Storia della Bocconi

1915-1945. Tra le due guerre

Verso la guerra e la caduta del regime (1938-1945)


Parole chiave: Rapporti istituzionali, Rettore Del Vecchio Gustavo, Rettore Greco Paolo, Vice presidente Gentile Giovanni, Palazzina Girolamo, Demaria Giovanni, Mortara Giorgio, Fascismo, Istituto di Economia Ettore Bocconi, Venino Pier Gaetano

La decisione assunta da Gino Zappa, nella primavera del ’35, di accettare l’offerta proveniente da Ca’ Foscari e di trasferire la cattedra a Venezia cadde come un fulmine a ciel sereno nel piccolo mondo della Bocconi, dando l’avvio ad un convulso scambio di corrispondenza tra il rettore, il vice presidente e il direttore della segreteria, combattuti tra il desiderio di trattenere «il Maestro» a Milano e la comprensione delle ragioni che lo spingevano a lasciare la capitale lombarda[1]. Lo stesso Zappa viveva l’evento contraddittoriamente: da una parte stavano le legittime esigenze della famiglia naturale, proprio in quei mesi allietata dalla nascita di Goffredo; dall’altra quelle di una «famiglia scientifica», probabilmente non meno cara della precedente agli occhi dello studioso. Dibattuto fra contrastanti sentimenti egli comunicò al rettore i suoi dubbi e la sua intenzione, ottenendone la solidarietà[2]; e quest’ultimo si affrettò a darne conto il vice presidente, dicendogli dei problemi che il trasferimento avrebbe arrecato all’istituzione, ma informandolo del suo parere favorevole a che la richiesta fosse accolta[3].

Palazzina, secondo il suo solito, tentò la strada del compromesso, chiedendo a Zappa di conservare l’incarico di ragioneria e la direzione dell’Istituto… che, in fondo, era quello che quest’ultimo sperava di sentire[4]. Di fronte all’entusiastica disponibilità del «Maestro», la Bocconi poteva dimostrarsi generosa, con prudenza, offrendo allo stesso una liquidazione che egli non si aspettava[5] – ma che, in ogni caso, non sarebbe stata superiore a quella che gli era legittimamente dovuta. In cambio ne avrebbe ottenuto gratitudine e affetto che non sarebbero mai venuti meno: Zappa avrebbe coordinato i corsi di economia d’azienda, retto le sorti dell’Istituto di ragioneria ed esercitato il suo alto magistero sino al 1951.

Per il resto, se si escludono le lungaggini derivanti dalle difficili trattative avviate con il comune di Milano per definire l’area e per concordare il progetto per la nuova sede[6], pochi eventi, nel 1936 e ’37, sarebbero venuti a turbare o a movimentare la vita dell’Università: un nuovo statuto imposto da una normativa che, come si è detto, ridusse ulteriormente l’autonomia della Facoltà, ma apportò marginali modifiche all’ordinamento didattico[7]; la visita del ministro dell’educazione nazionale; la ricostituzione dell’Associazione fra i laureati dell’Università Bocconi[8] e, soprattutto, la perdita di Angelo Sraffa, spentosi silenziosamente nella sua villa di Rapallo il 10 dicembre 1937.

Il lutto dell’Università per colui che, assieme a Leopoldo Sabbatini, era stato l’artefice delle sue fortune, si limitò a un breve necrologio sul «Corriere»; ma Irma e Piero Sraffa sapevano bene che il cordoglio era grande, soprattutto in quanti, per oltre tre decenni, avevano collaborato con l’eminente giurista ed erano al corrente che solo tempi difficili impedivano che lo stesso si manifestasse nelle forme dovute. Non serbarono quindi rancore e, quasi a sottolineare l’ideale legame che ancora univa la famiglia all’Istituzione milanese, decisero di donare all’Università «la ricca e scelta biblioteca giuridica che egli aveva in tanti anni raccolto con la saggezza e la pazienza dell’appassionato bibliofilo»[9]. Una biblioteca che sarebbe divenuta il fiore nell’occhiello dell’Istituto di diritto comparato; ma che avrebbe, in seguito, aperto un insolubile contenzioso tra l’Università e Mario Rotondi, creando una frattura destinata a non essere più sanata.

I decreti «per la difesa della razza nella scuola» e l’Università Bocconi

Il 1938 fu un anno difficile e doloroso; esso vide il dramma delle leggi razziali che colpirono duramente la scuola e interessarono da vicino il piccolo mondo della Bocconi, dove alcuni docenti di razza ebraica occupavano posti chiave.

Nei mesi che precedettero i provvedimenti non erano mancati deboli segnali di quello che, di lì a poco, sarebbe accaduto[10]; ma nessuno poteva lontanamente immaginare che la circolare emanata dal ministro dell’educazione nazionale nell’agosto di quell’anno, che vietava l’iscrizione di studenti stranieri di razza ebraica e poneva alcuni limiti all’insegnamento di «non ariani», avrebbe potuto interessare Giorgio Mortara e Gustavo Del Vecchio[11], economisti di livello internazionale, direttori del «Giornale degli Economisti», autorevoli consulenti di istituzioni pubbliche e private, decorati al valor militare – e soprattutto nessuno poteva supporre che, da lì a poche settimane, il decreto del 5 settembre «per la difesa della razza nella scuola», avrebbe imposto la sospensione dal servizio di «tutti gli insegnanti ebrei nelle scuole di ogni ordine e grado, compresi i liberi docenti, gli aiuti e gli assistenti universitari, e i membri di razza ebraica delle accademie e degli istituti di cultura»[12].

La speranza di molti, fra cui lo stesso Gentile[13], era che, all’ultimo momento, il gran consiglio del fascismo decidesse alcune eccezioni, fra le quali si sperava potessero rientrare anche i professori ebrei della Bocconi. Ma Giorgio Mortara non voleva coltivare false illusioni – ed in ogni caso mai avrebbe accettato alcun ignobile compromesso – e, di fronte all’auspicio di Palazzina che egli potesse rientrare nel novero dei «fortunati» risparmiati dalle sanzioni, così rispose: «Le pare che proprio io dovrei essere lusingato di essere compreso tra le eventuali “eccezioni”? Io penso che me ne dovrei vergognare, data l’indiscutibile italianità del 99% degli incriminati. E un 1% o più di discutibili non c’è anche tra gli altri? Ne avrà conosciuti anche lei parecchi poco italiani di sentimenti, fra questi ultimi debitamente sottoposti al primo dei sacramenti. Comunque, non ci penso neppure all’eccezione, anzi attendo il peggio che indubbiamente verrà»[14]. Così, con il cuore gonfio d’amarezza, egli diceva tutta la sua delusione e la sua disillusione nei confronti di uno Stato e di un regime in cui aveva in passato creduto. Ormai non restava che lasciare la Bocconi e Milano e cercare rifugio in terre più ospitali[15].

Mortara non si distaccò dall’Università da solo; lo imitarono Paolo Baffi e Alberto Campolongo, che decisero di seguire il loro professore rassegnando le dimissioni da assistenti dell’Istituto di statistica[16].

Giovanni Gentile fece un estremo tentativo mettendo in giuoco tutta la sua autorità in una appassionata esposizione, davanti al gran consiglio, delle ragioni umane e civili che avrebbero dovuto spingere il regime a tornare sui suoi passi. Benito Mussolini, inebriato dalla trionfale accoglienza ricevuta nei giorni precedenti a Monaco di Baviera, non volle sentire ragioni: la sorte dei «colleghi ebrei» era segnata[17].

Giorgio Mortara pensò anzitutto agli Stati Uniti, dove confidava nell’appoggio di Fisher, Mitchell e Shotwell, ai quali aveva scritto personalmente, e su quello di Viner, Schultz e Frisch, sui quali aveva chiesto l’intervento di Luigi Einaudi e di Costantino Bresciani Turroni[18]. Le sue speranze sarebbero state ben presto deluse. Alla fine, risultato vano ogni tentativo presso università e enti nord americani, egli si rassegnò ad imboccare la strada del Brasile, l’unica rimasta aperta[19].

In situazione non dissimile si trovò Del Vecchio che, dopo aver invano tentato di farsi chiamare a Losanna, sulla cattedra che era stata di Vilfredo Pareto, dovette rassegnarsi a vivere esule in Patria. Solo nel ’43 egli riuscì ad abbandonare clandestinamente il Paese e a rifugiarsi in Svizzera.

Alla Bocconi l’espulsione dei docenti ebrei pose problemi di non poco conto, quali la scelta di un nuovo rettore e la copertura degli insegnamenti di economia e di statistica metodologica. Le decisioni ultime sarebbero aspettate al consiglio; ma more solito spettò a Palazzina formulare ipotesi e renderle operative, tenendo le fila della complessa rete di rapporti personali attraverso i quali si dipanava la gestione dell’Università. In una delle ultime relazioni inviate a Del Vecchio, egli così esternava le sue perplessità e i suoi problemi: «Entro il 15 ottobre le facoltà dovranno provvedere nuove designazioni incarichi per cui prima siano stati preposti [sic] non ariani: verso il 10 quindi si dovrà tenere una seduta del consiglio. Ma intanto per orientarsi sarebbe opportuno conoscere suo avviso. Naturalmente la più grave questione è quella rettorale. Una soluzione… esterna chiamando a un incarico vacante un papabile rettore? Si potrebbero delineare aspirazioni di Ferri – che mi dicono abbia moglie non ariana, come il M°(ministro?) – Lanzillo, Garino Canina. Una soluzione interna? Il 1° nome – designato dall’ordinariato – ha stoffa, autorità, rappresentatività rettorale? Borgatta ha al suo attivo due articoli recenti. Greco P. non sta a Milano: energia? Tajani? Cambi? Ha ascendente sui giovani, simpatie e antipatie fra i colleghi; energia; parola facile: ma professa materia per noi secondaria. Zappa? Indubbia autorità; ma sta a Venezia e mi pare alieno da sobbarcarsi all’onere. E allora? Ecco l’incubo ormai quotidiano! Una soluzione eccezionale, temporanea, mista? Richiamo del Gobbi? Quanto agli incarichi; per la statistica Giorgio vedrebbe volentieri il Lenti. Per l’economia Dominedò al I e Federici al II? Sono due liberi docenti e come tali le proposte più accette al M[inistro]. O dare incarico dell’una o dell’altra materia al Giovanni (che però ha già incarico Regia a cui forse tiene?). E la direzione degli Istituti? Prima dei… due sonetti (sia pure a rime obbligate)[20] cortesemente trasmessimi dal Lenti, pensavo a Gino [Borgatta?] come eventuale direttore di quello di economia; ma ora non mi sentirei più di farne il nome. Per quello di statistica Demaria? E unificare le direzioni affidando a Demaria quelle degli istituti di economia, politica economica e statistica? Non mi permetterei – data la situazione che le è stata fatta (sic) – di procurarle queste noie di interrogativi se non sapessi come lei sia affezionato a questa Università tormentata»[21]. Di fronte a questa raffica di interrogativi, il rettore rimase nel vago, adducendo la ragione che la questione era troppo complessa per essere messa per iscritto e che molte delle scelte erano legate alla decisione di Demaria di «andare a Torino dove ha via libera per il passaggio di Mengarini a Napoli oppure conti di restare da noi»[22]. D’altro canto, in quel momento, egli aveva ben altri problemi da risolvere che quelli della Bocconi.

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Sulla questione rettorale fu, invece, molto schietto Paolo Greco che non esitò un momento a schierarsi a favore della candidatura di Giovanni Demaria: «onesto, equilibrato, anima mite e dal punto di vista politico irreprensibile», oltre a essere l’unico ordinario della Bocconi[23]. Anche Marcello Boldrini, richiesto di un parere intorno al futuro assetto da dare ai corsi, spezzò più di una lancia a favore dell’economista: «Ai miei occhi, la spiacevole sostituzione dell’eminente, capace amico si presenta semplice ed ossia: Demaria. Egli è oggi il primissimo economista italiano, noto in ogni paese, specie in quello dei dollari, ed in piena attività scientifica. Uomo di fermo carattere, di grande serietà, allievo e amico di D.V. e quindi gradito anche a lui, che certamente più di ogni altro vedrebbe come successore. La stessa Università, che ha in lui l’unico professore di ruolo, nominandolo a preferenza di ogni altro, lo valorizzerebbe come merita. Ho passato mentalmente in rassegna i professori vicini e lontani, senza trovarne un altro ugualmente adatto. Secondo me, è una vera fortuna, che, nelle presenti difficoltà, l’Università abbia tra mano un candidato col prestigio e le qualità di Demaria»[24].

«L’impetuoso e immaginoso»[25] Demaria avrebbe quindi avuto buone probabilità di successo se non avesse commesso l’errore di candidarsi alla successione di Del Vecchio[26]. La proposta, corretta dal punto di vista sostanziale (non gli mancavano certo titoli scientifici ed era l’unico professore ordinario dell’Università), era invece «ingenua e avventata»[27] dal punto di vista formale; non tanto, credo, perché, come ha suggerito Alberto Zanni, egli era il discepolo preferito di un ebreo (anche Greco lo era); ma perché l’inusitata procedura violava una precisa norma del «galateo accademico»[28] – che imponeva che la profferta non potesse venire dal diretto interessato. Questa «mancanza di savoir faire» non sarebbe stata perdonata: né da Gentile, né da Palazzina, né da Del Vecchio[29], né dal resto del consiglio di amministrazione, che visse, probabilmente con fastidio, lo «sconsiderato» tentativo di condizionare scelte che reputava di sua esclusiva competenza.

Cauti sornioni[30] come Del Vecchio ed Einaudi, i suoi Maestri, si sarebbero comportati in maniera molto differente; ma la rude schiettezza era (e continua ad essere, credo) un tipico ingrediente della personalità dell’economista torinese: Paolo Greco sarebbe, dunque, stato il sesto rettore della Bocconi; mentre Giovanni Demaria si vide costretto ad attendere sette anni prima che le sue attese fossero soddisfatte.

Col senno di poi credo si possa affermare che tale scelta fu molto opportuna: la durezza dei tempi imponeva «cauti sornioni» piuttosto che «impetuosi ed immaginosi» combattenti, i quali si sarebbero invece resi molto utili nel momento in cui, uscito dal tunnel del fascismo, il Paese si sarebbe avviato sulla strada della democrazia.

Le vicende del «Giornale degli Economisti» (1938-1943)

Al di là dei pur gravissimi problemi personali, Giorgio Mortara non poteva sopportare l’idea che il «Giornale degli Economisti», la rivista alla quale aveva dedicato parte della sua vita, potesse cadere nelle mani di quanti avevano voluto le leggi razziali[31]. Come unica possibile soluzione a tale temuta eventualità, egli non vedeva che il suicidio del «Giornale»[32]. Un suicidio che sarebbe stato formalmente giustificato «dall’opportunità di concentrare in poche robuste pubblicazioni periodiche l’attività degli economisti, troppo dispersa tra numerose rassegne» e avrebbe richiesto la complicità della Bocconi che, incorporando il «Giornale degli Economisti» negli «Annali di economia», ne avrebbe di fatto decretato la soppressione.

