Storia della Bocconi

1968-2022. Dalla contestazione all'internazionalizzazione

Rivedere le aggregazioni delle discipline scientifiche


Parole chiave: MIUR, Guatri Luigi, Presidente Monti Mario, Rettore Ruozi Roberto

Ambiente di riferimento e obiettivi

Per capire le scelte operate dalla Bocconi durante il mio rettorato, fra il 1994 e il 2000, è necessario conoscere lo spirito che ci animò, ciò che dovrebbe permettere non solo di comprendere cosa è accaduto, ma anche di valutare se i risultati ottenuti sono stati conformi alle aspettative.

Alla luce dell’esperienza maturata non solo in Bocconi, ma anche in altri atenei, ho cercato di svolgere il mio ruolo ispirandomi ai fenomeni dell’universalità, della totalità delle cose esistenti e della comunità senza confini caratterizzata solo da una decisa comunione di intenti. Ho così tentato di fare molte cose sviluppando peraltro idee in gran parte già presenti nella mente dei miei predecessori, ma anche costruendo e realizzando progetti relativamente nuovi.

Il mio mandato era iniziato in un momento di grande difficoltà per l’università italiana, che aveva visto ridursi il numero degli studenti e il sostegno finanziario statale e stava perdendo credibilità sia nella società civile sia nel mondo economico. L’università era in crisi, ma questo sembrava interessare i soli addetti ai lavori, presi peraltro da problemi di sopravvivenza e non in grado di affrontare temi di natura strategica.

La Bocconi in quegli anni difficili seppe far valere le sue peculiarità e soprattutto la sua forza, dovuta essenzialmente a una buona conoscenza del mondo in cui operava e alla grande determinazione a progredire e a migliorarsi, dopo le difficoltà conosciute all’inizio degli anni Settanta. Aveva certamente i suoi problemi, ma li affrontava con grande realismo. Del resto, il suo bilancio era stato assestato, la sua fama attirava un numero sempre maggiore di studenti provenienti da un bacino territoriale esteso ormai a tutto il Paese e anche all’estero, con un deciso aumento della componente femminile.

Le sue sorti si erano giocate e dovevano continuare a essere giocate sui fondamentali elementi dell’adeguatezza, della qualità e dell’internazionalizzazione. Eravamo tutti convinti e allineati sul fatto che, solo assicurando e rafforzando quegli elementi, avremmo vinto una battaglia il cui esito non era affatto scontato. Operavamo del resto in un mondo sempre più complesso nel quale i nostri studi non avevano più l’appetibilità degli anni passati; anche perché la moda del momento dirottava crescenti masse di studenti verso altre facoltà. Eravamo un’università libera, accolta non sempre con simpatia dagli atenei statali che dominavano la scena nazionale e che furono meno di noi razionati sul piano dei contributi dello Stato, che nel nostro bilancio contavano sempre di meno. Avevamo però la grande soddisfazione di vedere che il mondo del lavoro apprezzava i nostri laureati, i quali continuavano a trovare con relativa facilità e in tempi contenuti un’occupazione – e anche questo ci faceva capire che le linee tracciate erano state lungimiranti.

Su adeguatezza, qualità e internazionalizzazione occorreva quindi continuare a investire. In estrema sintesi, nel primo comparto sembrò necessario rafforzare il nostro preciso collocamento nel mondo del lavoro, consolidando e ben organizzando relazioni con le istituzioni, mantenendo alta l’attenzione agli equilibri finanziari, aggiornando i nostri prodotti culturali con dosi sempre maggiori di interdisciplinarità e di multidisciplinarità rafforzando l’impegno nella ricerca, fondamento di una moderna università, e favorendo una maggiore integrazione con gli altri livelli di educazione.

