Storia della Bocconi

1968-2022. Dalla contestazione all'internazionalizzazione

Parole chiave: Presidente Spadolini Giovanni, Rettore Monti Mario, CdA

E arriva il 1989, l’anno che, con la caduta del Muro di Berlino, cambierà il mondo.

Gli eventi internazionali si riflettono a tutti i livelli, innescando ansie e speranze di nuove libertà: di espressione, di progettazione, di movimento.

Anche la società italiana, inquieta, preme sul fronte politico, economico e culturale, rivendicando interventi per la soluzione di problemi antichi. Un segnale positivo arriva dalla ripresa di attenzione al sistema universitario, da sempre prigioniero di un’ispirazione statalista di radice ottocentesca (legge Matteucci del 1861) fondata sul principio del monopolio dello Stato nell’istruzione superiore. Dopo la legge 910 del 1969, che liberalizzava l’accesso alle università eliminando il vincolo della maturità classica imposto dalla riforma Gentile, il tempo si era di nuovo fermato e, come sottolineava Spadolini, «la Repubblica non aveva avuto il coraggio di condurre in porto una riforma universitaria degna di questo nome». Bisogna aspettare la legge 168 del 1989 perché il Coordinamento delle iniziative per la ricerca scientifica e tecnologica venga trasformato in ministero dell’Università e della ricerca scientifica e tecnologica e sia riconosciuta autonomia organizzativa, finanziaria e didattica agli atenei – condizione preliminare per consentire, e garantire, «pluralismo, confronto, innovazione e collaborazione attraverso canali istituzionali e controllati»[1].

La Bocconi è da sempre estranea a questi problemi: è stata infatti la prima università libera a essere riconosciuta come tale; ha avuto fin dalla sua nascita un’autonomia che per le università statali arriva dopo oltre cent’anni di riflessione, ha saputo usarla con successo e difenderla, superando tutte le difficoltà e le crisi esterne e interne. Può quindi presentarsi all’appuntamento del 1989 pronta a cambiare essa stessa, guardando senza incertezze al lungo periodo: forte e sicura per la sua governance, le sue idee e i suoi programmi; per il forte senso di identificazione con l’istituzione che caratterizza il corpo docente e amministrativo; per la compattezza del suo vertice e per il prestigio di due figure come Giovanni Spadolini nel ruolo di presidente e Luigi Guatri in quello di rettore e consigliere delegato, ai quali si affianca un consiglio di amministrazione composto da alcuni dei protagonisti della vita economica e sociale del Paese[2].

È dall’inizio dell’a.a. 1988/89 che Guatri esprime l’intenzione di lasciare la carica di rettore e lo comunica formalmente al CdA che, il 28 ottobre 1988, lo riconferma rettore: è il suo quinto anno di doppio incarico, consigliere delegato e rettore nello stesso tempo. Ha compiuto quello che si era ripromesso e che aveva promesso, cioè rafforzare il presente e programmare il futuro e l’ha fatto senza mai interrompere l’attività professionale[3]. Dal consiglio di amministrazione la notizia comincia a filtrare nei corridoi dell’Università e, ovviamente, finisce per trovare sbocco al di fuori, nelle illazioni della stampa: Guatri lascia? E cosa succede? Anzi, chi gli succede?

All’a.a. 1988/89 gli iscritti sono poco più di 10.000, il 69 per cento dei quali proviene dalla Lombardia e il 31 per cento dalle altre regioni italiane mentre, ancora 10 anni prima, da fuori Lombardia proveniva solo il 13 per cento degli studenti. I laureati nell’a.a. 1987/88 sono in totale 1273, di cui 1101 in Economia aziendale (86,49%), 94 in Economia politica e 78 in Discipline economiche e sociali (6,13%). I docenti sono 470, di cui poco più di 30 gli ordinari. Lo staff amministrativo è composto di circa 250 addetti, con cinque soli dirigenti. In sostanza, la Bocconi è un’università piccola, se paragonata ai grandi atenei statali, con decine di facoltà e decine di migliaia di studenti; ma è solida, aperta, dinamica: diventarne rettore è un traguardo prestigioso, che può piacere a molti.