Palazzina, dopo qualche perplessità, accondiscese alle richieste di Mortara e provvide a informare donna Javotte – alla quale, nel frattempo, l’economista mantovano, in una lettera di commiato velata di grande tristezza, aveva manifestato le sue intenzioni.

Il tentativo, come comprese immediatamente Giovanni Gentile, era ingenuo e velleitario. L’operazione avrebbe dovuto essere esattamente opposta a quella immaginata da Mortara: bisognava sicuramente fondere gli «Annali» con il «Giornale», ma non per sopprimere il secondo, bensì i primi[33]. Questo era anche il parere di Demaria che, con la solita irruenza, si precipitò dai due direttori per tentare di indurli a tenere in vita la rivista sotto le sua direzione. Ma, per far questo, bisognava bloccare immediatamente la circolare annunciante la morte del «Giornale»; neutralizzare le forze che si opponevano all’operazione; convincere Beneduce della bontà della soluzione proposta e vincere la testardaggine di Marcella Pantaleoni, che, paventando un possibile colpo di mano dei fascisti, era fermamente decisa a sopprimere la rivista.

Con la fine dell’anno Gentile, ottenuto il tiepido assenso di Mortara[34] e respinte le avances di De Stefani, così compendiava i risultati ottenuti: «Ieri l’altro, avendo pregato S.E. Benini di un colloquio, fui chiamato da lui al telefono poiché era sul punto di partire da Roma, donde rimarrà assente fin verso il 20 gennaio. E al telefono perciò gli parlai del nostro desiderio al quale s’è dimostrato sensibile, ma eccependo che egli poco o nulla potrebbe attendere al lavoro della rivista e che, avendo saputo di non so che progetto De Stefani in proposito, gli pareva opportuno riparlarne più riposatamente al suo ritorno, chiarite meglio le cose. Dunque nulla di definito. Stamane m’è venuto a trovare il De Stefani. Col quale credo di essere stato abilissimo per l’alternativa con cui l’ho trattato, di garbo affettuoso e di fermezza. E la conclusione è stata che il Giornale degli Economisti rimanga alla Bocconi, ma con il suo titolo in testa (salvo il supplemento annuale, costituito dalla continuazione degli Annali) e a capo un comitato, della cui composizione De St[efani] si disinteressa – salvo vedere se in avvenire si potesse realizzare una più stretta intesa con lui e con quelli che stanno con lui. Tra i quali il Vinci, di cui mi lesse una lettera che proponeva a me la fusione di tutte le riviste nel Giornale da conservare come organo di una costituenda società di economia presieduta dal De Ste[fani]. Progetto che io ho dimostrato prematuro e da rinviare alle calende greche. Sopra un punto solo egli ha insistito raccomandandolo a me saldamente perché nulla si pregiudichi per l’avvenire: e cioè che non si trasformi il Giornale da mensile, in bimestrale o, peggio, in trimestrale. Si mantenga mensile anche se si dovesse poi pubblicare insieme due fasc[icoli] in un fascicolo doppio. Io vi esorterei a contentare il De Ste[fani] su questo punto, che non è essenziale e che, risoluto nel senso da lui caldeggiato, toglierebbe di mezzo ogni ragione obbiettiva dell’accusa di avere, se non seppellito (come si diceva), manomessa la rivista rappresentativa di una tradizione ecc. ecc. Io credo che difficoltà ci possa essere a conservare la mensilità, una volta esclusa la fusione con gli Annali. E ritengo che tutto quello che si può fare per eliminare le polemiche e le avversioni si deve fare nell’interesse della Università Bocconi. Rimarrebbe la signora Pantaleoni, che io non conosco, e che, mi dice De Stefani, si sarebbe rivolta a un avvocato. Ma sono sicuro, che placato De Stefani e tolta la preoccupazione della soppressione del Giornale, essa non farà più obbiezione. Quanto al Papi sarei anch’io dell’avviso di metterlo dentro. Ma la sua entrata è subordinata all’uscita di Benini, bisognerà aspettare. Spero di essere stato chiaro, lei informi Greco, Demaria e Mortara e mi faccia poi sapere se le condizioni accennate si accettano. Ma bisogna tener presente che il De Stef[ani] è venuto alla soluzione prospettata cedendo alle mie pressioni e per usare riguardo a me. E a me non piacerebbe perciò tirare oltre la corda»[35].

A questo punto la rivista poteva essere passata in tipografia. Alberto Beneduce, incontrato qualche settimana più tardi, pur raccomandando la massima prudenza, avrebbe concesso il suo benestare alla pubblicazione e anche Marcella Tomassini Pantaleoni, «trovata dapprima in sospetto e in armi e risoluta a pretendere l’onorata sepoltura della rivista», finì per consentire all’idea di tenerla in vita, tenuto conto che l’istituzione che la prendeva in carico era in grado di garantirne i caratteri di scientificità e il rigore che, sino a quel momento, l’avevano caratterizzata[36].

Gentile raccomandò al nuovo direttore agire con la massima prudenza, «attenendosi scrupolosamente alle limitazioni di legge, tanto più che sul Giornale degli Economisti ci sono occhi non interamente benevoli; e qualcuno potrebbe rallegrarsi di vederci cogliere in fallo»[37]; ma egli fu il primo a non rispettare questo criterio, completando la neutrale prefazione pensata da Giorgio Mortara e le più decise aggiunte concordate tra Gustavo Del Vecchio e Giovanni Demaria, con poche righe con le quali sottolineava una continuità ideale con un passato che invano si era tentato di spezzare e manifestava l’orgogliosa intenzione di mantenere l’autonomia del «Giornale» contro ogni pressione esterna: «L’Università Bocconi, mentre rende pubbliche grazie agli antichi proprietari, sente tutto l’onere e la responsabilità dell’eredità che raccoglie; e procurerà di dimostrarsene degna mantenendo alla rivista il carattere che essa ebbe sempre, di alta palestra di discussioni»[38]. In effetti, sin dalle sue prime apparizioni, la «nuova serie» della rivista si sarebbe imposta sia per il suo stile poco ortodosso e poco appiattito sulle imposizioni del regime, sia per la qualità di contributi, sia per originalità e vis polemica degli stessi, quasi a rinnovare la stagione dei Pareto, dei Pantaleoni, dei De Viti De Marco[39].

Per circa un anno le cose sembrarono andare per il meglio; ma poi l’entrata in guerra e un accentuarsi di critiche neanche tanto implicite sulle scelte di politica economica del regime da parte del direttore del «Giornale» e di altri illustri economisti vicini alla Bocconi, aprirono una stagione difficile, che non si sarebbe chiusa che con la caduta del fascismo. Da qui le prime difficoltà, che si sarebbero andate intensificando nel ’42 con la pubblicazione de La ricostruzione dell’economia nel dopoguerra, per culminare nei drammatici episodi del maggio di quell’anno, quando la relazione di Giovanni Demaria al convegno pisano sui «problemi dell’Ordine Nuovo» mise in discussione le basi stesse del corporativismo e dell’autarchia, prefigurando un «ordine nuovo» legato a un grande «mercato europeo unico», a «libere attività aziendali» e alla «assoluta eguaglianza di possibilità per i singoli cittadini per operare industrialmente»[40].

Il testo di un «un rapporto riservato», redatto da un partecipante al convegno di Pisa con grande obiettività e senso della misura[41], ci consente di cogliere in tutta la sua drammaticità l’impatto dell’intervento sui presenti: «il prof. Giovanni Demaria, dell’Università commerciale “Bocconi” di Milano, direttore del “Giornale degli Economisti”, ha letto la sua relazione generale che è tutta un inno alla libertà economica, tanto nei rapporti interni che in quelli internazionali (liberalismo e liberismo). Se l’Italia – questa è press’a poco la tesi svolta e sostenuta dal prof. Demaria – vorrà davvero, a pace conquistata, approfittare della sua migliore situazione politica e del nuovo posto che dalla vittoria sarà assegnato nel consesso delle nazioni, dovrà abbandonare i vincoli e i freni che inceppano e mortificano lo sviluppo economico. Solo attraverso la maggiore possibile libertà la nostra Patria potrà aspirare a raggiungere un grado elevato di benessere, di prosperità economica. Se vogliamo diventare veramente ricchi e prosperi, e cioè anche economicamente una grande Nazione, dobbiamo seguire gli stessi metodi e criteri che già resero grande e ricca la Nazione inglese.

Questa è la tesi del prof. Demaria, la quale – esposta senza reticenze di sorta, senza veli, neppure leggerissimi – non poteva provocare tra i convenuti reazioni vivacissime. È una tesi, infatti, che nuda e cruda come è stata formulata, distrugge o sembra distruggere d’un colpo tutta la dottrina del corporativismo. L’esposizione di Demaria – ritengo mio dovere dirlo – ha tuttavia provocato, accanto a immediate, clamorose manifestazioni di dissenso, applausi alquanto nutriti; applausi che, del resto, non hanno meravigliato e non meravigliano. In primo luogo una gran parte dei convenuti, pur senza solidarizzare con la tesi esposta, ha mostrato di apprezzare il coraggio e l’estrema franchezza con cui il prof. Demaria ha espresso opinioni diverse «da quelle correnti» (così ha detto lui stesso). In secondo luogo, questi applausi hanno avuto – secondo me – il carattere di una presa di posizione degli studiosi contro certe minacciose e pericolose tendenze pseudo-corporative, le quali – se fossero accolte e ciecamente seguite – farebbero slittare il sistema corporativo verso un sistema di economia sempre più statizzata, accentrata, consorziata e monopolizzata, che coi veri principi e corporativismo fascista avrebbe poco da vedere. Dopo la relazione Demaria, molti presero la parola, ma più che altro su punti specifici della relazione stessa e per argomenti di carattere particolare. Il nocciolo della questione – e cioè l’essenza medesima del corporativismo di fronte a quella del liberismo economico – non fu da alcuno affrontato, o almeno non fu affrontato come sarebbe stato necessario – sul terreno scientifico e su quello altamente e saggiamente politico. È evidente, per esempio, che la semplice accusa di anticorporativismo o, addirittura, di antifascismo, formulata qua e là nell’uditorio contro Demaria, non giova a smentire una tesi sostenuta con intenti ed argomenti scientifici. Agli argomenti della scienza bisogna contrapporre altri argomenti della scienza. Alla fine della discussione il prof. Demaria prese di nuovo la parola, per alcune osservazioni conclusive: Tutti gli argomenti di coloro che hanno parlato dopo la mia relazione – egli dichiara – non spostano di una virgola le mie dichiarazioni. Quelle da me enunciate sono verità scientifiche nelle quali io credo e nelle quali prima di me hanno creduto i due più grandi economisti italiani, Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni. Respingo sdegnosamente – egli prosegue – tutte le accuse. Mi chiudo nella mia torre d’avorio e dico che se uno studente si presenta al mio cospetto negando la verità dei nostri teoremi, io lo boccio»[42].

Le positive reazioni di parte degli economisti eterodossi, bene messe in rilievo nel preciso «rapporto riservato», più che le critiche ostili dei fedeli al regime, irritarono profondamente il «direttorio nazionale», che decise una punizione esemplare per l’eretico direttore dell’Istituto di economia, privandolo della tessera del partito «per scarsa sensibilità fascista». La decisione, comunicata in via riservata a Paolo Greco il 29 giugno, fu ufficialmente notificata a Demaria il 12 settembre[43].

A complicare ulteriormente le cose intervenne la pubblicazione sul numero 5/6 del «Giornale», di un contributo di Epicarmo Corbino, che la censura bollò come gravemente disfattista[44], che di fatto sosteneva l’impossibilità per i paesi dell’asse di vincere la guerra, date le potenzialità produttive degli Stati Uniti. L’articolo in questione – e una incauta «recensione a firma G.D. al volume del prof. Pergolesi» – portarono al sequestro della rivista «per propaganda antipatriottica americana» e alla minaccia del Comitato interministeriale di coordinamento per gli approvvigionamenti di non rifornire più l’editrice della carta necessaria alla pubblicazione della stessa. Informando della cosa il direttore responsabile del «Giornale» (il solito Palazzina), l’editore osservava: «Il G.D. [Giovanni Demaria] è stato preso di mira e non lo vogliono più alla direzione del periodico: se la Bocconi lo sostituirà allora la sospensione sarà revocata e la pubblicazione potrà essere ripresa (…). Questo il solo ed unico ostacolo»[45].

Ancora una volta «il nostro grande protettore»[46] sarebbe stato costretto a riprendere le sue peregrinazioni e a spendere tutta la sua influenza presso vari uomini politici[47], arrivando addirittura al duce per tutelare Demaria e preservare la rivista. Ma, se il primo obbiettivo venne raggiunto con una certa facilità, il secondo impose il sacrificio del direttore e la sua sostituzione con il rettore e con un comitato scientifico che si facesse garante del conformismo del «Giornale».

Il moltiplicarsi di precauzioni e di autocensure non avrebbe, tuttavia, salvaguardato la rivista da ulteriori vicissitudini: sequestrato anche nel ’43 e nel ’44, il «Giornale» avrebbe dovuto attendere la fine del regime per ritrovare il suo direttore e il suo pubblico.

Per il momento non restava che far buon viso a cattiva sorte, sollevare «lo spirito al di sopra delle uggiose vicende della vita quotidiana con la consolazione della vera filosofia», come suggeriva Paolo Greco, nella speranza che: «come spesso accade nel succedersi dei tempi, quel che in un certo momento è colpa, può dopo divenire titolo di onore. E probabilmente del nostro G.D.E., già molto stimato per la indefettibile serietà del suo indirizzo e del pensiero espresso dai suoi vari collaboratori, si dirà un giorno che ha bene meritato dalla Patria»[48].