In materia di qualità sembrò indispensabile rispondere sempre meglio ai bisogni della società. Facile da dire ma assai meno da realizzare, essendo funzione del tipo di inserimento che la Bocconi avrebbe dovuto ricercare nella società e nel mondo economico, della validità della sua missione istituzionale, della qualità della sua offerta didattica e via discorrendo. In sostanza, il concetto di qualità avrebbe dovuto riguardare tutte le attività dell’Università, cioè l’insegnamento, la formazione e la ricerca. Ciò, a sua volta, avrebbe dovuto significare qualità del personale docente e dei programmi, nonché qualità dell’apprendimento, come evidente corollario di quella dell’insegnamento e della ricerca. L’obiettivo della qualità non avrebbe quindi dovuto riguardare i soli aspetti accademici, bensì anche la componente studentesca, le infrastrutture e lo stesso ambiente nel quale si svolgeva l’attività accademica.

Quanto all’internazionalizzazione, essa era il riflesso del carattere sempre più globale dell’apprendimento e della ricerca e avrebbe dovuto essere rafforzata dall’evoluzione dei processi di integrazione economica e politica, dai bisogni di conoscenze interculturali, dal progressivo sviluppo dell’ICT, dalle modificazioni nella struttura dei mercati, nella propensione ai consumi e via dicendo.

Forse la crisi dell’Università era anche il riflesso della crisi di quei valori e di quella cultura senza i quali l’uomo è poca cosa. La progressiva frantumazione del sapere, l’accentuata specializzazione delle conoscenze, la resistenza all’integrazione delle culture, la distanza fra quello che serve e quello che non serve, ne furono in buona parte responsabili. In questo contesto la Bocconi avrebbe quindi dovuto intervenire per cercare di modificare tali tendenze ridando all’economia il posto che avrebbe dovuto meritare, ma riservando spazio anche a iniziative che non avrebbero dovuto interessare il solo esperto economico, ma anche l’uomo che era dentro in lui e puntando pertanto sempre di più sui valori ai quali essa aveva sempre fatto riferimento, cioè il valore della persona, della sua formazione e della sua crescita, in funzione della crescita della società e del Paese, il rispetto delle idee e delle diversità, la libertà economica al servizio delle idee e delle persone.

In questo senso, mi piacque dire, soprattutto agli studenti, che «l’economia non è tutto nella vita» e che in ogni caso l’economia avrebbe potuto essere molto più ricca e utile se i suoi principi fossero stati elaborati in un ambiente inclusivo di un sapere più ampio.

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Missione e visione

Gli obiettivi prefissati e gli strumenti messi in opera per realizzarli non erano né originali né rivoluzionari, come peraltro è sempre stato nella lunga storia dell’Università Bocconi. Mi mossi quindi sull’onda della tradizione, riprendendo e portando avanti programmi predisposti negli anni precedenti.

Sulla base della tradizione venne elaborato, per la prima volta in modo formale, un documento in cui si definivano la missione e la visione della nostra Università. Documento che, presentato e approvato dal consiglio di amministrazione, diventò punto di riferimento per tutta l’attività dell’Ateneo. In estrema sintesi si affermò che l’Università avrebbe dovuto continuare a essere un’istituzione al completo servizio dei suoi studenti e della collettività, aiutando i primi a interiorizzare valori, conoscenze, metodi e capacità che consentissero loro di inserirsi agevolmente nel mondo del lavoro, a comprendere e dominare il cambiamento e a coprire con alto impegno, correttezza e professionalità posizioni di responsabilità nel mondo dell’economia e delle istituzioni. Più in particolare, l’obiettivo divenne quello di sviluppare negli allievi eccellenza tecnica e professionale, atteggiamento critico, spirito di iniziativa, capacità di strutturazione e di soluzione dei problemi, di apprendimento continuo, di interazione sociale e di lavoro in squadra, sensibilità ai grandi progetti istituzionali. Nella posizione di servizio alla collettività la Bocconi si propose invece di produrre e mettere a disposizione di tutti gli interessati contributi di ricerca e di formazione rilevanti per le problematiche economiche e istituzionali dell’oggi e del domani e di formare allievi che fossero orientati anche alle finalità istituzionali delle organizzazioni e delle collettività nelle quali avrebbero operato.

