Storia della Bocconi

1915-1945. Tra le due guerre

Gli effetti della riforma Gentile sull’Università


Parole chiave: Riforma Gentile

Nel 1928, in una autobiografia pubblicata negli Stati Uniti, trattando della riforma scolastica realizzata da Gentile nel settembre del ’23, Benito Mussolini scriveva «(…) il mulino continuamente macinava, producendo in grande quantità un genere di uomini che finiva nella maggior parte per l’ottenere un impiego nella burocrazia. (…) Le Università creavano altri fantocci nelle cosiddette “arti liberali” quali la giurisprudenza e la medicina. Era tempo che un meccanismo così delicato e che tanta influenza esercitava nella vita spirituale della Nazione fosse rinnovato in forma precisa, definitiva, organica. Dovevamo espellere dalle scuole medie gli elementi negativi e presuntuosi»[1]. La riforma introdusse fra l’altro «una serie di esami ai vari livelli del sistema scolastico: di ammissione, di idoneità, di promozione, fino all’esame di abilitazione all’esercizio professionale, che avrebbero dovuto funzionare da filtri e da regolatori del flusso degli allievi»[2].

I mutamenti strutturali più rilevanti riguardarono l’istruzione secondaria. Nel ramo classico vennero introdotte limitazioni alle iscrizioni, le scuole «normali», ribattezzate Istituti Magistrali, vennero drasticamente ridotte da 153 a 87[3]. Le scuole tecniche, diffuse soprattutto nei piccoli centri sprovvisti di altre istituzioni educative e che, fra l’altro, permettevano agli intelligenti e diligenti di umile condizione di proseguire gli studi, vennero soppresse e sostituite da una scuola senza sbocco: la Complementare, che nella visione di Giovanni Gentile doveva svolgere il ruolo di «complemento educativo e professionale della scuola elementare»[4].

Una volta divenuta operante la riforma, terminate le elementari, i giovani che continuavano gli studi avrebbero potuto scegliere fra il Ginnasio-Liceo, il Liceo Scientifico, l’Istituto Magistrale e quello Tecnico, tutti dotati di un corso inferiore. Il Liceo Classico era il solo curricolo secondario che portava a una maturità che permetteva l’accesso a tutte indistintamente le facoltà universitarie. Nell’idea del filosofo ministro dell’Istruzione pubblica, il Classico preparava «alle alte funzioni della vita civile, alle professioni liberali e alla vita politica»[5]. Il Liceo Scientifico ereditò le sezioni di Fisica e Matematica dei soppressi Istituti tecnici. Quel genere di maturità permetteva l’iscrizione alle facoltà universitarie di Scienze Fisiche e Naturali e di Medicina.

Lungi dal garantire la promozione dei migliori elementi di modeste condizioni economiche e sociali, com’era fino allora avvenuto attraverso le scuole tecniche superiori, lo Scientifico sarebbe presto divenuto il rifugio dei mediocri rampolli di buona famiglia che evitavano il Classico per via delle difficoltà connesse allo studio della lingua e della letteratura greca[6]. La riforma privò l’Istituto Tecnico della sezione di Fisica e Matematica che fra Otto e Novecento aveva formato grandi nomi della scienza italiana mantenendo quelle di Ragioneria. In realtà, il diploma dell’Istituto tecnico era un’abilitazione che permetteva di iscriversi solo alle Regie Scuole superiori di scienze economiche e commerciali e non alle Facoltà universitarie[7].

 

Figura 1 Indici degli iscritti in alcune Facoltà, in Bocconi e in tutte le Università Italiane (1913-14 = 100).

Figura 1

In genere, gli studenti accolsero la riforma con sfavore perché rendeva più ardui gli studi e, dopo la laurea, prevedeva un esame di stato per l’esercizio delle professioni. Per di più, era palese l’intento del governo di ridimensionare il numero di Atenei[8] e studenti (vedi Figura 1). Questi ultimi erano poco meno che raddoppiati nel biennio 1919-20 rispetto al livello toccato nell’anno 1913-14, che aveva preceduto lo scoppio della Grande Guerra[9]. Dall’anno accademico 1921-22 al 1928-29 una dinamica costantemente depressiva delle iscrizioni alle Università italiane sembrò dare ragione agli espliciti intenti di contenimento enunciati con la riforma messa a punto e fatta approvare da Giovanni Gentile. Una inversione della tendenza si profilò a partire dal 1928-29, anno nel quale si ebbe il minimo di iscritti dalla fine della guerra. Dal 1929-30, il numero degli studenti universitari italiani prese a lievitare, tanto che nel 1932-33 le frequenze si riportarono su alti livelli simili a quelli già toccati una dozzina d’anni prima. A partire dal 1933-34 la tendenza alla crescita si rafforzò e permase ininterrotta fino al 1939-40[10], secondo un ritmo d’incremento medio annuo dell’8,5% davvero sensibile, se si considera che proprio in quegli anni giungevano all’età dell’immatricolazione quelle classi povere di nascite del periodo 1914-1918. Dopo l’ingresso in guerra, fattori che avevano a che fare con l’assolvimento del servizio militare durante gli studi universitari gonfiarono enormemente le iscrizioni, al punto che, nel gennaio del 1943, una legge attribuì al Ministro della Pubblica Istruzione la facoltà di fissare il numero massimo degli studenti che potevano iscriversi ad alcune facoltà[11].