L’agonia del regime

Il nuovo rettore, appena assunta l’alta carica, venne fatto oggetto di un pesante attacco da un anonimo articolo pubblicato su «Dottrina fascista»; una sorta di lettera aperta al ministro Bottai nella quale lo si invitava a vigilare a che la «peste ebraica», sconfitta dalle leggi razziali, non trovasse modo di diffondersi «sul terreno delle sostituzioni», proprio come stava accadendo in Bocconi: «Sapete infatti chi è stato nominato rettore al posto di un ebreo? Il prof. Paolo Greco, il quale nell’anno di grazia 1936, XIV della rivoluzione, e quindi abbastanza recentemente, nella prefazione del suo “Corso di diritto bancario” edito dalla Cedam (Padova), a pag. IV così esattamente dice: “dedico questo corso ad Angelo Sraffa, che si è ritirato quest’anno dall’insegnamento ufficiale. Il tenue ma fervido omaggio che così Gli (sic) tributo, vuole non tanto ricordare ciò che a tutti è noto, vale a dire le grandi benemerenze acquisite dal caro e insigne Maestro per il progresso della scienza del diritto commerciale italiano, quanto concorrere, con questa sia pure modesta mia opera, ad attestare la continuità (sic) della Sua scuola e la costanza del Suo impulso animatore nel campo dei nostri studi”. Così testualmente l’allievo Paolo Greco, ora magnifico rettore dell’Università Bocconi, per il suo maestro Angelo Sraffa, la cui razza e i cui precedenti politici tutti conoscono. Chi poi non li sapesse potrebbe chiedere informazioni al fascista Andrea Ippolito, ora segretario federale dell’Urbe, che, quand’era semplice studente alla Bocconi, gli vietò – dico vietò – di mettere più piede nell’Università. Ora, camerata ministro, noi non chiediamo che il prof. Greco e il prof. Masci vengano defenestrati dalle università italiane. Ma – ripetiamo – chiediamo semplicemente che a loro, così come ad altri che si trovano in situazioni analoghe, non siano date cattedre create dalla Rivoluzione e non siano dati posti di comodo. Oggi, nell’anno XVII il regime, per nostra fortuna, ha uomini degnissimi che per titoli scientifici e per il loro passato rettilineo, fascistissimo, potrebbero con ben diversa fede servire la causa del duce a questi posti. Perché invece certe “cricche” che, nella migliore delle ipotesi sono sfasciste, devono ancora prevalere? E sono, si noti, cricche sempre legate a doppio filo coi giudei: sono, esattamente, le cricche dei loro allievi. Ora è inutile combattere i maestri se si lascia che gli allievi ne perpetuino l’insegnamento. Vi pare? Dottrina fascista»[49].

A una lettera di questo tenore, in tempi normali, non sarebbe neppure stato il caso di dare risposta; ma in quel particolare frangente la cosa non poteva essere passata sotto silenzio.

Per il contrattacco Greco scelse una strada quasi identica a quella che il suo Maestro aveva seguito vent’anni prima: approfittando del rapporto di amicizia che lo univa a Bottai gli chiese – ed ottenne – di pubblicare su «Critica fascista», la rivista che il ministro dirigeva, una lunga risposta alle critiche e alle allusioni degli anonimi estensori della lettera aperta (colleghi del giurista?): rivendicato con orgoglio il suo legame con Sraffa; delineato il posto che questi occupava nella storia del diritto commerciale italiano, ricordati i suoi legami con «una luminosa figura di fascista e di scienziato quale fu Alfredo Rocco» e il mitico intervento del duce del ’22 in favore della Bocconi, menzionato il suo passato «rettilineo e fascista»[50], Greco respinse ogni accusa ed ogni critica.

Lo sforzo da lui compiuto per comporre la lunga e appassionata difesa non sarebbe stato premiato; le leggi razziali e la campagna antiebraica non sarebbero state messe in discussione: ubbidendo a ordini venuti dall’alto, Bottai ne bloccò la pubblicazione, informando Greco che le «superiori autorità» avevano deciso in tal senso; mettendo, nel contempo, le cose a tacere per impedire che la polemica fosse ulteriormente alimentata[51].

In questa situazione difficile e turbata dagli eventi or ora esposti – e nel mentre cominciavano a soffiare i primi venti di guerra –, prendevano l’avvio i lavori per la nuova sede: dapprima con pochi «badilanti»[52] svogliati, ma poi con sempre maggior intensità e lena; anche se, quanto più si avvicinava il conflitto, tanto più le difficoltà di reperire materiali da costruzione, ferro, vetro, attrezzature si facevano sentire, rallentando i lavori e facendo disperare il povero Palazzina.

Non è questa la sede per entrare nel dettaglio sulle vicissitudini che interessarono la costruzione, sui ritardi e i rifacimenti, sulle tensioni fra i tecnici incaricati di sovraintendere all’opera, sugli scontri fra i docenti per la ripartizione degli spazi[53], sulle defaticanti mediazioni di Gentile e Palazzina; sta di fatto che tre anni dopo, il 21 dicembre 1941, in una Milano turbata dalle prime incursioni aeree, «la nuova imponente sede dell’Università commerciale “Luigi Bocconi”, sorta, a cura del comune di Milano, su progetto dell’architetto Giuseppe Pagano, a porta Lodovica, presso il parco Ravizza su un’area di oltre 8.000 metri quadrati» veniva solennemente inaugurata «alla presenza delle massime autorità milanesi e dei rappresentanti del P.N.F.»[54].

Il rettore, nella prolusione letta in quell’occasione, ricordata l’innovativa organizzazione didattica e scientifica dell’Università, «la struttura organica e sistematica degli insegnamenti che vi vennero inizialmente fondati e poi successivamente sviluppati, come pure il complesso delle iniziative e delle attività destinate a integrare il compito culturale dell’Ateneo, secondo un disegno che si è poi generalizzato a tutti gli istituti superiori e facoltà di economia e commercio»; accennato al «sistema delle discipline e delle cattedre (…), concepito e realizzato dalla Bocconi, meglio forse che da altre consimili e precedenti istituzioni estere, in base a un’ampia e complessiva visione delle relazioni e dei coordinamenti che devono allacciare le scienze strettamente economiche, con altri ordini di discipline affini o sussidiarie»; rese omaggio ai “Maestri insigni” succedutisi in quarant’anni, «lasciando della loro opera un’orma incancellabile e nei nostri animi un ricordo che è un continuo incitamento a tendere verso la loro altezza: Pantaleoni, Einaudi, Prato, Cabiati, Benini, Gobbi, Coletti, Del Vecchio, Mortara, De Marchi, Anzillotti, Buzzati, Bonfante, Sraffa, Carnelutti, Mosca, Romano, Alfredo Rocco, De Gregorio, ed altri ancora»[55]. Maestri del passato e del presente, ortodossi ed eterodossi, fascisti e antifascisti, gentili ed ebrei, che Paolo Greco accomunava in un unico abbraccio ideale[56].

Ancora una volta, nonostante la guerra, il desiderio di innovare non venne meno e trovò soprattutto espressione nelle attività dell’Istituto «Ettore Bocconi» che Demaria tentò di potenziare attraverso l’attivazione del progettato «master» in economia[57] e con l’avvio di un programma di ricerche «che dovrà mettere la nostra Università in grado di offrire un contributo efficace alla soluzione dei problemi che già si delineano per la ricostruzione economica dell’Europa e per la tutela degli interessi italiani dopo l’esito vittorioso della presente guerra»[58]. Le prime indagini condussero alla pubblicazione di Situazione economica internazionale, primo volume di una nuova collana che avrebbe dovuto sostituire le «Prospettive economiche», che tanto successo avevano assicurato a Mortara e all’Istituto di economia.

Le ricerche in questione, da cui sarebbe scaturita anche la famosa relazione di Pisa, spinsero Demaria, che non mancava certo di iniziativa e di coraggio, ad elaborare, nella primavera del ’43, un dettagliato programma di indagini così formulato: «Programma di ricerche: Parlatone a lungo con rett[ore] che ne parlerà a Gentile. In breve si tratta: a) Gruppo di economia pura e di alta teoria: Mani libere a me perché debbo concretarle con le possibilità e i desideri degli aa.[autori] (scelti con il più gran disinteresse avendo presente solo il loro valore: quindi si capisce chi debba essere escluso). b) Gruppo ricerche sui problemi del dopo guerra e sulla soluzione suggerita dagli economisti. Qui vari temi: latifondo, problema sindacale, ripartizione carichi di guerra, revisione legge doganale, cambio estero, riorganizzazione bancaria, livello economico della lira, ecc., ecc. (scelta dei collaboratori come sopra). c) Gruppo ricerche monografiche particolari. Rilevazione del reddito, problemi statistici, problemi importanti collaborazione culturale con enti stranieri»[59].

Il progetto era molto ambizioso e c’è da scommettere che ben difficilmente gli economisti vicini al regime[60] ne avrebbero permesso la realizzazione. Ma venne settembre, e il tutto fu rimandato di qualche anno quando, in un’Italia libera e democratica, al nostro sarebbe stato affidato il compito di presiedere la commissione economica della costituente.

Il 1943 fu un anno difficilissimo per l’Università, non solo e non tanto per la grande scarsità di combustibile, che spesso costrinse professori e studenti al freddo, né per la difficoltà di comunicazioni che rese problematico il regolare svolgimento dei corsi; ma per l’accentuarsi dei bombardamenti, per il richiamo alle armi di giovani docenti e studenti, per i prigionieri e i morti, per l’impressione sempre più diffusa che la guerra volgesse al peggio e per la sfiducia che ormai gran parte degli Italiani riponeva nel duce e nel regime[61]. Solo alcuni «fedelissimi» continuavano a nutrire la speranza che il Paese e il capo avrebbero saputo risollevare le sorti della guerra o che, come accadde a Gentile, nonostante dubbi e incertezze, non volevano mettere in discussione scelte di campo sostenute con coerenza per quasi un ventennio[62]. Il colpo di stato monarchico del 25 luglio 1943 venne, quindi, a chiudere una situazione di grave incertezza e fu accolto con grande sollievo da quanti avevano ormai da tempo abbandonato ogni sogno di gloria e da quei pochi che, come Fausto Pagliari e Girolamo Palazzina, non avevano ceduto alle lusinghe del fascismo, conducendo una loro personale e silenziosa, ma tenace, opposizione[63].

Nel frattempo la guerra continuava, e così i bombardamenti e, proprio in quel caldo agosto del ’43, nel corso di una delle grandi incursioni su Milano[64], una bomba dirompente cadde nel cortile interno della nuova sede danneggiando gravemente l’aula magna e alcune aule, rendendo inservibile la mensa e infrangendo tutti i vetri dell’edificio. A porre riparo alla mancanza di vetri, introvabili in una Milano tormentata dalle incursioni aeree, si ricorse «a cartonaggi»; e, in seguito, di fronte alla latitanza del comune, al generoso intervento di alcuni «vecchi bocconiani», che provvidero alla parziale sostituzione degli stessi.

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Anche il vice presidente della Bocconi stava vivendo ore difficili dopo l’arresto di Mussolini. La sua notoria fedeltà al dittatore lo rendeva un personaggio ingombrante per il governo, che prese le distanze da lui per il tramite di un duro attacco mossogli da Francesco Severi, il nuovo ministro dell’educazione nazionale che, dalle colonne del «Giornale d’Italia», lo accusò di «aver spezzato il fronte unico della cultura che doveva essere il fronte della libertà e della dignità umana» e di essere l’autore di atti che «davano apparenza fallace di libertà alla servitù, di dignità nazionale alla faziosità partigiana, di alta pedagogia all’uso brutale del manganello»[65]. Alla stessa Gentile rispose con le immediate dimissioni dalla direzione della Normale e «da tutti gli altri minori incarichi, che avevo dal Min[inistro] dell’e[ducazione] n[azionale]»[66].

I fatti del settembre risolsero momentaneamente il problema. La liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso e la costituzione della repubblica sociale di Salò, alla quale Gentile aderì, gli valsero la conservazione di tutti i suoi incarichi – ai quali avrebbe aggiunto quello di presidente dell’Accademia d’Italia, consentendogli di continuare a svolgere il ruolo di «santo protettore» della Bocconi.

Le sue prime preoccupazioni, una volta ritornato nel pieno delle sue funzioni, furono per il «Giornale degli Economisti», di cui chiese l’immediata eliminazione della «nota preliminare» al numero in stampa, ricordando che, alla luce dei cambiamenti intervenuti dopo l’8 settembre, essa era da giudicarsi politicamente inopportuna, oltre a costituire un pericolo per la stessa incolumità fisica del rettore e del direttore dell’Istituto di economia. L’ideale, anzi, sarebbe stato bloccare l’uscita dell’intero «Giornale» in attesa di tempi migliori: «La cosa potrà dispiacere a Greco e a Demaria», egli scriveva a Palazzina, «ma si devono anch’essi persuadere che è prudente e per noi doveroso non far correre rischi alla nostra Università, rischi pericolosi […]; ci aspettano tempi durissimi; e ogni precauzione possibile è doverosa»[67].

Il «Giornale», in realtà, si sarebbe continuato a stampare in maniera molto avventurosa, su pressione di Demaria[68] – e nonostante il parere contrario del vice presidente, del direttore della segreteria e dello stesso editore – e, con altrettanta regolarità, esso sarebbe stato colpito da provvedimenti di censura che ne impedivano o ritardavano la circolazione. Circolazione, in ogni caso, resa estremamente difficile dal collasso del servizio postale.

L’ala protettrice di Gentile funzionò anche nel marzo 1944, quando egli riuscì a bloccare «l’idea strana e pericolosa di fare dell’Università una facoltà “Luigi Bocconi” della ex-Regia per avere unità di comando»; e lo stesso accadde pochi giorni dopo, quando il ministro dell’educazione nazionale – l’ex rettore di Pisa Biggini, con il quale il filosofo era in grande dimestichezza – decise di sostituire con un commissario di nomina governativa il rettore, da poco scaduto, chiedendo all’Università una terna di nomi fra i quali avrebbe operato la sua scelta.

Il direttore della segreteria, pur non nascondendo il suo sconcerto per tale richiesta, propose al ministro, nell’ordine, la riconferma di Paolo Greco, la nomina pro tempore di Gentile o quella di Oreste Ranelletti. Palazzina non nascondeva le sue preferenze per la «soluzione accentratrice che ai tempi del povero Sabbatini diede un’ottima prova e che sarebbe vista con entusiasmo»[69]; ma Gentile ab initio nicchiava: la proposta gli pareva inopportuna; essa avrebbe rischiato di attrarre sull’Università l’occhio del regime in un momento nel quale bisognava fare di tutto per mantenersi nell’ombra[70]; ma poi finì con l’ammettere che, forse, essa avrebbe potuto funzionare e non ebbe difficoltà a strappare al ministro il consenso a nominarlo «commissario» della Bocconi e ad affiancargli Giovanni Demaria in qualità di «sub commissario»[71].

Il destino impedì che quest’ultimo impegno fosse portato a termine. Quindici giorni più tardi, infatti, Gentile venne assassinato, in periferia di Firenze, davanti a Villa Montalto, dove si era di recente trasferito[72].