Offerta didattica e qualità dell’insegnamento

Nell’ambito di una missione e di una visione non rivoluzionarie ma molto attuali, chiare e condivise da tutte le componenti del nostro Ateneo, un posto di particolare rilevanza assunse la didattica, della quale in quel momento si affrontarono, fra gli altri, due problemi fondamentali: quello dell’offerta di una gamma sempre più ampia e diversificata di prodotti di vario livello; quello delle modalità con cui l’insegnamento avrebbe dovuto essere organizzato e impartito.

Quanto all’offerta si analizzarono approfonditamente i corsi di laurea, la formazione post-universitaria e quella manageriale. Mentre si affrontavano questi temi, nel Paese si aprì un confronto fra le forze politiche e sociali su un progetto di riforma degli studi universitari, di cui dirò in dettaglio successivamente. In Bocconi ci si rese conto che la sua approvazione avrebbe condizionato le ipotesi che stavamo elaborando, che avrebbero corso il rischio di rivelarsi impraticabili prima ancora di essere applicate.

Ciononostante il confronto fra le varie anime dell’Università condusse a una serie di proposte, che furono unanimemente approvate dagli organi di governo della Bocconi, nonché dal comitato di coordinamento universitario regionale, composto dai rettori di tutte le università aventi sede in Lombardia. Anche il ministro apprezzò molto il nostro progetto, che recepiva del resto le disposizioni contenute in un documento sull’autonomia didattica da lui fortemente sostenuto.

Le linee essenziali della riforma della nostra offerta didattica furono le seguenti: dai sei corsi di laurea preesistenti si passò a sette, di cui alcuni (CLEA, CLELI, CLAPI, CLEFIN) mantennero la struttura precedente, due (CLEP e DES) furono ripensati per dar luogo a un nuovo corso denominato CLE e due ideati in forma innovativa. Questi ultimi furono il Corso di Laurea in Giurisprudenza (CLG) e quello in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione (CLEACC).

Il corso di laurea in Giurisprudenza era un vecchio sogno bocconiano che venne tradotto in realtà, rappresentando una novità per il nostro Paese. Approfittando degli spiragli di libertà offerti dalle nuove disposizioni sull’autonomia didattica e dai decreti di area, allora in via di elaborazione e che avrebbero portato entro breve tempo all’abolizione del rigido sistema tabellare, il corso fu infatti caratterizzato da forti contenuti economici e, pur mirando a formare eccellenti giuristi a tutto campo, si prefisse la preparazione di nuove figure professionali.

Il corso di laurea in Economia per le arti, la cultura e la comunicazione fu invece attivato al fine di formare giovani laureati destinati a operare in un settore vario e complesso, che nel nostro Paese rappresentava un’opportunità straordinaria, a patto che, come fece la Bocconi, la si razionalizzasse e la si valorizzasse anche in termini economici e gestionali.

Tutti gli insegnamenti, con l’eccezione di quelli di giurisprudenza, furono pensati in modo da consentire allo studente di laurearsi nei quattro anni di studio previsti – immaginando uno «studente a tempo pieno» che, grazie anche a una buona organizzazione dei corsi e a un’altrettanto buona organizzazione del suo tempo, potesse far coincidere il tempo teorico dei suoi studi con quello pratico del conseguimento della laurea.

La riorganizzazione dell’offerta dei corsi di laurea, che si presumeva di attuare già nell’a.a. 1999/2000, venne accompagnata dalla loro ristrutturazione secondo il metodo dei crediti, e dalla decisione di impartire alcuni corsi in lingua inglese.

I crediti furono un’innovazione organizzativa e didattica fondamentale, introdotta dalla norma sull’autonomia didattica ricordata in precedenza, in base alla quale gli studenti, per laurearsi, avrebbero dovuto acquisire 240 crediti suddivisi in numero uguale nei quattro anni di studio[1]. Si sapeva perfettamente che il passaggio al sistema dei crediti avrebbe richiesto un grande sforzo organizzativo in termini di disponibilità dei docenti, di organizzazione e di sostegno amministrativo e, infine, in materia di spazi, anche in vista di un probabile aumento del numero di matricole. Si decise comunque di andare avanti perché non volevamo rinunciare al nostro ruolo di laboratorio di sperimentazione a beneficio non solo nostro e dei nostri studenti, ma anche dell’intero sistema universitario italiano.