Il rovesciamento della tendenza di fondo profilatasi sul finire degli anni Venti va interpretato come l’effetto combinato di un calo relativo dei costi per l’istruzione, dovuto alla rivalutazione del potere d’acquisto della lira, della riconversione in studenti universitari di un crescente numero di diplomati che non trovavano inserimento nel mondo del lavoro ed, infine, di una netta inversione nella politica governativa, fino allora orientata al contenimento degli organici dei dipendenti pubblici. Nel 1934, trattando dell’affollamento delle Università, Gustavo Del Vecchio notava: «… il forte incremento si è avuto a partire dal 1927 ad oggi, ossia in coincidenza con la crisi. Tale affermazione ci permette di renderci conto di quanto sia fondata l’ipotesi che l’aumento degli studenti sia connesso con la diminuzione delle possibilità d’impiego ed alla risoluzione che molti giovani prendono di continuare i loro studi, o allo scopo di occupare il proprio tempo o, meglio, allo scopo di procurarsi titoli che li avvantaggino nella futura concorrenza. Tale ipotesi spiegherebbe anche il fortissimo aumento determinatosi proprio in quegli Istituti Superiori (come il Magistero e le Scuole Superiori di Commercio) ai quali accedono giovani già licenziati da istituti che danno il titolo sufficiente per l’esercizio di una libera professione. Il ragioniere e il maestro, trovando difficoltà a vincere gli affollati concorsi statali e a procurarsi un impiego, cercano di ottenere un titolo superiore per avere maggiori possibilità di riuscita»[12].

Di fronte al crescente malessere dei laureati in cerca d’impiego, che nel ceto borghese diffondeva un preoccupante agnosticismo ed una crescente disaffezione verso il regime, e per di più in aperta contraddizione tanto coi principi ispiratori della riforma di Gentile quanto con le perentorie affermazioni di B. Mussolini dei primi anni Venti, il governo procedette ad un energico ampliamento dei quadri della burocrazia pubblica italiana – settore nel quale un crescente numero di laureati trovò sbocco occupazionale – realizzando un raddoppio dei posti (+98,5%) nel decennio 1930-40 ed un ulteriore aumento del 44,4% fra il 1940 e il 1943[13], collegato alla condizione belligerante del paese. Dopo di allora, per gli anni della guerra, mancano informazioni attendibili sicché le serie storiche si interrompono fino al 1946-47[14].

Il raffronto fra dinamica generale degli iscritti nelle Università italiane e dinamiche particolari dei corsi di laurea prescelti come termini di paragone e come segnali delle propensioni e degli orientamenti della popolazione universitaria (Giurisprudenza, Ingegneria ed Economia e Commercio), come già si ebbe modo di vedere per il primo decennio del Novecento[15], mette in luce alcune istruttive tendenze e qualche trasformazione di fondo. Nel trentennio considerato, l’andamento delle iscrizioni a Giurisprudenza, con Medicina e Chirurgia la facoltà tradizionalmente più frequentata nella storia dell’istruzione superiore italiana degli ultimi due secoli, permase stabile attorno al livello attinto alla vigilia della guerra europea fino agli ultimi anni Venti. Da allora in avanti, e fino al principio del secondo conflitto mondiale, lievitò secondo un tasso medio d’incremento del 5,5% all’anno. La dinamica delle iscrizioni alle facoltà d’Ingegneria fu pressappoco speculare. Mantenutesi largamente di sopra dai livelli pre-bellici fino al 1927, con un caratteristico andamento a campana ed un massimo nel biennio 1919-20, le iscrizioni ristagnarono per tutti gli anni Trenta di sotto dall’indice iniziale di riferimento, arrivando a sormontarlo di poco solamente nei primi due anni della seconda guerra mondiale (1940-41). Sembra difficile giustificare un andamento siffatto con l’emancipazione, avvenuta a far tempo dal 1926, della Facoltà di Architettura da quella di Ingegneria, se si considerano i minimi numeri iniziali d’iscritti alla prima in rapporto a quelli della seconda[16].