La nomina del rettore è regolata dallo statuto, che, in proposito, è molto chiaro e, soprattutto, sintetico: «il Rettore è nominato dal consiglio di amministrazione, scelto tra i professori ordinari». Punto. Non si parla di candidature, votazioni, elezioni come accade nelle università statali. È il privilegio che le deriva dall’essere un’università libera, con la possibilità di decidere sulle proprie modalità di gestione. Il tema è comunque delicato e antico: già nel 1973 i professori ordinari del dipartimento di Economia avevano rivendicato alcune condizioni imprescindibili per la nomina del rettore[4] (una delle quali, e cioè la scelta del rettore tra i professori ordinari, sarebbe stata in seguito recepita nello statuto) e proprio su questo tema si era consumato lo scontro fra Giovanni Demaria e il CdA[5]. Periodicamente sarebbe riemersa dal corpo docente la richiesta, più o meno esplicita, di forme più democratiche di scelta del rettore rispetto alla nomina da parte del CdA; magari con criteri simili a quelli elettivi in uso nelle università statali, in ogni caso basati sulla condivisione e sul consenso. Come un allenamento: il dovere di esercitare la libertà di pensiero per avere conferma che il rispetto del pluralismo, in Bocconi, non è solo una parola ma una realtà.

Dalle altre università non mancano critiche o riserve, su questo o altri punti, perché la Bocconi, in fondo, non è simpatica: troppo libera, troppo solida economicamente, troppo sicura di sé, troppo forte nel suo sistema di relazioni. E non conta che, in tutti i suoi anni di rettorato, Luigi Guatri abbia ribadito che «i nostri privilegi (se tali si possono considerare) sono al servizio della società, della cultura del Paese e dei colleghi delle altre università. Se aprono nuove strade, usatele, sarà un successo di tutti»[6].

Non a caso, i programmi che il rettore Guatri lascia in eredità al successore comprendono collaborazioni con diverse altre università e istituzioni culturali, in Italia e all’estero. Tra queste, l’Università di Leningrado (poi Università di San Pietroburgo) con la quale l’alleanza si tradurrà nella costituzione di una business school e porterà alla prima visita in Italia, e proprio in Bocconi, di Michail Gorbaciov.

Passano i mesi, ma dalla Bocconi non trapela nulla se non la conferma che, con il nuovo anno accademico, potrebbe anche cambiare il rettore, dal momento che lo statuto prevede che venga nominato di anno in anno. Non è però previsto un numero massimo di mandati, tanto è vero che l’ultimo rettore, Innocenzo Gasparini, ha «regnato» per nove anni e ha dovuto quasi insistere per potersene andare. Guatri, quindi, potrebbe continuare. La stampa, a corto di notizie, indica come candidati possibili i due prorettori uscenti, Roberto Ruozi e Sergio Vaccà, insieme a Mario Monti, già membro del consiglio di amministrazione, e Carlo Secchi, presidente della commissione relazioni internazionali.

Ma, oltre al dettato dello statuto, c’è una regola non scritta, osservata con lo stesso rigore: la scelta della massima autorità accademica deve onorare il principio dell’alternanza tra i due dipartimenti in cui è strutturata la Bocconi: quello di Economia aziendale e quello di Economia politica. Guatri è un aziendalista, per cui ora dovrebbe succedergli un economista.

Il campo si restringe, non senza qualche malumore: in fondo, le dimensioni dei due dipartimenti e il loro contributo alla didattica in Bocconi sono molto diversi, se solo si considera il numero degli iscritti e quello dei laureati immessi ogni anno sul mercato.

Il 30 ottobre 1989, penultimo giorno del mandato Guatri, al consiglio di amministrazione, convocato per la nomina del rettore per l’a.a. 1989/90, il presidente Spadolini comunica che «il prof. Guatri ha vivamente pregato di essere esonerato dalla carica di rettore, che ha tenuto con innegabile prestigio e tangibili risultati per un quinquennio, per cui il nostro consiglio di amministrazione è posto nella necessità di provvedere alla sua sostituzione». Com’è riportato nel verbale della riunione,

[...] il Presidente, dopo aver compiuto gli opportuni sondaggi e ribadito l’opportunità del rispetto dell’alternanza fra economisti e aziendalisti, propone che sia nominato rettore per l’a.a. 1989/90 il prof. Mario Monti, laureato alla Bocconi e docente di Economia politica, direttore dell’Isti-tuto stesso e del Centro di economia monetaria e finanziaria. Egli è un economista di fama internazionale, membro di importanti enti scientifici e culturali e consigliere di aziende e istituti di credito. La sua assoluta indipendenza politica, la sua indiscussa preparazione e le sue doti morali lo indicano come l’uomo maggiormente idoneo a subentrare a Luigi Guatri nella guida della nostra Università.