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Nello stesso senso si adottarono provvedimenti volti al miglioramento dell’attività didattica e dell’apprendimento, indispensabili per attuare nel migliore dei modi il passaggio al nuovo sistema. Le scelte operate comportarono:

  • lo svolgimento di ogni insegnamento in classi parallele di non più di 150 studenti e ciascuna classe con un’aula dedicata;
  • la razionalizzazione degli orari delle lezioni in modo da occupare una mezza giornata (lasciando libera l’altra mezza per studiare);
  • la predisposizione, per ciascun insegnamento, di un programma analitico di lavoro con l’indicazione dell’attività da svolgere giorno per giorno o settimana per settimana;
  • la distribuzione, sin dall’inizio delle lezioni, del calendario analitico di tutti gli esami per l’intero anno accademico.

Un secondo insieme di interventi riguardò invece la programmazione dei carichi di lavoro. A ciascun insegnamento venne assegnato un valore in crediti (compreso tra 4 e 12) facendo corrispondere a ciascun credito un carico di 30 ore complessive. Ciascun anno avrebbe quindi comportato, mediamente, un carico complessivo di 60 crediti (ossia di 1800 ore di lavoro).

Un terzo insieme di interventi ebbe per oggetto i processi di insegnamento e di valutazione. Si auspicò che gli studenti frequentassero tutti gli insegnamenti, svolgessero giorno per giorno i compiti loro assegnati, partecipassero alle prove intermedie e dessero un contributo attivo in aula. Da parte sua, il docente avrebbe dovuto raccogliere tutti gli elementi di valutazione emersi durante il corso e avrebbe dovuto utilizzarli per esprimere la valutazione finale. L’esame sarebbe quindi rimasto un elemento fondamentale di una valutazione, per la quale sarebbero stati accumulati altri elementi di giudizio.

Il quarto insieme di interventi riguardò il calendario degli esami e le condizioni di passaggio da un anno al successivo. In materia, i punti essenziali furono i seguenti:

  • al termine di ciascun semestre, tutti gli studenti avrebbero dovuto sostenere obbligatoriamente gli esami relativi a tutti gli insegnamenti impartiti nello stesso semestre, avendo a disposizione due appelli ripetibili;
  • per passare da un anno all’altro, sarebbe stato necessario aver superato tutti gli esami del primo anno con voto positivo o, al massimo, con due insufficienze lievi;
  • chi non avesse soddisfatto tali condizioni avrebbe dovuto ripetere l’anno pur senza perdere i crediti maturati con gli esami superati.

Affinché i provvedimenti in questione potessero essere efficaci si lavorò molto sull’uso della lingua inglese, sull’implementazione dell’informatica a sostegno della didattica, sull’incremento nel numero dei docenti di ruolo e dei visiting professor e sugli stage per gli studenti.

Nella stessa direzione stavano del resto muovendo la formazione post-universitaria e quella manageriale, in buon parte gestite dalla SDA. La Scuola di Direzione Aziendale era nata vent’anni prima e stava già riscuotendo un notevole successo su un mercato, che era in quegli anni in grande espansione, essendo la formazione più o meno permanentemente entrata a pieno titolo fra le priorità delle imprese e della pubblica amministrazione.

Dopo il trasferimento nella nuova sede di via Bocconi, la SDA fu protagonista di un radicale cambiamento dei suoi vertici e la sua storia nel periodo in esame è interessantissima[2]. Qui vorrei solo ricordare che la sua attività è stata importante non solo per quanto la riguarda direttamente e specificamente, ma anche per le ricadute che produsse su tutta l’Università, contribuendo, in particolare, ad aumentare fortemente la professionalità dei docenti, a migliorare la didattica e a rafforzare i rapporti con il mondo delle imprese e della pubblica amministrazione.