Rispetto ai comportamenti delle due facoltà italiane più frequentate – lasciando da parte Medicina – le iscrizioni ad Economia e Commercio conobbero una crescita vistosissima a far tempo dal 1925, dopo un quadriennio (1921-24) di rientro da un massimo, che venne toccato nel 1920-21, addirittura sestuplo rispetto al valore dell’anno accademico 1913-14, qui preso come base di riferimento e raffronto. Fra l’altro, a partire dal 1925-26, una dinamica tanto sostenuta portò gli studenti di Economia a superare stabilmente per numero quelli dei Politecnici[17], collocandoli al terzo posto nella gerarchia universitaria alle spalle di quelli di Legge e di Medicina e Chirurgia, che più volte, negli anni Venti e Trenta, si avvicendarono nella posizione di primato[18].

Se, considerando il medesimo arco temporale, dalle serie storiche delle iscrizioni passiamo ad osservare quelle dei laureati ci troviamo al cospetto di tendenze non meno istruttive (vedi Figura 2). In generale, la riforma del 1923 sortì l’effetto di stabilizzare le lauree attorno ai livelli raggiunti nei primi anni Venti, prolungandone la dinamica pressoché immutata sino al 1931. Dal ’32, verosimilmente anche per effetto delle misure governative di allargamento degli organici pubblici cui s’è più sopra accennato, prese avvio una tendenza moderatamente espansiva che, a parte le frequenze davvero anomale per eccesso del 1938, durò sino ai primi anni della seconda guerra mondiale.

 

Figura 2 Numeri indici dei laureati in alcune Facoltà, alla Bocconi e in tutte le Università (1913-14 = 100).

Figura 2

Rispetto alla dinamica generale, la considerazione degli andamenti particolari dei tre gruppi disciplinari: Giurisprudenza, Ingegneria ed Economia e Commercio evidenzia svolgimenti perfettamente coerenti con quelli delle iscrizioni, benché le percentuali di successi non solo fossero basse, ma differissero anche sensibilmente da un corso di laurea all’altro. In ogni caso, vale la pena di sottolineare che, dopo l’anno della riforma, i quozienti di laureati rispetto agli iscritti migliorarono non poco[19]. Forse che gli intralci ed i filtri introdotti dal filosofo Ministro dell’Istruzione selezionarono i migliori candidati alla laurea, dissuadendo o fermando per la strada almeno una quota difficilmente misurabile dei meno dotati e preparati?

Un’ultima osservazione di carattere generale riguarda la dinamica delle frequenze degli addottorati in Economia e Commercio. I ritmi, già molto alti tra il 1919 ed il 1926 – da tre a quattro volte i livelli prebellici –, a partire dal 1927 conobbero un’incessante scalata che, negli ultimi anni Trenta, elevò le frequenze annuali di laureati attorno a nove volte il livello di quell’anno accademico 1913-14 che è stato eletto a termine di raffronto. È ben vero che le sedi universitarie dotate di un corso di laurea in Economia e Commercio nel frattempo erano andate moltiplicandosi nonostante gli atenei, da 22 che erano nel 1911, fossero arrivati a 25 nel 1941. E, tuttavia, la vistosissima crescita di studenti e di addottorati in un comparto disciplinare marginale sino ai primi anni del Novecento sembra almeno in parte spiegabile con il diffuso desiderio dei numerosissimi ragionieri di migliorare la loro cultura tecnica e di essere socialmente ed economicamente promossi ad uno status superiore.

Da un lato vale la pena di ricordare che, nell’anno accademico 1933-34, nella penisola gli iscritti a Economia e Commercio muniti del diploma rilasciato dagli Istituti Tecnici erano arrivati a rappresentare il 72% dell’intera compagine studentesca[20], dall’altro occorre pur considerare che, fra il 1927-28 e il 1939-40, la dinamica delle iscrizioni agli Istituti Tecnici, per quanto sostenuta (+9% annuo)[21], non eguagliò quella delle immatricolazioni nelle Facoltà di Economia e Commercio (+10,4% all’anno).


1

B. Mussolini, My Autobiography, New York 1928, citato da F.E. Boffi, La scuola media fascista, Roma 1929, p. 14. Nel triennio 1920-22, il 38% degli iscritti nelle Università italiane appartenevano alle due facoltà di Medicina (20,3) e di Giurisprudenza (17,7), i calcoli sono stati effettuati sui dati pubblicati in Istat, Statistica dell’istruzione superiore dell’anno accademico 1945-46, Roma 1948.