Il verbale del consiglio di amministrazione, redatto da Enrico Resti, segretario del consiglio nonché direttore amministrativo, riporta in modo impeccabile la fluidità del passaggio di ruolo tra Guatri e Monti e la piena soddisfazione del consiglio. A corollario del quale si può ricordare come la persona più addentro al processo di definizione della nomina, cioè Luigi Guatri, abbia poi descritto gli «opportuni sondaggi tra il corpo docente» compiuti dal presidente: «Spadolini mi ha chiesto chi pensavo potesse essere il nuovo Rettore; ho risposto Mario Monti; Spadolini ha risposto va bene, e i sondaggi sono terminati»[7]. Fotografia di un’epoca e di due grandi personaggi.

La considerazione di Spadolini verso Guatri è riassunta nelle parole che gli rivolge alla Giornata bocconiana del 1989:

Desidero salutare un amico, e mi riferisco al rettore Luigi Guatri, che si accinge a congedarsi. Una persona che, con responsabilità, si è impegnata in un processo di crescita, di ammodernamento e di adeguamento della nostra Università a una società che cambiava profondamente e che richiedeva strumenti di confronto e di libertà. Egli è stato fedele agli ideali sui quali si fonda la nostra libera Università e ne ha difeso l’autonomia, ne ha incoraggiato il perfezionamento in tutte quelle fasi che costituiscono il nucleo essenziale nella formazione di giovani capaci di affrontare la vita professionale in una realtà sempre più complessa. Per questo sono certo di interpretare il sentimento di tutti voi nell’augurargli nuovi successi per quella causa che ci unisce: la causa della libertà dell’insegnamento come condizione per la libertà delle coscienze.

Sull’eco di quelle parole, comincia l’era (si può ben chiamare così) Monti che, per i cinque anni successivi, guiderà l’Università mantenendo fede alla promessa con cui il 30 ottobre 1989 accetta la carica di rettore:

Mi impegnerò, con l’aiuto di tutto il corpo docente, per condurre il Pia-no 1990/2000, impostato sotto la guida del Rettore prof. Guatri, a una compiuta definizione e alla sua realizzazione concreta [...] certo che la Bocconi, forte della sua tradizione e gelosa della sua indipendenza, saprà operare con la profondità e il rigore oggi necessari per recare contributi rilevanti al progresso degli studi e per affrontare i grandi temi economi-co-istituzionali della società italiana e internazionale.

Sono cinque anni intensi di lavoro, nel contesto generale di un’Italia turbolenta che si prepara a entrare nel terzo millennio, ancora incerta tra prima e seconda repubblica. L’Ateneo milanese, pur impegnato nei programmi definiti e approvati dal CdA, non può essere estraneo a quello che succede attorno. Come ammonisce il presidente Spadolini: «noi non possiamo chiuderci nel fortalizio Bocconi». È senso di responsabilità e di sensibilità, parte intrinseca della missione definita dai fondatori, che si riflette anche in fatti specifici.

Il fenomeno Tangentopoli investe pesantemente le parti politiche e i loro rapporti con le realtà e le istituzioni economiche, nonché società private e pubbliche, dove son presenti come consiglieri, sindaci o consulenti molti docenti della Bocconi[8]; ruoli non solo legittimi, ma sollecitati dalla stessa Università come complemento e integrazione alla loro preparazione per l’insegnamento in aula e l’attività di ricerca.

