizzate da militanti nazionalisti diedero origine a scontri aperti per le strade delle città. Nel capoluogo lombardo, il 15 aprile fu saccheggiata la redazione del quotidiano socialista «Avanti!»[30].

Una prova indiretta della partecipazione attiva dei bocconiani all’acceso clima politico di quella primavera ci è offerta da un proclama firmato dal comandante del drappello di quegli studenti, non ancora smobilitati né congedati[31], che, come s’è visto, erano stati ammessi a frequentare i corsi. Il 27 aprile egli scriveva: «Il Ministro della guerra nel biasimare che alle competizioni dei partiti, recentemente svoltesi a Milano, vi (sic) abbiano preso attiva parte Ufficiali dell’Esercito studenti universitari, informa essere suo fermo intendimento che detti Ufficiali Universitari abbiano ad astenersi rigorosamente da dimostrazioni all’aperto. La prefata Eccellenza ha informato che le infrazioni a tale ordine saranno punite senz’altro con la sospensione del privilegio di studio, a parte le maggiori eventuali sanzioni disciplinari e penali. La presente comunicazione, portata a conoscenza verbalmente ai militari studenti riuniti il giorno 27 aprile 1919, rimane a disposizione dei capi corso i quali la ritireranno volta a volta dall’ufficio per darne conoscenza agli ufficiali nuovi giunti ed a quelli comunque assenti dalla citata riunione. I detti capi corso, sotto elencati, saranno tenuti volta a volta personalmente responsabili dell’esecuzione di questo mio ordine. Gli studenti laureandi saranno informati direttamente da questo ufficio»[32].

Nell’estate del 1919, gli scioperi non solo si fecero sempre più frequenti e partecipati, ma giunsero ad interessare anche i lavoratori delle campagne oltre a quelli dei settori industriali più avanzati. Le elezioni politiche indette in autunno rivelarono con efficacia quanto la lunga e difficile guerra avesse trasformato la società, le mentalità collettive e la dimensione politica della penisola. Per la prima volta, le lezioni si tennero col sistema proporzionale a suffragio universale maschile. I risultati penalizzarono i liberali, divisi in tre correnti inconciliabili fra loro, che dal 56% dei suffragi del 1913 passarono al 37%, e per contro premiarono i due partiti di massa: il socialista, che raccolse un terzo dei suffragi soprattutto nelle aree urbane industrializzate e nelle campagne contraddistinte dal capitalismo agrario, ed il «popolare», da poco organizzato ed animato da Don Luigi Sturzo, che guadagnò il 20,5% raccogliendo voti soprattutto nelle province alpine lombarde, nel Veneto e nel Lazio[33].

«Il giorno dopo le elezioni, durante uno scontro a Milano fra socialisti (che vi avevano raccolto il 54 per cento dei suffragi) e fascisti, una bomba uccise otto dimostranti»[34]. Era il segnale d’avvio di una lunga stagione di conflitti aperti e senza limiti fra forze politiche che usavano la piazza come luogo e le armi come strumenti del confronto. La manodopera non mancava, la guerra aveva lungamente allenato alla violenza e, per di più, la maggior parte dei reduci aveva trascurato di restituire le armi da fuoco avute in dotazione.

I riflessi di un clima siffatto nelle aule bocconiane non dovettero mancare. Ce ne sono giunti echi ed indizi sparsi, soprattutto a proposito del difficile ripristino delle regole concernenti tempi e modi degli insegnamenti e delle prove d’esame[35]. La condizione di relativo disordine esistente nell’ordinamento degli studi, causato soprattutto dalle misure ministeriali a favore degli studenti militari a partire dal 1916[36], venne messa a nudo nel novembre 1918, quando il Consiglio per l’Istruzione commerciale del Ministero negò agli studenti della Bocconi la possibilità di «passare ai corrispondenti anni di studio dei Regi Istituti Superiori di Studi Commerciali per non consentire abbreviazioni di corso ai provenienti da Istituti privati non sottoposti alla vigilanza amministrativa e didattica del Ministero»[37]. La deliberazione confermava, insomma, la differenza esistente fra «un istituto certamente benemerito, ma sottratto a qualsiasi ingerenza di questo Ministero e di questo Consiglio in tutto ciò che riguarda il suo funzionamento e la nomina dei professori»[38].