Internazionalizzazione e collegamenti con il mondo economico

Anche l’internazionalizzazione della Bocconi verrà analizzata in altra parte di questo volume[3]. Qui vorrei solo ricordare che, nel periodo in cui fui alla guida dell’Università, la preoccupazione maggiore fu quella di diffondere una cultura nuova che favorisse l’aumento degli scambi con le università di altri Paesi e quello degli investimenti in aree geografiche ritenute prioritarie. A questo scopo ci si premurò di rafforzare negli studenti, nel corpo docente e nella struttura amministrativa il valore dell’internazionalità, con l’apertura continua a esperienze e confronti esterni, che non si esaurisse nel solo scambio di studenti e docenti, ma passasse attraverso la conoscenza di altre lingue e culture e l’apprezzamento delle differenze e delle uniformità in campo economico e sociale.

In pochi anni, si sono raggiunti risultati che parevano lontanissimi. Nella mia relazione all’apertura dell’a.a. 1999/2000 segnalavo, fra l’altro, il notevole incremento delle opportunità di esperienze di studio all’estero offerte ai nostri studenti. Alla consueta espansione del network delle 75 scuole nostre partner, sempre più orientato verso il Mediterraneo e l’Asia, si accompagnò un incremento delle opportunità di stage presso organismi internazionali, Camere di commercio e sedi ICE all’estero e, dal gennaio 1999, presso oltre 110 sedi diplomatiche italiane. La Bocconi, a sua volta, ospitò un numero crescente di studenti e di docenti stranieri.

Anche la partecipazione a network di ricerca e a progetti di assistenza tecnica per conto di organismi internazionali divenne intensa e lo stesso accadde per i progetti internazionali di cooperazione e di capacity building[4]. Oggi tutto ciò può sembrare modesto e poco significativo, ma si trattò di fatti assolutamente rilevanti e fu proprio per l’esperienza attraverso gli stessi acquisita che l’internazionalizzazione della Bocconi poté svilupparsi in maniera considerevole nel nuovo millennio.

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Quanto allora realizzato fu peraltro un ottimo canale di collegamento con un altro importante aspetto delle opzioni della Bocconi prima dell’anno 2000: il collegamento sempre più stretto con il mondo economico. Non bisogna dimenticare che la nascita e lo sviluppo della nostra Università furono strettamente collegati allo scopo di diffondere la cultura economica, dotando imprenditori e manager degli strumenti per capirne i problemi, per trattarli con concretezza e trasparenza e, quando possibile, per fornire le soluzioni migliori. A questo obiettivo l’Ateneo ha dedicato molte risorse, mostrando capacità di elaborazione e di ricerca, coraggio di provocazione e denuncia su temi rilevanti e fornendo know-how sia agli studenti universitari sia ai laureati. Siamo da sempre convinti che il mondo universitario e quello delle imprese siano luoghi di produzione di conoscenze complementari, che è necessario avvicinare. Ciò implica lo sviluppo della cooperazione fra le due realtà e il coinvolgimento delle imprese nello sforzo di formazione, oltre che dei loro dipendenti, anche dei giovani e degli adulti in generale. Questo non significa che la formazione debba essere finalizzata esclusivamente alla professione. Si è cercato anzi di evitare il rischio di produrre uomini e donne «pronti per l’uso», nell’idea che l’educazione non debba dipendere dagli imperativi economici, anche se è indispensabile tenerne conto.

A questi fini si avviarono azioni di orientamento degli studenti e si diede vita a due programmi di partenariato con le imprese e i loro manager. Si tratta di programmi denominati rispettivamente «Partner per lo sviluppo» e «Advisor per Bocconi», entrati a regime nel 1997. Il primo di essi vide la partecipazione dei massimi esponenti di una trentina di primarie aziende e di importanti enti italiani e stranieri in uno sforzo di consulenza e di assistenza nelle più rilevanti decisioni strategiche che la Bocconi prese in quel periodo. Con i partecipanti al programma si definirono alcuni temi di ricerca su cui l’Università avrebbe dovuto investire. Il loro contributo fu importante sia nella ricerca economica sia in quella a sostegno del miglioramento degli studi che il nostro Ateneo si apprestava a cambiare. Gli advisor furono invece un gruppo, inizialmente composto da cinquanta persone, successivamente passate a cento, ancora giovani e di diversa formazione universitaria e professionale, ma già ricoprenti ruoli di grande rilievo che ci aiutarono a capire e a definire alcune tematiche essenziali per il nostro futuro[5].