I partiti tradizionali si liquefanno, messi sotto accusa con azioni della magistratura che, in alcuni casi, possono apparire più giustizialiste che giudiziarie, in un clima drammatico di confusione, incertezza e violenza che fa temere per la stessa saldezza dello Stato e delle sue istituzioni. Il rettore Mario Monti, da alcuni anni chiamato a far parte, come consigliere indipendente, dei consigli di amministrazione di quattro società di grande rilievo (Banca Commerciale Italiana, Fiat, IBM, Assicurazioni Generali) segna la strada: di fronte al rischio che queste posizioni, anche solo su un piano ipotetico, possano essere utilizzate o strumentalizzate con nocumento dell’immagine dello stesso Ateneo, alla notizia di una possibile indagine su alcuni manager delle società nel cui CdA è presente, decide le immediate dimissioni da tutti i suoi incarichi esterni.

È un esempio forte, che rinsalda il clima interno e la compattezza dei suoi protagonisti, in una visione condivisa di autonomia e di impegno civile che contraddistingue la Bocconi, definitasi da sempre «libera, aperta, pluralista, proiettata verso un’intensa collaborazione con il mondo operativo e internazionale».

Le parole di Spadolini (Giovannone, come segretamente lo chiamano amici e collaboratori) e la presenza, schiva ma operosa, di Guatri accompagnano, sostengono e difendono l’azione del nuovo rettore, che affianca, all’opera di costruzione interna della Bocconi del 2000, uno sforzo mirato a diffondere cultura nel pubblico e nel sociale, a costruire una coscienza civile, in costante allineamento con chi, in quel momento, è presidente del Senato della Repubblica, e, nel contempo, anche presidente dell’Università, e parla di «riforma dello Stato come condizione indispensabile per sedere in Europa alla pari dei nostri partner della comunità» o della «imminenza dell’appuntamento europeo che impone al nostro Paese un esame di coscienza molto maggiore e una linea di rigore che finora non si è ancora tradotta in atti conseguenti»[9].

Convinzione che diventa missione: i periodici editoriali di Mario Monti sul Corriere della Sera, sempre garbati ma spesso taglienti, diventano punto di riferimento nel dibattito politico e guida paziente allo sviluppo di una cultura che guarda all’Europa, quasi una premessa all’incarico che, concluso il mandato di rettore, lo porterà al ruolo di commissario europeo per il mercato interno.

Ma di «atti conseguenti», così come auspicato da Spadolini, il rettorato Monti sarà ricco e fertile, sia sul piano concreto che simbolico, come ben risulta dal testo che segue.


1

Giovanni Spadolini nel discorso di apertura dell’a.a. 1990/91.

2

Ne fanno parte: Piero Bassetti, Ottorino Beltrami, Francesco Cingano, Aldo De Maddalena, Emanuele Dubini, Reno Ferrera, Libero Lenti, Filippo Longo, Mario Monti, Nicolò Nefri, Giuseppe Pellicanò, Roberto Ruozi, Francesco Saita, Piero Schlesinger.

3

Il suo studio di commercialista era ed è ancora riconosciuto tra i più qualificati in Italia, punto di riferimento per casi complicati e professionalmente sfidanti. Casi che, sistematicamente, Guatri traduce in avanzamento della cultura aziendale e aggiornamento della didattica. Il suo motto, che gli allievi ben conoscono, è verificare nella pratica quello che si studia e si insegna, e tradurre in materia di ricerca scientifica quello che si è sperimentato nell’esperienza pratica.

4

Vedi «Tra contestazioni e riforme», in particolare pp. 81 ss.

5

Vedi «Ridestare un quarto di secolo di storia bocconiana (1945-1968)», in Marco Cattini, Aldo De Maddalena, Marzio A. Romani, Storia di una libera università, vol. 3, L’Università Commerciale Luigi Bocconi dal 1945 a oggi, Milano, Egea, 2002.

6

«[...] la nostra immagine è solitamente posta a confronto con quella offerta da istituzioni analoghe inserite nelle strutture pubbliche. Ed è appena il caso di rammentare quanto codeste istituzioni abbiano a soffrire per la scarsità dei mezzi e a causa dei rigidi vincoli formali e delle costrizioni burocratiche; donde le mortificanti condizioni in cui sono obbligate ad operare» (Guatri, Giornata bocconiana 1986).

7

Luigi Guatri, Una vita in Bocconi, Milano, Egea, 2012.

8

Per esempio, Roberto Artoni, presidente Consob, e Claudio Demattè, presidente Rai.

9

Giovanni Spadolini nel discorso di apertura dell’a.a. 1989/90.

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