Ad un anno di distanza dalla risoluzione ministeriale, la nomina a Segretario di Palazzina nel novembre del ’19, cui venne affidato il compito di gestire i rapporti con gli studenti e di mantenere i contatti con i ministeri romani, sembra interpretabile come un riuscito tentativo di mantenere sotto controllo un insieme di relazioni difficili e turbolente. Sul fronte degli studenti, nell’anno accademico 1920-21, vennero abolite le iscrizioni d’ufficio a favore degli ex militari che di fatto avevano eliminato il vincolo del superamento di tutti gli esami del primo biennio, comprese le prove intermedie di lingue, per accedere al terzo anno di corso. Nel 1921-22 il ripristino della dura regola del «catenaccio» originò un lungo e complesso contenzioso che, fra l’altro, a metà febbraio, portò a quell’aggressione del Rettore da parte di Ivo Lenti, segretario dei Gruppi Universitari Fascisti milanesi[39], della quale dà minutamente conto Romani in questo stesso volume. Ai primi del ’22 ancora si trascinavano i problemi degli ex combattenti che, iscritti d’ufficio al terzo anno senza aver completato gli esami del primo biennio e re-iscritti come ripetenti al terzo o al quarto, pur trovandosi nella pratica condizione dei fuori corso, restavano esclusi dalla sessione primaverile d’esami a questi ultimi per l’appunto riservata[40].

Il giro di vite deciso dal Consiglio Direttivo con l’anno accademico 1920-21 – del quale si vedranno più avanti i particolari – produsse come ovvia reazione da parte degli studenti la richiesta di iterare gli appelli e di allungare i tempi riservati agli esami. Dal ’22 in avanti, nel formulare in gruppo e per iscritto le loro istanze a Palazzina, gli allievi appoggiarono le loro richieste proponendo tre principali argomentazioni: la prima lamentava il ritardo dei docenti nel redigere le dispense dei corsi, ritardo che sottraeva tempo prezioso alla preparazione degli esami i cui calendari erano stati fissati; la seconda argomentazione riguardava la sovrapposizione o la vicinanza delle date degli appelli; la terza evocava l’affollamento agli esami dei corsi fondamentali derivante dal gran numero di iscritti. Le soluzioni prospettate, spesso accolte da Palazzina dopo essersi consultato col Rettore, portarono all’attivazione di pre-appelli nel mese di maggio, a prolungamenti della sessione estiva fino ad agosto e di quella autunnale fino a dicembre, con tre prove d’esame effettive per ogni sessione, ed a calendari che prevedevano prove perfino nei giorni di sabato e di domenica.

Nel dicembre del ’22 una quindicina di studenti fece istanza al Rettore richiedendo una attenuazione delle regole che governavano il «catenaccio». Essi proponevano che fosse resa possibile l’iscrizione al terzo anno anche per quegli allievi che non erano riusciti a superare le prove di lingue e un solo qualsiasi esame «scientifico» del biennio, spostando così alla fine del terzo anno di corso l’accertamento dei requisiti previsti per l’iscrizione al quarto. La richiesta venne respinta dal Consiglio Direttivo ai primi di gennaio del ’23. E, tuttavia, Palazzina si rendeva conto delle oggettive difficoltà nelle quali versavano i bocconiani e delle conseguenze che ne venivano. Una lettera giuntagli alla fine di ottobre del ’23 da un anonimo studente non solo ce ne offre un’efficace testimonianza, ma apre anche uno squarcio su di un ulteriore gravoso adempimento cui erano assoggettati gli studenti al momento del passaggio dal primo al secondo anno: «Si dice che Ella vorrebbe proporre al Rettore di concedere agli studenti del primo anno il passaggio al secondo avendo lasciate tre materie anziché due. Dato l’enorme sfollamento che ne proviene per tale restrizione e le recenti modificazioni apportate dal progetto Gentile per cui per non perdere l’anno scolastico si preferisce fare il passaggio alla scuola Regia, mi permetto di pregarla per portare al concreto l’ipotetico suo progetto, ciò che darebbe a molti di restare alla Bocconi»[41].