I legami si consolidarono anche attraverso il perfezionamento e la moltiplicazione degli stage, che i nostri studenti effettuarono presso diverse aziende. Essi permisero di aumentare le capacità pratiche connesse all’esperienza di lavoro sul campo. Nel 1996 gli stage furono circa 700, ma divennero oltre 1000 già nell’anno successivo e ben 1350 nel 1998. Ci si avviò verso l’obiettivo di offrire a tutti gli studenti almeno uno stage durante il corso di studi[6].

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Sapere a tutto campo

Oltre che a presentarsi con gli elementi finora visti, il periodo in esame ha offerto alcune novità, fra le quali mi piace ricordare un complesso di iniziative di natura extracurriculare sintetizzate nella formula «Sapere a tutto campo».

In realtà, anche in questo caso, non si trattava di novità assolute. Posto che in Bocconi non erano mai mancate le occasioni di confronto sui grandi temi – anche di carattere non economico – che investono il rapporto fra società e sapere, di dibattito sulle connessioni trasversali fra scienze e culture diverse e di indagine sulle linee di intersezione fra l’economia e gli altri aspetti della realtà sociale, l’ampliamento dell’offerta culturale si realizzò attraverso molteplici iniziative che investirono aree quali la musica, il teatro, il cinema, la letteratura, le arti figurative e altri aspetti della cultura e di quell’altro fenomeno cruciale nello sviluppo delle persone e della società che è l’etica.

Queste attività sono state razionalizzate e potenziate e il loro impatto sulla vita dell’Ateneo è diventato maggiore. Si è partiti con un ciclo di incontri con personaggi «oltre la norma» che si erano distinti per talento, creatività e ingegno in disparati settori, quali – oltre a quelli in precedenza ricordati – la teologia, il ballo e lo sport. Si è proseguito con un altro ciclo di incontri sull’etica intitolato «Il dovere di rispondere», in cui si è discusso sul perché essere morali, sui legami fra giudizio morale, libertà e responsabilità, sui rapporti fra bene e doveri[7]. E, a partire dall’a.a. 1997/98, si sono messi a disposizione degli studenti cinque corsi liberi su mondi culturali diversi dall’economia, nella speranza di poterli collegare, in una visione unitaria con quest’ultima, in modo da affrontare, con strumenti diversi, la complessità sociale di quei tempi[8]. In questa direzione va infine ricordato il potenziamento delle iniziative extracurriculari di carattere sportivo, ritenute utili per sviluppare attitudini agonistiche e spirito di gruppo da trasferire anche nell’attività professionale.

Al fine di sottolineare il fatto che l’Ateneo, oltre a possedere un’ampia operatività nazionale e internazionale, è sempre stato fortemente radicato nella nostra città, si tenne un ciclo di incontri denominato «La Bocconi e Milano»[9] e fu intensificata la collaborazione fra la nostra Università e le altre importanti istituzioni culturali milanesi[10].

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Obiettivo qualità

Tutto quanto descritto in precedenza è collegato alla preoccupazione del nostro Ateneo di migliorare costantemente la qualità dei servizi prestati a tutti i suoi stakeholder e soprattutto ai suoi studenti. Tale obiettivo venne perseguito in modo determinato e fu largamente condiviso dalle tre fondamentali componenti della Bocconi, cioè i docenti, il personale amministrativo e gli studenti. In effetti, tutto ciò che venne fatto per raggiungerlo fu frutto della collaborazione diretta e/o indiretta fra tali componenti.