La sua morte lasciò un grande vuoto in Bocconi. Su di lui e su quell’Italia straziata dalla guerra, Armando Sapori ha lasciato questa toccante testimonianza: «Carissimo Palazzina, ti scrivo sotto l’impressione dell’uccisione del senatore Gentile, nostro presidente, che tu apprenderai prima dell’arrivo di questa mia, dai giornali. A parte la disumanità della cosa, conoscevo da 15 anni Gentile che aveva sempre avuto stima di me, e direi addirittura stima affettuosa: in queste condizioni non ho bisogno di dirti l’impressione che ho provato! Sono inoltre amico dei figli suoi, e particolarmente di Fortunato che ora dirige la “Sansoni”, e di Federigo che attualmente è prigioniero in Germania. Di quest’ultimo parlavo or non è molto col padre suo con amicizia che commoveva entrambi! Questi episodi di guerra civile – che sono tanti ormai – aumentano lo strazio della guerra combattuta e sofferta in ogni più remoto angolo del nostro disgraziatissimo Paese: esposto all’offesa aerea che porta via con rivi di sangue tanti lembi della nostra antica civiltà; abbandonato dall’amore dei figli che dovrebbero trovare l’unione non fosse altro che nella generalità delle sofferenze. Quanti pensano ancora all’Italia, piuttosto che al loro momentaneo interesse o alla vendetta momentanea? Incapace, per condizioni di salute e di famiglia, ad una vita attiva, io cerco di ricordarmi dei miei doveri con l’unico mezzo che posso, col lavoro, del tavolino e della scuola. E per ciò che riguarda la scuola sento la mancanza della “Bocconi”, da cui in questo momento mi tengono lontano circostanze superiori ad ogni mia forza e volontà»[73].

Ma, come aveva detto Gentile in più occasioni, majora premunt e già due giorni dopo la sua morte Palazzina[74], ora appoggiandosi al senatore Pier Gaetano Venino, era alla ricerca di un degno sostituto del vice presidente.

Il 1944 fu forse l’anno peggiore per l’Università: esami sospesi o rinviati; calendario delle lezioni praticamente inesistente, a causa dell’impossibilità dei professori abitanti fuori sede di far conto dei trasporti pubblici e privati[75]; stillicidio di furti notturni, che costrinsero a raddoppiare i custodi e a munirsi di cani; cronica mancanza di combustibile; continue richieste dei docenti di integrare stipendi ormai completamente erosi dall’inflazione; per non dire della difficilissima situazione che la città e l’intero Paese stavano vivendo in quei mesi.

La bandiera rossa sventola sull’Università

Con il 1944, in Bocconi, le manifestazioni avverse al regime e all’occupazione tedesca, che avevano preso l’avvio nel novembre 1943 con un anonimo biglietto affisso sulla porta dell’istituto di geografia con la scritta: «A morte i professori fascisti putannieri [sic]»[76], andarono moltiplicandosi sino a culminare, il 14 febbraio del 1945, in una vera e propria incursione partigiana all’Università.

Nella denunzia presentata al «commissariato di polizia repubblicana» di via Meda, Palazzina così descrisse l’accaduto: «Stamane verso le ore 10 un gruppo di 25 o 30 giovani, che si sono poi qualificati per “partigiani’, sono entrati nell’Università Bocconi. Dopo aver immobilizzato il portiere tenendolo sotto la minaccia di una rivoltella, e imponendogli di non muoversi, uno di essi in tuta da meccanico, tagliò i fili del telefono. Gli altri, sempre con rivoltelle spianate, costrinsero gli studenti che si trovavano nell’atrio a salire al 1° piano, dove altri studenti erano riuniti in attesa di sostenere esami (…). Invitati gli eventuali possessori di armi a consegnarle, un giovane salito su un tavolo, ha rivolto un breve discorso agli studenti invitandoli a fare atto di solidarietà con i partigiani, concludendo inneggiando alla Internazionale, concludendo con le parole: “In questo momento la bandiera rossa sventola sull’Università”»[77]. La denunzia continuava riferendo del rapido abbandono dell’università da parte del gruppo e di una sparatoria avvenuta nell’atrio d’ingresso, dove due giovani «sconosciuti» vennero trovati gravemente feriti. Gli stessi erano stati prontamente soccorsi e ricoverati in ospedale da «un tenente e militi delle G.N.R.», che avevano provveduto anche al sequestro della bandiera rossa.

A posteriori si deve ammettere che Palazzina fu molto reticente con il commissario repubblicano[78], dimenticando di accennare ai volantini distribuiti ai ‘compagni universitari’; di denunziare l’entusiasmo che aveva accompagnato l’audace incursione; di dire che i feriti – uno dei quali era in seguito deceduto – erano agenti di pubblica sicurezza e che i militari, giunti sul luogo della manifestazione con un’ora di ritardo, «per primo davano l’assalto ai locali dell’Università, ormai deserti, sparando all’impazzata contro i muri. Poi scoperta la cucina della mensa, in armonia con le gloriosissime tradizioni della legione, si buttarono sulle scorte alimentari, facendo man bassa di quanto potevano asportare. Per ultimo, come impresa finale e più eroica di tutte, sporcavano i bei muri a mattonelle con scritte di viva il duce ed altre scempiaggini del genere»[79].

Al là dell’enfasi con la quale il volantino intitolato Bandiera rossa sulla Bocconi, che riportava un articolo di numero clandestino di «Rivoluzione socialista»[80], descriveva l’impresa dei giovani partigiani e del sarcasmo che colpiva invece la «prodezza» delle milizie repubblicane del «primo reparto d’assalto “Onore e combattimento”, è indubbio che i militari furono attratti più dalla dispensa che da desiderio di vendetta – e la loro azione si concretò nel furto di cinque forme formaggio molle, una bottiglia di cognac, una di vermut, una di sherry, una di marsala, diversi bicchieri di altri liquori e venti porzioni di panpepato, per un danno di 1865 lire. Importo che, a onor del vero, sarebbe stato di lì a poco rimborsato dal comandante del reparto d’assalto”»[81].

Si concludeva così, almeno per la Bocconi, a pochi giorni dal 25 aprile, con questo episodio in cui tragedia e farsa risultavano strettamente avvinte, il lungo ventennio fascista.

A Paolo Greco, nominato pro rettore dal governo militare alleato, sarebbe spettato il celebrare la riapertura dell’Università nella Milano liberata: «Studenti della Bocconi! Designato a dirigere, in questo laborioso periodo di transizione, l’attività del nostro Ateneo, vi rivolgo il mio cordiale saluto e nel tempo stesso invoco la vostra fervida cooperazione perché la Bocconi riprenda, nel clima della libertà e della democrazia, la sua missione educatrice dell’intelletto e dello spirito. A questa missione, a dire il vero, essa non è mai venuta meno, anche nei tempi in cui più odiosamente imperversò sulla scuola e sulla cultura italiana l’oppressione fascista. Il tiranno e i suoi gerarchi sapevano di avere in questo libero Ateneo un ambiente ostile, un centro di tenace e irriducibile resistenza e più volte perseguitando i suoi docenti e i suoi studenti, vietando le sue pubblicazioni, tentarono di fiaccarne l’opposizione (...). L’esperienza della tirannide è stata dura, è stata tragica, disseminata di rovine e di lutti, ma non sarà trascorsa invano se sapremo trame i debiti ammaestramenti e comprendere finalmente l’inestimabile valore della libertà, il dovere di rispettarla e di difenderla ad ogni costo per noi e per i nostri simili, per i nostri compagni di fede e per i nostri avversari di idee. Ispirati a questo principio di condotta morale e sociale, iniziamo, con piena fiducia nell’avvenire, la nuova vita della scuola italiana»[82].


1

Il rammarico e l’apprensione traspirano appieno nella lettera che accompagnava la domanda ufficiale di trasferimento: «Illustre e caro Rettore (…). Ti invio oggi stesso una mia domanda ufficiale in relazione al mio eventuale trasferimento a Venezia. Io per molte cagioni non posso trasferire la mia famiglia a Milano – i viaggi ultimamente e la permanenza fuori di casa già mi riescono gravosi, sicché prevedo il peggio e più vivo in me si fa il desiderio del lavoro tranquillo – ma non vorrei ora lasciar l’Università. Tu puoi molto fare per una benevola soluzione – e per quanto farai ti sarò gratissimo – già molto grato ti sono per quanto di me dicesti a Luzzatto e per il giudizio sull’opera mia» (ASUB. Busta Z2. Gino Zappa a Gustavo Del Vecchio. Valdobbiadene 30 agosto 1935).

2

ASUB. Busta Z2. Gustavo Del Vecchio a Gino Zappa. Milano 11 settembre 1935.

3

«Riguardo alla questione Zappa, io penso: 1) Che il suo trasferimento sarebbe un danno grave e non riparabile per la Bocconi. 2) Ch’io non posso non aiutare d’altra parte un collega egregio, il quale ha forti ragioni di famiglia per chiedere di andare a Venezia. 3) Che gli impegni finanziari della Bocconi sono rilevantissimi e perciò potrebbe aver luogo una transazione conveniente, da questo punto di vista, anche per noi. 4) Che in ogni caso converrebbe assicurarsi che la cooperazione del prof. Zappa continuasse per parecchi anni immutata per la materia ragioneria» (ASUB. Busta C).

4

AFGG. Girolamo Palazzina a Giovanni Gentile. Milano 3 ottobre 1935 e 23 ottobre 1935.

5

Cfr. ASUB. Busta C. Giovanni Gentile a Gino Zappa. Milano 22 ottobre 1935.

6

Che si sarebbero concluse solo nell’estate 1937 quando, «superate tutte le difficoltà burocratiche a Roma e a Milano, il Comune ha bandito l’appalto per la costruzione della nuova sede, appalto vinto dall’impresa Bonomi e Marinoni. Il comune di Milano per la direzione artistica e tecnica della costruzione ha conservato la collaborazione dell’arch. Pagano, progettista» (verbali del CdA. Seduta del 5 luglio 1938).

7

Cfr. A. De Maddalena, cit., p. 420.

8

Sul tema si veda M. Cattini, cit., pp. 523 e s.

9

Fu proprio Piero Sraffa a informare il rettore della decisione: «Caro Del Vecchio, la mia mamma ed io crediamo di interpretare la volontà di mio padre offrendo in dono all’Università Bocconi, che gli fu cara, la sua biblioteca di opere giuridiche. Sappiamo che l’Università Bocconi conserva di mio padre un ricordo affettuoso: confidiamo quindi che gradirà l’offerta dei libri che furono il suo strumento di lavoro. Se l’offerta sarà accettata, ci permettiamo di esprimere il desiderio che i libri e le miscellanee vengano tenuti riuniti per uso dell’istituto di diritto commerciale comparato, diretto dal prof. Rotondi, che di mio padre fu amatissimo discepolo» (ASUB. Busta 103/2 Angelo Sraffa a Gustavo Del Vecchio. Milano 14 aprile 1938). Il giorno seguente Gentile, comunicando l’accettazione del legato, così rispose:·«Chiar.mo professore, il dott. Palazzina m’informa che Ella d’accordo con la sua mamma, intende donare alla nostra Università la biblioteca di opere giuridiche del suo illustre babbo. L’Università Bocconi conserva di lui il più riconoscente ricordo, ma il possedere qualche cosa che a lui appartenne e che fu strumento del suo geniale lavoro sarà per noi tutti motivo di intima soddisfazione profonda. Il dono sarà quindi accolto con entusiasmo pari alla gratitudine e in attesa della nuova sede dell’Università sarà custodito nella sala di questa presidenza per trovare poi collocazione definitiva all’Istituto di diritto comparato» (ASUB. 103/2. Giovanni Gentile a Piero Sraffa. Milano 15 aprile 1938).

10

Nel febbraio di quell’anno, a una richiesta del ministero dell’educazione nazionale di avere notizie dei professori e degli studenti «maschi» di razza ebraica, il rettore così rispose: «Eccellenza (…), mi affretto a comunicarle che non abbiamo nessun professore di ruolo ebreo. Dei nostri 33 professori, incaricati e supplenti – tutti maschi – due sono notoriamente di origine ebrea, ma non mi risulta che essi siano iscritti alla comunità. Quanto agli studenti italiani (…) credo di poter assicurare che dei 1020 studenti italiani iscritti, gli ebrei siano meno di venti e tutti maschi» (ASUB. Busta 49/2. Il rettore al ministro dell’educazione nazionale. Milano, 18 febbraio 1938). Ad agosto seguì, invece, un vero e proprio “censimento” del personale di razza ebraica. Dallo spoglio delle 75 schede distribuite ai dipendenti (35 professori, 9 assistenti effettivi e 12 volontari, 19 addetti all’amministrazione e ai servizi) emerse che: «Gli insegnanti di razza ebraica per parte di padre e di madre sono tre e cioè: Del Vecchio Gustavo, incaricato di economia politica corporativa, Mortara Giorgio, incaricato di statistica e Ansbacher Luigi, incaricato di conferenze di istituzioni commerciali germaniche. Degli assistenti uno è di razza ebraica e cioè l’assistente volontario di merceologia Monselice Giuseppe. Il solo prof. Mortara ha il coniuge di razza ebraica» (ASUB. Busta 49/3 Prospetto riassuntivo del personale di razza ebraica). Ai quesiti posti della scheda censuaria Mortara rispose con un sarcastico «nota bene» del quale Palazzina diede conto a Gentile: «Il sottoscritto non può rispondere alla domanda perché non crede scientificamente all’esistenza della razza ebrea. Fornisce tuttavia i dati atti a una classificazione in base a criterio opposto e muta la domanda della scheda così: “se appartenga a famiglia italiana di religione israelitica” e risponde affermativamente a questa e analoghe domande relative al padre, alla madre e coniuge, mentre a quella riguardante la religione professata risponde: «Nessuna religione costituita. Credo in un Dio di giustizia e bontà». Accompagna invio scheda così: vedere assassinati i figli senza poter reagire è il peggior supplizio che possa toccare ad un uomo». Gentile così chiosò la lettera di Palazzina: «Non credo neanch’io alla razza e l’ho detto forte a chi di ragione. Ma ora non si tratta di credere o non credere» (Girolamo Palazzina a Giovanni Gentile. Miazzina 11 settembre 1938).

11

Interessante, al proposito, è la testimonianza di De Magistris. Il geografo, fascista della prima ora, così leggeva la situazione: «Difesa ella razza: non conosco la origine dei giovani già iscritti al 2° e 3° anno. Se di cittadinanza italiana non dovrebbero temere esclusioni, in quanto ebrei. Se non hanno la nostra cittadinanza poco importa che non siano o siano tedeschi. Se ho ben compreso lo spirito della difesa, non si desiderano altri ebrei in Italia. Quelli che vi sono non dovrebbero temere. So che Almagià non si preoccupa. Perché dovrebbe preoccuparsi l’amico Mortara? (…). Eliminati gli intrusi, si ritornerà nei buoni, anzi ottimi rapporti di prima. Bisogna cooperare tutti, con fermezza, a chiudere le frontiere e a far uscire i mal entrati. Dopo tutto questa pare che sia la politica anche degli stati ultra democratici. Noi fascisti, poi, ci fidiamo ancora degli ebrei italiani, ma non ci siamo mai fidati di quelli di Oltr’Alpe, perché, né manco farlo a posta, in ogni azione e intrigo antifascista è saltato sempre lo zampino dell’ebreo straniero» (ASUB. Busta D. Luigi Filippo De Magistris a Girolamo Palazzina. Valdaora di sotto 27 agosto 1938).