In effetti, dopo aver toccato un massimo storico di 332 immatricolati e 962 iscritti nell’anno accademico 1919-20 (l’ultimo prima della riforma degli insegnamenti tecnici – più corsi – e delle lingue – più esami – come mostra Marzio A. Romani nel suo contributo), una dinamica costantemente calante caratterizzò la compagine bocconiana fino al 1923-24, quando gli iscritti, attestatisi attorno alla quota di 600 persone, si mantennero stabili sino alla fine degli anni Venti.

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1

L’andamento è coerente a quello generale delle Università milanesi nelle quali le iscrizioni ristagnarono fra 1500 e 2000 dal 1908 al 1917, dopo di che balzò a valori vicini a 4000 nel 1919, superiori a 4000 nel ’20 e il lieve ripiegamento dal ’21 al ’25, cfr. E. Borruso, La società (1915-1945), in Storia di Milano, Istituto della Enciclopedia Italiana, vol. XVIII, Il novecento, Tomo 2°, p. 409.

2

ASUB. b. 4/1, Studenti militari dell’Università Commerciale Bocconi, cit.

3

Dodici si laurearono nel ’21; nove nel ’22; uno nel ’23 e uno nel ’24.

4

Cfr. M. Cattini, Gli studenti, etc., cit., p. 343.

5

Cfr. BUB, F. Cassisa (1919), «L’aumento dei prezzi dei principali generi alimentari a causa della guerra e il loro probabile andamento dopo la guerra» e D. Napoli (1920), «Le cause principali dell’aumento dei prezzi».

6

Ibidem, R. Piccinini (1919).

7

Ibidem, V. Fenoglio (1919).

8

Ibidem, G. Di Natale (1919) e A. Casagrande (1920).

9

Ibidem, G. Politi (1919).

10

Ibidem, A. Pappalardo (1920).

11

Ibidem, G.B. Beninati (1920).

12

Ibidem, R. Cantalupi (1920).

13

Ibidem, A. Giubertoni (1920).

14

Ibidem, U. Garbagnati (1920).

15

Ibidem, P. Bonalumi (1920).

16

Ibidem, E. Ceresani (1919).

17

Ibidem, C. Francia (1919).

18

Ibidem, G. Badoglio (1919).

19

Ibidem, P. Clerici (1920).

20

Ibidem, G. Anzani (1920).

21

Ibidem, E. Bruno (1920).

22

Ibidem, della studentessa Adelina Camurati (1919).

23

Ibidem, G. Nanetti (1920).

24

Ibidem, G.E. Cesana (1920).

25

Ibidem, A. Bernstein (1920).

26

Ibidem, L. Rizzo (1920).

27

Ibidem, F. Nicotra (1920).

28

L. Albertini, Epistolario 1911-1926, cit., col. III, pp. 1209-11.

29

V. Zamagni, Dalla periferia al centro, la seconda rinascita economica dell’Italia 1861-1990, Bologna 1993, p. 310.

30

C.S. Maier, La rifondazione dell’Europa borghese, Francia, Germania e Italia nel decennio successivo alla prima guerra mondiale, Bari 1979, pp. 130-1.

31

ASUB. b. 4/1.

32

ASUB. b. 4/1, Dimostrazioni pubbliche, Ordine.

33

C.S. Maier, op. cit., pp. 144-151.

34

Ibidem, p. 151.

35

ASUB. b. 183, Domande collettive di studenti, passim.

36

Cfr. supra, p. 475-6.

37

ASUB. b. 22/3, Ministero dell’Istruzione, 14 gennaio 1919.

38

Ibidem.

39

M. Ostenc, L’education en Italie pendant le fascisme, Paris 1980, p. 81.

40

Fra i tanti, un ben documentato caso di otto studenti intralciati dalle iscrizioni d’ufficio in ASUB. b. 183, Istanza al Magnifico Rettore dell’8 marzo 1922. Il 30 marzo i laureandi ex militari venivano abilitati a partecipare alla sessione di esami di aprile come i fuori corso.

41

Ibidem, 22 ottobre 1923.

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