2

M. Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia, Bologna 1974, p. 197.

3

Ibidem, p. 198.

4

G. Gentile, Lo spirito informatore della mia riforma, cit. in M. Ostenc, L’education en Italie pendant le fascisme, Paris 1980, p. 56.

5

Regio Decreto del 14 ottobre 1923.

6

M. Ostenc, op. cit., p. 57.

7

Ibidem, p. 58.

8

Gli atenei erano stati suddivisi in tre categorie: le Università statali A e B e quelle private: C. Negli atenei A erano comprese 10 università di stato corrispondenti alle regioni naturali della penisola: Bologna per l’Emilia, Cagliari per la Sardegna, Genova per la Liguria, Napoli per la Campania, Padova per il Veneto, Palermo per la Sicilia, Pavia per la Lombardia, Pisa per la Toscana, Roma per il Lazio e Torino per il Piemonte. C’erano poi 14 Istituzioni di tipo B. C’erano anzitutto dieci università, sette di queste esistevano da prima della riforma e funzionavano spesso come doppioni delle sedi di tipo A, come nel caso di Catania e di Messina in Sicilia, di Macerata nelle Marche, di Parma e di Modena in Emilia, di Sassari in Sardegna e di Siena in Toscana. Gentile creò tre nuovi atenei proprio allora a Bari, Firenze e Milano. Vi erano inoltre quattro grandi scuole. Quattro grandi scuole tecnico scientifiche erano comprese nelle università di tipo B: il Politecnico di Milano, quello di Torino e la Regia Scuola di applicazioni di Bologna, specializzata nella chimica industriale, infine la scuola di costruzioni navali di Genova. A differenza degli atenei di tipo A, quelli di tipo B non vantavano tutte e quattro le facoltà tradizionali e cioè: Lettere e filosofia, Legge, Scienze e matematica e Medicina e chirurgia. Cfr. M. Ostenc, op. cit., pp. 71-72.

9

Cfr. Appendice, Tab. A. In valori assoluti 53.670 iscritti contro i 28.026 del 1913-14, cfr. Istat, Statistica dell’istruzione, etc., cit.

10

In generale, e più particolarmente per le serie statistiche, si vedano A. Camelli-A. Di Francia, Studenti, Università, professioni 1861-1993, in Storia d’Italia Einaudi, Annali 10, I Professionisti (a cura di M. Malatesta), Torino 1996.

11

M. Barbagli, Disoccupazione, etc., cit. p. 305.

12

G. Del Vecchio-P.M. Arcari, L’affollamento delle Università e la disoccupazione dei lavoratori intellettuali, Roma 1934, p. 8.

13

F. Demarchi, I laureati nella Pubblica Amministrazione, in AA.VV., I laureati in Italia, Bologna 1968, p. 222.

14

A. Camelli-A. Di Francia, op. cit., Tab. 16. pp. 68-69.

15

Cfr. M. Cattini, Gli studenti, etc., cit., pp. 316-17.

16

A. Camelli-A. Di Francia, op. cit., p. 33.

17

Comprendendovi anche gli iscritti al biennio comune propedeutico, dei quali non ho tenuto conto nei calcoli degli indici.

18

Fra il 1914-15 e il 1941-42, gli iscritti a Medicina e Chirurgia superarono per numero quelli di Giurisprudenza negli anni dal 1919 al 1924, di nuovo dal ’27 al ’29 e, infine, dal 1931 al ’35. Cfr. Istat, Statistica dell’istruzione superiore nell’anno accademico 1945-46, Roma 1948.

19

Il quoziente fra laureati ed iscritti offre una rudimentale misura delle difficoltà affrontate dagli studenti dei diversi corsi di laurea. Si sono distinti due periodi: prima e dopo la riforma Gentile. In tutti e tre i casi considerati le percentuali di laureati sugli iscritti subì sensibili incrementi. A Legge passò da 11,4 a 26,8 per cento. In altre parole: passò da un laureato ogni dieci iscritti a uno ogni quattro. Per Economia e Commercio il miglioramento fu da uno ogni venti ad uno ogni sette. Infine, per gli iscritti al triennio d’ingegneria dopo aver superato lo scoglio del biennio, dal 12% si passò addirittura al 55,6%, cioè da poco più di uno ogni otto iscritti a più di uno ogni due. I calcoli sono stati realizzati sulla base delle informazioni contenute in Istat, Statistica dell’istruzione superiore nell’anno accademico 1945-46, Roma 1948.

20

A. Cantagalli, La professione, etc., cit., p. 231.

21

Cfr. M. Barbagli, op. cit., p. 213, Tab. 6.1.

Indice

Archivio