12

G. Turi, cit., pp. 474-75. Un acuto e intelligente testimone di quegli eventi così li ricorda. «I nostri legami con il regime nazionalsocialista si stavano sempre più stringendo. Anche altri fatti lo provavano, come nel ’38 le leggi intese a separare gli ebrei dalla collettività italiana. Come capita, anche i pochissimi che s’aspettavano quel momento, non mancarono di far gran chiasso con un manifesto sulla razza (…). Una pagina nera, quella della politica razziale, anche se non condivisa dalla quasi totalità della popolazione italiana. Ho vissuto questa tragedia vicino a Mortara fino al momento della sua partenza per il Brasile nel gennaio del ’39. Una tragedia non solo materiale, ma anche morale per Mortara che non s’era mai posto il problema d’essere un qualcuno diverso dagli altri italiani. Se ben ricordo, aveva anzi in uggia i sionisti, proprio perché con il loro atteggiamento potevano far sospettare un legame meno stretto che quello che in realtà c’era fra i cittadini di religione ebraica e la collettività italiana» (L. Lenti, Le radici, cit., p. 84).

13

E in questo senso egli scrisse a Del Vecchio dicendogli tutto il suo rammarico per decisioni che disapprovava profondamente e la sua speranza che eccezioni sarebbero state fatte: «Caro professore, Ella conosce i sentimenti di stima e amicizia creati in me dai nostri rapporti personali in tanti anni di collaborazione all’Università Bocconi; di quanto assegnamento io facessi su questa sua collaborazione nel mio programma di rinnovamento di questa Università; e può immaginare con quanto rammarico mi vedo costretto a non potervi più fare assegnamento. Ma a questo rammarico piuttosto egoistico si aggiunge il dolore di non poterle mandare neanche una parola di conforto in un’ora che so di angoscia per lei. Un qualche raggio di speranza mi rimane tuttavia per l’alta assicurazione datami la settimana scorsa a Roma del conto che il Gran Consiglio farà non pure delle benemerenze militari e politiche, nonché di quelle scientifiche, come titolo per confermare agli israeliti che le posseggono il nome e diritti interi degli italiani. Con questo augurio le mando una stretta cordiale di mano e l’assicurazione della mia amicizia inalterabile. Suo Giovanni Gentile» (Giovanni Gentile a Gustavo Del Vecchio, cit. in A. Zanni, Demaria negli anni Trenta attraverso un epistolario (giugno 1930-febbraio 1939), in «Storia del pensiero economico», n. 31-32/1996 pp. 103-104). A Mortara scrisse sicuramente una lettera molto simile; alla quale l’economista così rispose: «Illustre senatore, grazie per le sue parole buone, espressione di quella fraternità d’intelletto e di spirito creata da Dio, che nessuna forza umana può troncare. Le confesso che credo poco alle eccezioni; inoltre, se dovessero esistere, quasi mi vergognerei di farne parte, tanto mi pare infondata la regola. Apprezzo molto il suo sentimento. L’Università Bocconi è stata il maggiore campo della mia attività, mi duole abbandonarla. Ma non è il mio siluramento che mi duole, è soprattutto il boicottaggio dei figli. Nonostante tutto, confido che essi possano onorare il nome che portano e la loro patria, l’Italia» (AFGG. Giorgio Mortara a Giovanni Gentile. Ponte di Legno 14 settembre 1938).

14

ASUB. Busta A. Giorgio Mortara a Girolamo Palazzina. Ponte di Legno 7 settembre 1938.

15

A Luigi Einaudi egli così sintetizzò le sue scelte: «Caro Senatore, i nuovi provvedimenti colpiscono me e più i miei figli. Ho riflettuto molto sul da fare e sono venuto alla conclusione che il mio dovere è quello di affrontare tutte le incognite dell’immigrazione affinché i miei figli (18, 16 e 15 anni) possano intraprendere la lotta per l’esistenza a parità di diritti con coloro che li incontrano. L’Europa mi pare già troppo ingombra di profughi, e pericolosa (…)! Penso all’America del Nord» (AFE. Giorgio Mortara a Luigi Einaudi, Milano 15 settembre 1938).

16

ASUB. Busta C2. Paolo Baffi e Alberto Campolongo a Girolamo Palazzina. Roma 7 ottobre 1938.

17

ASUB. Busta 2R. Giovanni Gentile a Girolamo Palazzina. Roma 7 ottobre 1938. La tragedia degli ebrei italiani è ben sintetizzata nelle vicende di Mortara (Ricordi, cit., pp. 38-39). «La carriera scolastica dei miei figli, al pari della mia di docente, fu bruscamente interrotta dalla legislazione fascista intesa ad escludere gli ebrei dal corpo della nazione italiana. Il regime fascista, nei primi anni della sua esistenza, non aveva praticato atti d’ostilità contro gli ebrei, non pochi dei quali si erano iscritti al partito, per convinzione o per convenienza. Più tardi si andò svolgendo gradualmente una subdola campagna, a base di menzogne, sul modello di quella che avevano condotto i nazisti. E, con l’avvicendamento politico del fascismo al nazismo, fomentato dall’azione franco-britannica contro la conquista italiana dell’Etiopia, l’odio contro gli ebrei fu sempre più palesemente e vigorosamente alimentato, fino a sboccare in quella barbara legislazione, che segnò il principio del boicottaggio degli ebrei e di quella serie di persecuzioni che doveva culminare nelle deportazioni di massa ai campi di sterminio. Pur non professando più la religione degli avi, la nostra famiglia non poteva né voleva negare o rinnegare la discendenza ebraica, e fu colpita in pieno dai nefasti provvedimenti, con la sola attenuazione, in un primo tempo, della “discriminazione” accordata agli ex-combattenti e decorati al valor militare, che implicava principalmente minori svantaggi materiali. Io fui escluso dall’insegnamento e collocato a riposo; escluso dall’Accademia dei Lincei; escluso dalla direzione del “Giornale degli Economisti” (…). I ragazzi furono esclusi dalle scuole pubbliche, che avevano fino allora frequentato. Ricordo ancora il giorno in cui, dopo aver letto nel giornale, appena arrivato, la notizia di questa esclusione, Laura risaliva dal paese di Ponte di Legno verso la nostra casa, piangendo. Io ero, per caso, alla finestra, e non dimenticherò mai la stretta al cuore che mi ha cagionato quella vista».

18

AFE. Luigi Einaudi a Giorgio Mortara. Dogliani 24 settembre 1938 e Idem. Giorgio Mortara a Luigi Einaudi. Milano 30 settembre, 24 ottobre e 29 ottobre 1938. La lunga e nobile lettera che egli inviò ad Einaudi a fine settembre, per ringraziarlo del suo intervento, fa piena luce sullo Stato d’animo del professore: «Caro Senatore, Le sono molto riconoscente per la sua lettera e per le raccomandazioni a Schultz e a Viner, che ho conosciuto entrambi ma solo fuggevolmente. Per quanto riguarda il visto americano all’emigrazione, avrei buone speranze: la quota non è coperta, l’ambasciata degli S.U. è disposta ad aiutarmi e mi ha assicurato che la mia diminuzione di udito – grave handicap, purtroppo, per ogni forma di attività – non esclude l’accesso agli S.U (…). Spero che i miei, diciamo così, meriti civili e militari mi valgano del governo fascista l’unico compenso che chiedo: il passaporto. Naturalmente prima di muovermi bisogna che io abbia la sicurezza di trovare immediata possibilità di lavoro negli Stati Uniti (…). Un corso di conferenze, od altra momentanea occupazione non mi gioverebbe, perché non voglio allontanarmi senza portare la mia famiglia: anzi, se ne avessi il modo, mandare via loro e resterei io, dato che non intendo affatto rinunziare alla mia italianità ed ai miei diritti temporaneamente calpestati. Ma, oggi come oggi, per chi non ha un centesimo all’estero, come me, il solo modo di mantenere i figli – ancora ragazzi – all’estero è quello di procurarsi colà un mezzo di sussistenza. Spero di riuscirvi con l’aiuto degli amici (…). Escludo anch’io l’University in exile [in questo senso si era espresso anche Einaudi]. Intendo evitare ogni speculazione sull’esilio e dedicarmi esclusivamente ai miei figli. Ho sempre combattuto, inoltre, il razzismo come il nazionalismo ebraico, ed oggi più che mai mi sento profondamente ed esclusivamente italiano: perciò in quell’ambiente non potrei respirare. Certo, se vi saranno prima altre possibilità, coglierò l’occasione dell’I.I.S. a New York per andare ad esplorare il terreno. Non escludo che prima di allora mi facciano la pelle qui, in omaggio al nemo propheta in patria. Ma non è certo questa previsione che mi spinge a espatriare: come le dicevo, è solo l’amore dei miei figli che mi dà il coraggio di affrontare le incognite dell’esilio. Personalmente, ho in Italia tanti amici che mi si sono dimostrati fedeli anche in queste ore penose, e in nessun altro luogo sarò mai circondato da tanta simpatia. Ma inorridisco solo al pensare che i miei figli possano essere ridotti a vivere peggio degli “intoccabili” indiani in quella che pure è la loro unica patria. E lei, padre e uomo di liberi sensi, può intendere quest’orrore!» (AFE. Giorgio Mortara a Luigi Einaudi. Milano 26 settembre 1938).

19

Nei Ricordi della mia vita, cit., p. 39-40. Mortara così rammentava quei giorni: «Discutendo con Laura lo stato in cui eravamo ridotti e il peggio che si preparava, e cercando possibili vie di adattamento o di evasione, io accennai un giorno (eravamo ancora a Ponte di Legno) alla possibilità di trovare un’occupazione all’estero. E dopo che le ebbi esposto le tristi prospettive che si aprivano ai nostri figli in patria, lei, pur tanto attaccata alla terra natale esclamò: “E allora, andiamo via!”. Non bastava l’intenzione per attuare questo progetto, ma io speravo che la stima di cui godevo tra statistici ed economisti di vari paesi mi aiutasse a trovare lavoro all’estero. Così, dopo aver preparato un riassunto, in italiano ed in inglese, della mia opera didattica e scientifica, cominciai a distribuirle a colleghi stranieri (…), manifestando loro la necessità in cui mi trovavo e il vivo desiderio che avevo di conseguire qualche possibilità d’occupazione fuori d’Italia. Le mie speranze erano rivolte specialmente all’Inghilterra ed agli Stati Uniti, ma l’esodo degli studiosi profughi dall’Unione Sovietica, dalla Germania e dall’Austria aveva già saturato quei paesi di scienziati stranieri. Tuttavia, qualche possibilità sembrava offrirsi negli Stati Uniti, e stavo per cercare di sfruttarla, quando ricevetti, per iniziativa e per mezzo di Barboza Carneiro, la proposta di trasferirmi in Brasile, come consulente tecnico della commissione per il censimento del 1940. Non pensammo due volte prima di accettare; ci parve una splendida occasione, da non lasciar sfuggire, e cominciammo subito le pratiche necessarie per l’emigrazione. Col riscatto della mia assicurazione sulla vita e con la vendita dei titoli che possedevamo, provvidi alle spese di viaggio e di primo impianto; mercé l’amichevole iniziativa di Azzolini, la Banca d’Italia, insieme con il Credito Italiano e con la Banca Commerciale Italiana, mi fece accreditare in conto corrente a New York un importo in valuta, come riconoscimento per la mia passata collaborazione con questi istituti (…). Partimmo da Trieste il 5 gennaio 1939. La motonave Neptunia, sulla quale ci imbarcammo, fece scalo a Napoli, dove scendemmo per dare l’addio a quella città tanto cara ai nostri ricordi (…). Il 19 gennaio giungemmo a Rio de Janeiro».

20

Viene da pensare che Borgatta si fosse unito al coro dei detrattori scrivendo due articoli di contenuto antisemita (i due sonetti a rime obbligate?). L’ipotesi sembra essere suffragata da una lettera inviata al rettore alcuni giorni dopo dove, fra l’altro si scriveva: «Il buon Fausto [Pagliari] è nelle stesse mie condizioni di spirito: ha letto anche lui con entusiasmo gli articoli di Gino». Sul tema Del Vecchio osservava: «veramente il nostro Gino ha peccato per eccesso di zelo unendosi ad una orchestra dalla quale son rimasti fuori i pari suoi» (ASUB. Busta A. Girolamo Palazzina a Gustavo Del Vecchio. Miazzina 17 settembre 1938).

21

Idem. Miazzina 11 settembre 1938.

22

Ibidem. Note di Del Vecchio alla lettera di Palazzina.

23

ASUB. Busta A. Paolo Greco a Girolamo Palazzina. La Thuile 12 settembre 1938.

24

ASUB. Busta 2R Marcello Boldrini a Girolamo Palazzina. Matelica 11 settembre 1938.

25

Così lo definisce Libero Lenti in Gli ottant’anni della Bocconi, Firenze 1984, p. 37.

26

ASUB. Busta A. Giovanni Demaria a Giovanni Gentile. Cintano 7 settembre 1938 (Si veda il testo della stessa a nota 30). Gentile inviò la lettera di Demaria a Palazzina con la seguente chiosa: «Ricevo questa lettera, alla quale non risponderò se non dopo sentito il suo parere. Io per dir la verità non conosco abbastanza l’uomo. Ma anche questa lettera non mi pare un titolo positivo! Da notare che forse mai è stato rettore della Bocconi un prof. ordinario. È vero?».

27

Cfr. A. Zanni, cit., p. 99.

28

ASUB, Busta A. Giovanni Demaria a Giovanni Gentile. Cintano 7 settembre 1938. Gentile inviò lettera di Demaria, per conoscenza, a Palazzina con la seguente chiosa: «Ricevo questa lettera, alla quale non risponderò se non dopo sentito il suo parere. Io per dir la verità non conosco abbastanza l’uomo. Ma anche questa lettera non mi pare un titolo positivo! Da notare che forse mai è stato rettore della Bocconi un prof. ordinario. È vero?».

29

Palazzina informò immediatamente Del Vecchio: «In data 7 corrente Giovanni ha scritto al Giovanni: “Con la incresciosissima situazione che si viene a creare, la Bocconi resta privata del suo capo. Non so quali siano le intenzioni di V.E. né quelle del consiglio d’amministrazione, ma non posso nella mia qualità di ordinario della Bocconi disinteressarmi della cosa. Io venni a Milano per appoggio e desiderio del mio Maestro e quantunque giungessi con un nome già noto trovai il posto occupato (??), ma non fu affatto una diminuzione giungere come unico professore di ruolo senza avere il rettorato (…). Ma ora la cosa è diversa e sarebbe mancamento ai miei doveri non pensare ad una nomina che, date le circostanze e i miei titoli, mi pare spettarmi. Concludo perciò pregando V.E. di ricordare che io sono in attesa di ottenere il posto a cui penso fermamente mi danno diritto (??) la mia posizione e il mio passato. Credo che la nomina sarebbe gradita anche all’Uomo illustre e amato che mi è stato tanti anni impareggiabile Maestro”. Che ne dice? Che effetto farà questa lettera? Se fossi stato richiesto avrei – amichevolmente – consigliato un tono diverso! Ignoro cosa Giov[anni] sia per rispondergli. Anche se a me ha scritto sostanzialmente le stesse cose, ma con me poteva dirle senza preoccupazioni di sorta, mentre s’imponeva – mi sembra – una maggior cautela col v. presidente. Comunque era più corretto scrivere prima a Lei!». Alla lettera Del Vecchio appose un laconico commento: «Non posso che fargli i miei auguri che il suo desiderio sia soddisfatto» (ASUB. Busta A. Girolamo Palazzina a Gustavo Del Vecchio. Miazzina 14 settembre 1938). Anche Gentile, la settimana seguente, chiese a Del Vecchio: «molto riservatamente il suo pensiero intorno all’autocandidatura – per me, per dirla schietta, poco simpatica per mille ragioni! – del prof. De Maria a suo successore nella cattedra e nel rettorato. Mi preme soprattutto la questione del rettorato – per cui occorrono qualità non solo scientifiche ma anche e sopra tutto morali» (Giovanni Gentile a Gustavo Del Vecchio. Forte dei Marmi 21 settembre 1938. Cit. in A. Zanni, cit., p. 105).

30

Mutuo questa espressione, che mi sembra molto adatta a definire il carattere dei due, da A. Zanni, cit., p. 99.

31

A Gustavo Del Vecchio egli presentò la possibile soluzione in questi termini: «(…) Quanto al G.d.E., mi riserbo di vedere nell’ultima decade di settembre Beneduce per studiare la soluzione cui egli possa aderire senza suscitare malevole interpretazioni. A me parrebbe si potesse cedere (gratis s’intende) il titolo agli Annali di Economia, col diritto di assumerlo come sottotitolo ma col tacito consenso che codesto diritto non sarà usato (…). Ma può anche darsi che prima di ogni decisione nostra, o contro di essa ci sia il colpo di mano. E questo mi dorrebbe perché nel Giornale che fu di Pantaleoni e De Viti non vorrei saper pubblicati oltraggi impliciti alla rettitudine scientifica di costoro e oltraggi espliciti a noi che lo abbiamo sorretto e curato con animo italianissimo» (Giorgio Mortara a Gustavo Del Vecchio. Ponte di Legno 4 settembre 1938. Cit. in A. Zanni, cit., p. 102).

32

A Palazzina, Mortara così scrisse: «Il Giornale degli Economisti è di proprietà mia, di Beneduce e, per nostro desiderio, della figlia di Pantaleoni. Direttori siamo Beneduce, io e Del Vecchio. Direttore responsabile sono io. E debbo dirle che solo a costo di sacrifici grandi di tempo e di denaro ho tirato avanti questa rivista, per amore di un ideale per 28 anni. Ora: 1) Mi pare impossibile che si tolleri un direttore responsabile di origine israelitica; 2) in ogni caso costui avrebbe le mani legate e dovrebbe asservire la rivista alle peggiori aberrazioni. Non posso tollerare l’idea di una degenerazione del G.D.E. e d’altra parte sento che nelle presenti condizioni nessun uomo avrebbe il potere d’impedirla. Perciò vorrei uccidere il Giornale, se non ce lo rubano prima. La mia idea sarebbe questa: cedere (gratuitamente!) alla Bocconi il titolo del G.D.E. e il diritto di continuarlo come fusione con gli Annali. In pratica la Bocconi non cambierebbe né allungherebbe il titolo degli Annali; ma così si impedirebbe ad altri di riprendere, per abusarne, il nome di G.D.E. (…). La fusione potrebb’essere motivata dalla ragione di diminuire l’eccessivo numero di riviste economiche. Bisogna che il… suicidio del Giornale non abbia nessun carattere di protesta, data la posizione di Beneduce. E perciò ho pensato a questa soluzione… se non ce lo ruberanno prima come dicevo» (ASUB. Busta A. Giorgio Mortara a Girolamo Palazzina. Ponte di Legno 7 settembre 1938).

33

Il primo ad accettare quest’idea fu probabilmente Del Vecchio, almeno così lascia pensare questo rapporto di Palazzina: «Annali – Giornale degli Economisti: Demaria, che anche il rettore aveva pregato di predisporre schema di progetto, dopo aver conferito con Giorgio, ritiene opportuno vedere se convenga o meno creare un comitato scientifico. Io sarei d’avviso, come Giorgio, che per cominciare non si crei tale comitato; che ci può portare amici ma anche nemici – fra gli esclusi –; ma che il giornale figuri emanazione dell’Università e quindi possa senza che se ne faccia il nome far lavorare lo stesso Giorgio. 2) Nominare un certo numero di redattori rimunerati e stanziare a tal fine in bilancio un fondo di L. 10.000 annue. Dissentirei anche su questo punto – almeno in un primo tempo. Giorgio è dello stesso parere; egli non ha mai pagato i collaboratori e nemmeno i suoi predecessori nella direzione: essi erano paghi di estratti dei loro scritti e più di uno forse era pronto a pagare la stampa per vedere accolto lo scritto dal Giornale» (AFGG. Girolamo Palazzina a Giovanni Gentile. Milano 19 ottobre 1938). Chiosa di Gentile: «Sono d’accordo con Giorgio sia per non fare il comitato, sia per non pagare, se non i redattori ord[inari] come De Maria e Giorgio».

34

«Illustre Senatore. Desidero chiarire che – poiché era stato autorizzato a disporre come ho disposto per il G.d.E. sia da Beneduce che dalla Pant[aleoni] e poiché avevo loro fino dal 19 ottobre comunicato l’avvenuto accordo con la Bocconi –, nel modo più preciso, non posso attribuire altro che ad un effetto di amnesia o di altro fenomeno patologico la semi-ritirata di Beneduce, e ad effetto di ignoranza (che ho cercato di illuminare con un’energica lettera) il pentimento di P[antaleoni] T[omassini], evidentemente caduta nella trappola tesale da qualche mascalzone. Penso che la Bocconi dovrebbe insistere per il mantenimento degli accordi presi; anzi non capisco chi possa dimostrare non validi tali accordi. Per la Bocconi e per la scienza italiana persisto a ritenere preferibile che non esista più il Gior. degli Econ. per ora. Sarebbe troppo grande il contrasto col vecchio Giornale, che fu palestra di libere discussioni, e nei paesi civili lo si rileverebbe certo. Invece la soluzione da me escogitata salva l’avvenire senza compromettere il presente. P.S. S’intende che, come ho detto a Demaria, se la continuazione del G.d.E. da parte della Bocconi fosse necessaria…» (AFGG. Giorgio Mortara a Giovanni Gentile. Milano 9 dicembre 1938). Le ultime righe del post scriptum sono illeggibili; ma è chiaro che, a questo punto, Mortara aveva accettato l’idea che la rivista potesse continuare ad essere pubblicata.

35

ASUB. Busta 2R. Giovanni Gentile a Girolamo Palazzina. Roma 14 dicembre 1938.

36

ASUB. Busta D. Giovanni Gentile a Girolamo Palazzina. Roma 25 gennaio 1939.

37

ASUB. Busta D. Giovanni Gentile a Giovanni Demaria. Roma 18 febbraio 1940.

38

Cfr. «Giornale degli Economisti e Annali di Economia», nuova serie, I, 1939.

39

La «nuova serie» del «Giornale» piacque molto a Del Vecchio, che così si complimentò con il direttore responsabile: «Caro dottore [Palazzina], ho letto con molto piacere gli ultimi fascicoli del Giornale degli Economisti. Contrariamente a quanto si usa da che mondo è mondo (ho letto ieri in un giornale che persino in una tavoletta scritta in caratteri cuneiformi si lamenta il peggioramento dei tempi recenti in confronto di quelli passati) non esito a dichiarare che il Giornale di Demaria è migliore di quello che facevamo noi. Per citare un solo articolo, a cagion di esempio, lo scritto recente di Bresciani sull’oro ha riportato ben tre pagine dei giorni gloriosi di Pantaleoni e Pareto» (ASUB. Busta D5. Gustavo Del Vecchio a Girolamo Palazzina. Bologna 16 gennaio 1941).

40

Non è questa la sede per tentare di interpretare la «visione» di Demaria. Mi limito ad osservare che sulla stessa mi trovo in perfetta assonanza con P.L. Porra (Milano, cit., pp. 129-130), secondo il quale la posizione dell’economista milanese non sarebbe stata ispirata dalla improbabile previsione di un dopoguerra vincente per gli Alleati, quanto il frutto del «sapere trasmesso attraverso la mediazione di una scuola scientifica, una scuola non già perduta nell’astrazione, ma pienamente capace di decisiva influenza sulla cultura alta come sulla cultura diffusa. La tesi nasce effettivamente da una scuola scientifica e dal suo impegno politico, né sembra causale che essa trovi il suo pulpito in una cattedra milanese. È un dato di fatto circa il quale, occorre forse ammetterlo, la realtà milanese diventa paradigmatica; è questo un caso in cui la realtà milanese rappresenta qualcosa di diverso rispetto alla atmosfera che altrove si respira. Milano diviene, a tratti, pervasivamente influente, sino a segnare di sé alcuni momenti della storia nazionale».

41

Esso venne inviato a Palazzina accompagnato da questa lettera, scritta su carta intestata “Banca Nazionale d’Albania”: «Pregiatissimo commendatore, vi accompagno uno stralcio di un rapporto riservato sul convegno di Pisa che circola per i ministeri romani: uno, ritengo, dei molti. Autore è un partecipante al convegno. Copia di questo stralcio mando pure al prof. Demaria, senza dirgli che ne mando uno pure a voi. Gradite i miei rispettosi saluti. Aldo De Toma» (ASUB. Busta D7 Aldo De Toma a Girolamo Palazzina. Roma 19 giugno 1942). (Il De Toma, laureato alla Bocconi e per qualche tempo assistente volontario presso l’Istituto di economia, aveva vinto nel ’39 una borsa Stringher e questo può spiegare la sua presenza a Roma, in ambienti vicini alla Banca d’Italia).

42

Il rapporto così continuava: «Dopo queste ulteriori dichiarazioni l’eccitazione dell’uditorio raggiunse il massimo. Da parte di alcuni si tentò di sollevare un incidente politico, ma il saggio e abile intervento del rettore dell’Università e presidente del convegno, consigliere nazionale Biggini, nonché l’atteggiamento moderatore del segretario federale presente nell’aula, valsero a mantenere la polemica sul terreno in cui giustamente doveva essere mantenuta. Tuttavia il prof. Menegazzi (noto studioso legato all’ex ministro De’ Stefani) riteneva di dover dichiarare che quale fascista egli non si sentiva di tollerare certe tesi. E, infatti, nonostante l’insistente richiamo del cons. naz. Biggini, si allontanò dall’aula. A un osservatore superficiale potrebbe sembrare che la accennata tesi del Demaria distrugga il corporativismo. Io sono propenso a credere che essa, pur essendo incompatibile con i principi del corporativismo, sia il risultato di una salutare reazione a un doppio ordine di deviazioni. Talora – come ho detto – la nostra politica economica può essersi allontanata dagli stessi principi del corporativismo, mentre non a tutti è chiaro – come dovrebbe essere – che la fisionomia del Paese in guerra non coincide con quella del Paese in vittoriosa pace. Tanto gli scienziati come gli uomini pratici insorgono contro certe tendenze verso forme estreme di controlli espressivi e logoranti che talora potrebbero addirittura far preferire soluzioni collettiviste. Come disse Celestino Arena, l’ordine corporativo è fatto per smuovere ed eliminare attriti dell’organismo economico, non per curarne dei nuovi. È fatto per dare impulso e incoraggiamento all’azione dei singoli, non per soffocarla e isterilirla. È fatto per promuovere tutte le energie di lavoro, di iniziativa, di intelligenza degli uomini, al di fuori delle vessazioni e prepotenze del mondo plutocratico e super capitalistico, contro il quale, precisamente, è sorto il nostro regime, creando il sistema corporativo. È fatto questo sistema, per promuovere la vita economica nazionale, e non per favorire gruppi o categorie a danno di altri gruppi e categorie e della collettività. Giova ripetere che la relazione manifestata al convegno di Pisa è volta, più che al presente, al futuro, al periodo in cui – secondo i nostri voti e le nostre legittime aspettative – l’economia italiana dovrà con il massimo slancio affrontare i problemi della sua espansione. Le “deviazioni” di oggi, preoccupano, appunto, in vista del domani».

43

Cfr. ASUB. Busta G5. Paolo Greco a Giovanni Gentile. Torino 29 giugno 1942. La minacciata sanzione preoccupava non poco Demaria, perché la non iscrizione al partito avrebbe potuto comportare la perdita della cattedra.

44

Oltre a tutto, per sfortuna del «Giornale», l’articolo di Corbino venne ripreso dalla radio americana e fatto oggetto di una trasmissione che non sfuggì ai servizi di sicurezza italiani. E la cosa, come appare da una lettera inviata dal ministro della cultura popolare a Gentile, non giovò certo alla rivista: «Caro Senatore, in relazione alle vostre premure circa il “Giornale degli Economisti”, vi trasmetto l’unico stralcio di una intercettazione radiofonica degli Stati Uniti d’America. Potrete così avere un segno di come la predetta rivista, coi suoi articoli inopportuni, abbia dato esca alla propaganda nemica» (ASUB. Busta 2R. Il ministro della cultura popolare a Giovanni Gentile. Roma 8 novembre 1942).

45

ASUB. Busta D. Il direttore della casa editrice Cedam a Girolamo Palazzina. Roma 1 ottobre 1942.

46

«Carissimo (Palazzina), … Ho visto oggi Demaria (…). Mi è parso abbastanza sereno, e non ho voluto turbarlo con notizie anonime e probabilmente, come anche tu pensi, infondate. Sarà bene invece avvertirne il senatore perché vigili e stia in guardia. Col nostro caro senatore intrattengo un’attiva corrispondenza, in gran parte dedicata a Giovannino e al G[iornale] degli E[conomisti]. Mi ha sentito l’altro giorno che ritiene dover da Pavolini salire più in alto (mi dispiace non poterti mandare la lettera, avendola spedita ad Adriana, cui era in parte dedicata). Gli ho risposto stasera che restiamo fiduciosi in attesa dei risultati della sua opera; ma a quanto pare tutte le nostre pubblicazioni sarebbero bloccate (p.es. gli Acta se[minarii]) col metodo ambiguo di mandare qualche agente, più o meno analfabeta, a parlare in tipografia, la quale, poi, non sappiamo se interpreta bene o male quello che le si fa dire e se mi informa, o non esagera per mezzo di zelo e paura; che se pure vi è stata qualche imprudenza la reazione è più che esagerata, insensata, in quanto, fra l’altro, non si pensa al danno, anche politico, che deriva dalla inopinata scomparsa della maggiore rivista scientifica italiana di economia, nota e stimata in tutto il mondo civile, a cominciare dalla Germania. Tutto quanto gli ho scritto stasera spero che valga a stimolare sempre più l’opera del nostro grande protettore (…). Abbiamo pazienza. Sono tempi in cui tutto funziona fra difficoltà… e a razioni. Per le nostre cose sarei anche disposto ad andare a Roma, qualora al sen. Gentile possa sembrare opportuna mia assistenza in loco, ad es. per il caso che, passando direz[ione] Rivista al rettore si volessero mie personali assicurazioni per l’avvenire (ASUB. Busta 2R. Paolo Greco a Girolamo Palazzina. Torno 6 ottobre 1942).

47

Questa lettera di Gentile delinea con chiarezza i motivi per i quali avvenne la «scomunica» di Demaria e i personaggi in essa coinvolti: «Caro Palazzina, ieri vidi Bottai, e posso assicurarle che il nostro Demaria non corre nessun pericolo di altri provvedimenti oltre quello che lo ha colpito, e pel quale ieri si convenne con B[ottai] che è opportuno ch’io vada ora da M[ussolini]. Chiedo infatti udienza. E prima conto di vedere Pavolini per tastare il terreno circa la possibilità e il modo di riprendere il G.D.E. Ho avuto la prova che per Dem[aria] c’è stato lo zampino di De Stefani, scandalizzato dall’eterodossia del nostro. Era con me Biggini che difendeva Dem[aria] – e giustificava il suo atteggiamento pisano e deplorava l’operato di De Stefani. Al quale io mi propongo di dire il fatto suo, francamente. Ma prima bisogna che parli con M[ussolini]» (ASUB. Busta 2R. Giovanni Gentile a Girolamo Palazzina. Roma 8 ottobre 1942).

48

AFGG. Torino 28 settembre 1942. Paolo Greco a Giovanni Gentile.

49

Cfr. «Dottrina fascista», a. III, n. 1, novembre XVIII.

50

ASUB. Busta G7. Paolo Greco a Giuseppe Bottai. Senza data, ma del 6 gennaio 1939.

51

La stessa venne definitivamente chiusa da questa laconica lettera del ministro: «– anno XVII. Al Rettore dell’Università commerciale Luigi Bocconi Milano. Ho ricevuto la vostra lettera del 6 corrente, insieme con il vostro scritto, e vi ringrazio. Debbo, al riguardo, significarvi però che superiormente le note pubblicazioni sono state deplorate e in pari tempo è stato disposto che la polemica relativa all’argomento abbia a cessare. In vista di quanto sopra v’informo che il vostro scritto – come quello del camerata Masci – non potrà trovare ospitalità nella mia rivista» (ASUB. Busta G5. Giuseppe Bottai a Paolo Greco. Roma, 10 gennaio 1939).

52

«Stamane dal comune sono stato avvertito che l’impresa Bonomi e Marinoni avrebbe iniziati i lavori per la costruzione della nuova sede dell’Università. Nel pomeriggio ho fatto subito un sopraluogo ed ho costatato come da stamane si trovavano in sito un assistente e 4 badilanti per predisporre la rampa di discesa per asportare la terra proveniente dagli scavi. Mi incontrai in luogo col sig. rag. Bonomi ed abbi assicurazioni che domani vi sarebbero stati una quindicina di badilanti e sarebbe iniziato il trasporto con diversi autocarri. Contemporaneamente agli scavi, detta impresa, provvederà a spostare i due canali che cadono nell’area fabbricabile. Con fili di ferro tesi ad opportuna altezza è stato provveduto ad indicare in luogo la delimitazione delle future costruzioni» (ASUB. Busta H. Milano 26 settembre 1938. Girolamo Palazzina a Giovanni Gentile).

53

Un esempio per tutti in questa «lamentazione» inviata da Palazzina al senatore Venino, consigliere delegato dell’Università: «Gentile senatore, durante tutta la mia vita universitaria ho avuto la fortuna di andar d’accordo con tutti i professori (difficile genus!). Era un po’ il mio orgoglio questo tour de force; oggi non posso più averlo. Stamane una concitata telefonata del prof. Demaria – di cui non saprei ripetere i termini esatti – si è conclusa con l’accusa di aver agito male con lui: professore ordinario che doveva (!) essere interpellato, ecc. ecc. Io non credo di dovermi rimproverare nulla e non credo di dover accettare rimproveri se non vengono dalla presidenza o dal rettore: non voglio tuttavia drammatizzare l’incidente esigendo la sconfessione del Demaria. Ma non posso [fare] a meno dall’osservare che il mio dissenso l’ho apertamente manifestato a voce e per iscritto al rettore il quale non se n’è per nulla avuto a male. Le osservazioni del Demaria sono state esaminate; i suoi desideri per un maggior numero di locali assecondati! Ma la pretesa che tutti i suoi desideri o capricci siano esauditi mi sembra assurda e lesiva del prestigio e dell’autorità del consiglio (ASUB. Busta A. Girolamo Palazzina a Pier Gaetano Venino. Milano giovedì santo 1940).

54

Università commerciale «Luigi Bocconi», Inaugurazione della nuova fede, Milano 1942, p. 5.

55

Idem, p. 13.

56

Un abbraccio che Gentile estese a Giuseppe Pagano che «ha saputo congiungere alla genialità ardimentosa dell’artista la precisione preveggente del tecnico; e ha per ciò provveduto a tutti i bisogni, grandi e piccoli, di una grande Università moderna mentre faceva opera di insigne bellezza di cui Milano potrà vantarsi come uno de’ suoi maggiori ornamenti. Egli ha veramente amato questa sua opera cui affida il suo nome; e del suo amore si scorgono i segni non soltanto nelle linee del monumentale edificio ma in tutti i particolari. Per questo suo amore – poiché l’amore è sempre la sorgente segreta di tutte le cose belle e grandi – noi consideriamo ormai Giuseppe Pagano come uno dei nostri in questa Università, nostra e sua» (idem p. 8).

57

A Palazzina, Demaria così sintetizzò il suo programma: «Dovrei parlarle ora dell’istituto ma sono stato e sono così occupato nelle misure di sicurezza. In succinto potrei per altro dirle q[uanto] s[egue]: – Corso biennale, iscrizione post universitaria e anche universitaria (ma questa ultima sotto certe condizioni di conseguito profitto o di esami di ammissione). – L’istituto dovrebbe essere aperto anche a stranieri –. Almeno 5 corsi principali (oltre ai corsi collaterali), e cioè Economia teorica, Statica e dinamica (2 anni); Statistica teorica (1 anno); Econometria applicata (1 anno); Politica (1 anno); Logica moderna (1 anno). – Insegnanti italiani e stranieri (questi ultimi a titolo di scambio su basi eguali) con la cooperazione di membri dell’istituto di cui dirò in seguito. – Frequenza obbligatoria (dopo 3 assenze consecutive ingiustificate perdita dell’iscrizione all’istituto). – Tutti i corsi a carattere di seminario con l’intervento obbligatorio di almeno tre insegnanti. Lezioni di 100 minuti. – Al termine dei due anni certificato di membro dell’istituto di economia da rilasciarsi dietro tesi stampata, approvata dal corpo insegnante. Il tema della tesi è fissato dal corpo insegnante. – Borse, premi in denaro, nomina ad assistente della Bocconi. – Intese con l’IRI, il Ministero delle corporazioni, Camera di comm. internaz., Rockfeller, Hautes Etudes di Ginevra, Cons. naz. delle ricerche, ecc.» (ASUB. Busta D7. Giovanni Demaria a Girolamo Palazzina. Castellamonte 1 luglio 1940).

58

ASUB. Busta G5. Paolo Greco a Giovanni Demaria. Torino 3 luglio 1940. All’iniziativa il rettore avrebbe accennato nella prolusione tenuta in occasione dell’Inaugurazione dell’anno accademico 1939-40, Milano 1940, p. 7.

59

ASUB. Busta D7. Giovanni Demaria a Girolamo Palazzina. Cintano 13 luglio 1943.

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Che non perdevano occasione per dare addosso all’eretica scuola liberale della Bocconi con stoccate verbali che, in mancanza di Gentile, avrebbero anche potuto tramutarsi in seri provvedimenti disciplinari. Ne è un bell’esempio l’articolo dal titolo Economic School, a firma Libicus, che il «Popolo d’Italia» pubblicò nel dicembre 1943: «Il Popolo d’Italia, antenna vibratile che percepisce le voci del nostro tempo rivoluzionario e mussoliniano, metteva l’accento qualche tempo fa sulla persistente e non giustificabile fortuna degli economisti britannici nelle scuole italiane. Un conto è studiare anche seriamente il pensiero altrui, quando esso occupa un posto nella cultura moderna, un conto è accoglierlo senza spirito critico elevandone le conclusioni a formule apodittiche di una sapienza che si lascia intendere insuperabile. Ora è appunto alla prima soluzione, statica, opaca, antistorica, sorda ad ogni sana e superiore politicità della cultura che si sono ancorati, vorremmo dire disperatamente, alcuni ambienti di una Università milanese, specializzata negli studi economici. Che essa debba considerarsi in Italia la missione protetta dai privilegi della extraterritorialità della Chiesa economica anglosassone, elaboratrice di formule e di schemi al servizio di ben definiti interessi? Abbiamo appreso di recenti provvedimenti con i quali il Partito, custode delle supreme esigenze della dottrina fascista, ha voluto chiaramente indicare che chi aderisce supinamente a certe correnti di pensiero si mette al di fuori della grande strada della Rivoluzione. Essi hanno colpito una rivista troppo facile ad ospitare con evidente programmaticità le torbide derivazioni del pensiero altrui: che è poi il pensiero contro cui si battono eroicamente in terra, mare e cielo i nostri soldati. Ma oltre a questo provvedimento, per così dire, negativo non sarebbe bene aggiungere un provvedimento positivo, sapientemente ricostruttivo, se è vero che le rivoluzioni si affermano e vincono per le loro intrinseche virtù ideali, per la loro capacità di opporre dottrina viva a dottrina morta, idee in cammino a idee nostalgiche e superate? Non si possono rinnovare all’infinito le cambiali della storia senza che esse un bel giorno si trovino protestate. Quell’Università milanese di scienze economiche che ancora vive nell’atmosfera rarefatta dell’ottocentismo vittoriano, ha forse bisogno di una violenta apertura di finestre. E che vi entri il vento purificatore del deserto egiziano dove la guerra è generatrice di storia alla luce dell’eroismo! Passiamo il nostro voto al Ministro dell’educazione Nazionale, appassionato uomo di punta della rivoluzione». L’articolo venne inviato da Demaria a Palazzina con le seguenti osservazioni: «Caro dott. Palazzina, apprendo in via riservata che lo stelloncino intitolato “Economic School” pubblicato su uno degli ultimi numeri di “Libro e moschetto” a firma Libicus è del prof. C.E. Ferri» (ASUB. Busta D7. Giovanni Demaria a Girolamo Palazzina).

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E una bella testimonianza di questa disillusione mi pare questa confessione del «sansepolcrista» Luigi Filippo De Magistris, il geografo della Bocconi: «Caro Dr. Palazzina, dovrei dimostrare a lei e al consiglio tutta la mia riconoscenza per tante buone e care e immeritate frasi nei miei riguardi, ma nell’ora che volge i fatti personali cedono ai fasti nazionali. Un po’ dalla radio, un po’ dalla viva voce d’uno dei miei figli, che ieri era a Milano, parecchio, ma non troppo dai due numeri del C[orriere] d[ella] S[era] di lunedì e di stamane, ho appreso avvenimenti lieti e non lieti d’una portata e d’una gravità senza pari. Francamente, e come sansepolcrista, godo dell’appello del re imperatore e del proclama di Badoglio, perché il fascismo da qualche anno in qua – come più volte ho dichiarato in pubblico anche ai miei allievi – era mancato a tutti i suoi doveri e non sapeva ritornare alle origini, anche perché dopo la mia andata a Roma dal 17 al 20 aprile u.s. s’era spenta in me quella mistica fiducia che prima avevo per aver conosciuto certi particolari della vita privata di Mussolini in perfetto contrasto con la mia concezione della morale privata e pubblica dei capi, d’altra parte come italiano resto mortificato dal tono della stampa e della piega che prendono gli avvenimenti interni. Non ho mai stimato la storia quale magistra vitae. Né ho soverchia fiducia nell’Italiano, ancora con l’animo servile e la tendenza a rimetter questa o quella livrea. La mia freddezza con il fascismo ufficiale e il mio contatto più intimo con i giovani per… un diverso fascismo, per me equazione di superitaliano, stavano in stretto rapporto con la piega che prendeva la ns. politica estera nei riguardi della Germania. Ma ora si scivola. Quando vedo rinati almeno cinque partiti e fra questi una democrazia cristiana (non certo quella fondata dal futuro San Toniolo) a braccetto col comunismo, mi domando se ho ancora tutte le facoltà mentali intatte e se l’organo della vista non mi giuochi qualche brutto tiro. E quando noto che il giornale di via Solferino ne parla con compiacente indifferenza, per non dire insensibilità, così come avveniva nel 1919, non posso non desiderare, in mancanza della disciplina che in ore tragiche dovrebbe cementare tutti i nati in terra d’Italia, che altrimenti è orpello ed ipocrisia circondarsi del tricolore, di non assistere alla decadenza di questa Italia che sino a quattro o cinque anni or sono era tutto un fervore di attività e di lavoro. Quindi con tali contrasti nell’animo (hanno disturbato anche gli uffici dell’I.S.F.A.I. dove avevo mantenuto sempre al posto d’onore il ritratto del maresciallo Badoglio) non so pensare a me e al mio avvenire» (ASUB. Busta 2R. Luigi Filippo De Magistris a Girolamo Palazzina. Vedeseta (Bergamo) 27 luglio 1943).

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In quest’ottica si spiega il Discorso agli Italiani che il filosofo tenne in Campidoglio il 24 giugno, nel quale invitava tutti gli Italiani «a stringersi attorno al regime e ai suoi alleati, a difesa della Patria in pericolo, con la stessa fede dimostrata nella prima guerra mondiale e dopo Caporetto» (cfr. G. Turi, cit., p. 498) e si spiega pure la sconsolata missiva che, a fine luglio, egli scrisse a Palazzina: «Le auguro intanto un po’ di tranquillità. Io qui ne avrei, ma l’animo è esacerbato per le cose della mia povera Sicilia e per tutte le altre di questa misera Italia, che deve scontare durissimamente tante sue colpe e apprendere a proprie spese quanto sia difficile la vita, e come dev’essere vissuta seriamente. Quanto fiato abbiamo sprecato per tanti anni! E che spettacolo oggi di viltà e di leggerezza. Pure la mia fede nell’avvenire dell’Italia non può morire. Abbiamo sempre un tesoro di energie spirituali da sfruttare e che hanno un valore assoluto nel mondo. La mia salute è migliore e si rimetterà se, come spero, il fronte interno si rimetterà e consoliderà. Con un abbraccio» (ASUB. Busta C. Giovanni Gentile a Girolamo Palazzina. Troghi 30 luglio 1943).

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Una lettera di Calogero Tumminelli offre al direttore della segreteria un riconoscimento di coerenza e di coraggio che mi pare non debba passare sotto silenzio: «Mio caro Palazzina (…), Come vedi abbiamo avuto la fortuna di assistere insieme alla caduta di un regime che ci toglieva il respiro e rivedere trionfare ancora una volta la libertà e la dignità umana. Bisogna assolutamente evitare che per l’avvenire, anche a costo di sacrificare la vita, si ripetano simili avventure che hanno ridotto il paese nelle attuali condizioni. Tu particolarmente meriti ammirazione, perché hai avuto il coraggio, nonostante i rischi di ogni genere, di rimanere, anche formalmente, fuori dal partito. A Roma abbiamo un caldo infernale e continui allarmi, speriamo che in un prossimo avvenire ritorni un po’ di serenità. Di Gentile avrai seguito le disavventure, avrebbe fatto meglio a tacere, in questi momenti le persone che direttamente o indirettamente hanno delle responsabilità e gravi, devono tacere. Avrei moltissime cose da raccontarti ma me ne manca il tempo, spero di poterlo fare prossimamente e per intanto ti abbraccio fortemente (ASUB. Busta D. Calogero Tumminelli a Girolamo Palazzina. Roma 12 agosto 1943).

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Sul clima di quei giorni esiste questa interessante testimonianza di Javotte Bocconi, nella quale, tra l’altro, a quel che è dato di capire, si ventilò l’ipotesi di sostituire il dimissionario Gentile con Alessandro Casati: «Caro Palazzina, non ebbi la forza di rispondere subito alla sua lettera dopo queste tremende notti e le giornate di ansie per Milano e i nostri cari rimasti laggiù. So che l’università è in piedi ma fino a quando? Tre mie case sono andate, pazienza. Il palazzo è salvo, il più che mi conforta è che tutti i miei cari non hanno avuto danni e ringrazio Dio. Milano è a terra completamente. Manca la luce, acqua, gas, le stazioni colpite, i treni chissà come funzionano e dalla radio poco si sa. Anche il senatore Venino mi scrisse impensierito per la situazione Gentile, egli non sapeva ancora delle dimissioni. Ancora non ho ricevuto nessuna lettera dal senatore Gentile, sono addolorata per la decisione presa. Non conosco Severi, ma si potrebbe arrivare a lui in qualche modo. Mi pare sia prudente conoscere il parere del ministro prima di sentire che cosa ne pensa Casati. Non le pare? Casati andrebbe ottimamente bene e speriamo poterlo avere. Che momenti caro Palazzina. In che stato ci hanno ridotto! Che il cielo ci aiuti a uscire da questa tragica situazione. Povera Milano!» (ASUB. Busta R. Javone Bocconi a Girolamo Palazzina. Varese 16 agosto 1943).

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In B. Gentile, Giovanni Gentile. Dal discorso degli italiani alla morte. Firenze 1951, pp. 21-22; cit. in G. Turi, cit., p. 502. Di Gabriele Turi si leggano le belle pagine (pp. 502-508) che rievocano il dramma del filosofo in quel momento.

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ASUB. Busta C. Troghi 1 settembre 1943. Giovanni Gentile a Girolamo Palazzina.

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Idem. Troghi 18 settembre 1943.

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Il 31 ottobre 1943, egli scriveva a Palazzina: «Debbo ora intrattenerla sul G.d.E. Greco a Torino mi disse di intendermi con lei, mentre se lei si ricorda a Milano lei mi disse di intendermi con lui! Il mio pensiero l’ho espresso più volte, sia pure in modo conciliante. Io penso cioè che bisognerebbe continuare la pubblicazione a qualunque costo e alea di disguidi postali e bombardamenti. E ciò perché daremmo un bell’esempio di fortezza, continueremmo a stare in contatto con i nostri collaboratori (cosa necessarissima!), saremmo in migliori condizioni per la ripresa normale e non sopprimeremmo un prezioso istrumento di lavoro tanto più desiderato in quanto sono ormai pochissime le ragioni rimaste per lavorare in questa esistenza sconsolata. E anche non mi farete fare una magra figura con coloro che hanno inviato i lavori e hanno promesso di farne (a seguito precedente decisione vostra e non molto remota di fare il G.d.E.). Eppoi ultima cartolina di Greco dieci giorni fa mi lasciava arbitro di continuare. Tutti questi nuovi contrordini sono un po’ sconcertanti anche perché io avrei dovuto essere sentito. Insomma veda lei che spesso ha mano felice» (ASUB. Busta H. Giovanni Demaria a Girolamo Palazzina).

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AFGG. Girolamo Palazzina a Giovanni Gentile. Milano 24 marzo 1944.

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Chiose di Gentile alla lettera precedente.

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«Caro Palazzina, ho tentato in tutti i modi di comunicare per telefono; ma non mi è stato possibile. Ieri fu qui Biggini e per amore di lei mi sono indotto a proporgli – per quest’ anno – la mia nomina a commissario della Bocconi; e la nomina di Demaria a subcommissario. Demaria potrà firmare le carte di ordinaria amministrazione e sostituirmi, occorrendo, in casi urgenti. La mia proposta è stata accettata e avrà subito attuazione. Ricevuto poi ieri sera la sua lettera relativa al suo giuramento, ho fatto in tempo a telefonare al ministro – ripartito oggi per Padova – e posso assicurarla che l’obbligo del giuramento è imposto soltanto agli impiegati dello Stato; e non riguarda perciò nessuno dei bocconiani. Dunque torni tranquillo. Spero che la presente le giunga presto» (ASUB. Busta 2R. Giovanni Gentile a Girolamo Palazzina. Firenze 30 marzo 1944).

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Il «Corriere della Sera» del 17 aprile 1944 ne dava l’annuncio in un lungo articolo dal titolo Giovanni Gentile assassinato da sicari al soldo del nemico.

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ASUB. Busta 2R. Armando Sapori a Girolamo Palazzina. Firenze 16 aprile 1944.

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«Caro senatore, la tragedia fiorentina ci crea una ben difficile situazione, proprio mentre eravamo giunti in porto! Ora a chi pensare come successore? E se lo troviamo come suggerirlo al ministro? Stamane ricevuto lettera dello scomparso!» (ASUB. Busta E. Milano 17 aprile 1944). Venino rispose facendo il nome di Ranelletti, che il ministro approvava. Ma a questo punto il ministro aveva ben altri problemi che quello del commissario della Bocconi.

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Valga per tutti questo resoconto di un viaggio impossibile di Bonferroni: «Carissimo Palazzina, torno ora dalla stazione: il diretto per Milano delle 18.39 è stato soppresso, perché la “direttissima” è rimasta oggi, verso mezzogiorno, danneggiata nei pressi di Bologna per bombardamento aereo. Sarei partito in vagone letto per arrivare domani costì e fare poi lezione lunedì. Veramente intendevo partire ieri, 12, e fare esami oggi, 13, secondo il diario da te speditomi: ieri, però, non mi fu assegnato un posto letto, quantunque richiesto e lasciato sperare, tre giorni prima. La precedenza è data agli ufficiali, e poi ai dirigenti, inscritti ai sindacati. Per questo ieri a mezzogiorno – procuratomi il permesso del comando tedesco della piazza – ti telegrafavo pregando di rinviare gli esami a lunedì. Oggi, poi, ero riuscito – superando tutte le difficoltà – ad ottenere il posto: se non ché è venuto il guaio, e grosso. Ora non posso far altro che rinviare la mia venuta al 19, per il 2° appello. Posto che la linea possa essere riattata in pochi giorni. Qualche treno, intanto, sarà istradato via Lucca-Viareggio-Sarzana-Fidenza: ma non mi è parso di affrontare un giro lungo e disagiato e, soprattutto oggi, pericolosissimo, per la via tirrenica (mitragliamenti, oltre che bombardamenti, come saprai). Spero che Brambilla abbia potuto aiutare Boldrini negli esami del 1° appello (…). Qui a Firenze si tira avanti alla meglio. Io sono tra i fortunati che hanno trovato modo di rannicchiarsi al centro (quasi in piazza Duomo). Fortunati o illusi? L’avvenire lo dirà» (ASUB. Busta B7. Pietro Bonferroni a Girolamo Palazzina. Firenze 13 maggio 1944).

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ASUB. Busta D6. Il foglio: «Trovato affisso sulla porta dell’istituto [di geografia economica] il 12 novembre 1943 alle ore 9 non c’era la sera dell’11.XI alle 17¾».

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ASUB. Busta 189. Denunzia al commissariato di polizia repubblicana. Milano 14 febbraio 1943.

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Molto esplicita e dettagliata fu, invece, la relazione inviata al consigliere delegato: «Caro senatore, ho passato due settimane infernali! E non è detto che le preoccupazioni siano cessate. Il 14, verso le 10, un gruppo di giovanissimi partigiani faceva irruzione con rivoltelle spianate… persuadendo gli studenti che erano nell’atrio a salire al 1 piano (corridoio antistante il rettorato); i professori a sospendere lezioni ed esami e gli impiegati ad uscire nel corridoio. Naturalmente anch’io, sotto minaccia di rivoltella, dovetti seguire la sorte comune e ascoltare un breve discorsetto inneggiante alla solidarietà con gli studenti partigiani e all’Internazionale, mentre veniva innalzata su un terrazzo sopra l’aula magna una bandiera rossa. Un fischio e l’adunata era sciolta; ma, appena rientrato in ufficio, una sparatoria intensa al piano terreno ed un disperato grido: aiuto! Affacciatomi subito alla finestra vedo un uomo che giace a terra, ferito. Mi precipito al telefono per cercare di chiamare la croce rossa e mi accorgo che non funziona (…). Intanto mi si informa che un altro giace morente nell’atrio (vicino alla portineria). Un altro agente P.S. che non si sa come si trovasse lì. Immagina il disorientamento successivo anche fra i professori (a cui eran giunte lettere intimidatorie per sospensione esami e lezioni!). Interventi di questura, GNR, commissari ufficio politico, comando della Resega. Il giorno dopo telefonata della federazione, stupita per sospensione esami (feci presente che di fronte all’evento luttuoso era sembrato necessario e doveroso un rinvio) e poi altro intervento di capitano con militi del reparto assalto (…). Esami faticosamente ripresi lo stesso giorno 16 e seguenti (lauree il 26), ma non le dico le mie pene per provvedere al loro svolgimento, dato lo stato d’animo di alcuni professori (…). Quasi queste preoccupazioni non bastassero (parecchi professori sono incerti sulla opportunità di continuare le lezioni) legga l’acclusa “riservatissima”. Credo che si pensi di incorporarci nell’Università di Milano. Lei conosce personalmente Biggini. Temo che si voglia sfruttare il tragico evento del 14, quasi che anche alla Regia non siano avvenuti fatti penosi (incursione di un piccolo gruppo, con chiusura impiegati negli uffici, distribuzione di manifesti rivoluzionari, una sparatoria sul centralino telefonico, ecc.) (ASUB. Busta E. Girolamo Palazzina al senatore Venino).

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Ibidem. Cfr. anche Manifestazione studentesca all’Università Bocconi, in «Avanti!» del 20 febbraio 1945.

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«Rivoluzione socialista» (anno II, n. 2, 15 marzo 1945) così dava conto dell’evento: «Di una grande manifestazione che ha riempito d’entusiasmo partecipi e testimoni, per il modo come è stata condotta e per il successo incontrato e non mancherà d’avere più vasta risonanza, sono stati protagonisti i nostri compagni. L’Università Bocconi è stata il teatro (…). Qualche minuto dopo il suono della sirena delle 10, l’edificio dell’Università veniva circondato all’esterno da gruppetti che ne assicuravano il blocco. Contemporaneamente veniva pure bloccato il centralino telefonico e i primi elementi facevano irruzione nell’atrio della segreteria al primo piano, dove numerosi studenti attendevano al loro turno d’esami. Altri compagni armati rastrellavano le altre aule, dove si tenevano esami o lezioni e convogliavano studenti, professori, inservienti nell’atrio della segreteria (…). Subito dopo iniziava da parte di tre nostre compagne universitarie la distribuzione del giornale dell’A.U.S. “Scuola rivoluzionaria” e il lancio di manifestini. Terminata la distribuzione uno studente, balzato su un tavolino, rivolgeva appassionate parole ai presenti invitandoli a scendere contro l’oppressione nazifascista per la liberazione della Patria ed a combattere domani per il rinnovamento della società. Il discorso fu salutato con numerosi applausi ed evviva (…). Pochi istanti dopo, mentre gli studenti si riunivano in crocchi per commentare animatamente l’accaduto, numerosi colpi d’arma da fuoco echeggiavano al piano terreno, all’ingresso dell’Università. Due agenti in borghese, sopraggiunti proprio alla fine della manifestazione, tentavano di penetrare con le armi in pugno nell’Università. Nel breve combattimento avuto con i nostri venivano entrambi colpiti. Uno rimaneva ucciso e l’altro gravemente ferito. Quando abbiamo lasciato la nostra Università ci siamo voltati a guardarla: sul bianco edificio garriva al sole una rossa bandiera».

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ASUB. Busta 189. Il rettore al dott. Giulio Gai, comandante del 1° reparto d’assalto «Onore e combattimento». Milano 17 febbraio 1945.

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ASUB. Busta 189. «Dopo la caduta del fascismo». Prolusione letta dal Paolo Greco il 22 maggio 1945.

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