La valutazione dei servizi resi ai nostri stakeholder fu estesa a vario livello, riprendendo alcune iniziative già avviate, ma introducendo anche alcune importanti novità. Cito in proposito innanzitutto l’attenzione per la qualità dei nostri studenti, oggetto di continue analisi e valutazioni che accompagnarono lo sviluppo quantitativo degli iscritti. I risultati di tali analisi lasciavano prevedere che la Bocconi avrebbe continuato a essere in grado di mantenere l’eccellente qualità dei suoi studenti.

Sarebbe continuata anche la puntuale e ricorrente valutazione della qualità della didattica, avviata nel 1990/91, che dal 1995 interessava un numero di insegnamenti superiore a 200. In quell’anno, oltre 20.000 questionari compilati dagli studenti fornirono dati assai confortanti. I pochi casi critici emersi dall’analisi degli stessi furono risolti rispettando la riservatezza che la loro trattazione esigeva e che fu uno dei più importanti ostacoli all’avvio del programma di valutazione in questione. Oggi esso è entrato nella norma e non è più nemmeno oggetto di particolari contestazioni, in quanto ampiamente sperimentato e apprezzato. All’inizio il suo avvio fu invece tutt’altro che facile, posto che diversi docenti ritenevano che il progetto violasse il principio della libertà di insegnamento e quella che oggi chiameremmo la loro privacy[11].

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Per altri settori la valutazione risultò meno problematica e quindi fu utilizzata per giudicare la qualità della ricerca e dei servizi generali e amministrativi, con particolare riferimento a quelli concernenti l’informatica[12].

Si passò quindi alla trattazione dei problemi della qualità in termini globali, oggetto di un approfondito studio che fu premessa per programmi ad hoc realizzati poco più tardi. Già l’anno successivo furono infatti svolte attività di valutazione della didattica, della ricerca, delle modalità di esame, delle tesi di laurea, dei servizi e delle infrastrutture, che, dal dicembre 1997, furono poste sotto il controllo di un comitato valutazione di Ateneo, il quale diede una forte accelerazione all’attività valutativa, riuscendo nello sforzo di unificare e cambiare all’interno di un organico sistema tutte le iniziative sviluppate in precedenza e avviandone di nuove.

Rimaneva in sospeso il problema degli spazi, che risultavano sempre meno in grado di accogliere una popolazione studentesca e un corpo accademico in rapida crescita. Esso era ben presente nel piano Bocconi 2000 varato all’inizio degli anni Novanta. Le opzioni strategiche presenti nello stesso erano state quasi completamente attuate per quanto attiene agli aspetti didattici, mente quelle relative agli incrementi del patrimonio edilizio previsti per far fronte alle nuove necessità dell’Ateneo erano ancora relativamente lontane. Alla fine del 1996 questo problema entrò tuttavia in una prima importante fase che consentì di passare in breve tempo da 7000 a 11.000 posti aula, indispensabili per gestire un numero di studenti che da 12.500 si avviava a raggiungere i 15.000[13].

Avvento della nuova legge universitaria

Verso la fine del periodo qui considerato, l’attenzione della Bocconi fu dedicata soprattutto alla riforma della legge universitaria, che avrebbe in ogni caso condizionato i nostri sviluppi futuri. Da qualche anno, in effetti, il governo, e per esso soprattutto il ministro per l’Università e la ricerca scientifica, aveva annunciato il passaggio del sistema universitario italiano a una nuova architettura basata essenzialmente su due cicli di studi.

Su di essa si svolse un lungo e approfondito dibattito al quale partecipò anche il nostro Ateneo sia con riflessioni interne sia con la partecipazione a discussioni pubbliche. Personalmente ero contrario alla riforma, temendo che potesse rappresentare un ulteriore elemento di dequalificazione della didattica e della ricerca. Ero preoccupato più per l’intero sistema universitario che per la Bocconi, pensando infatti che quest’ultima avrebbe comunque saputo trovare i modi per mantenere e migliorare le proprie prestazioni. Espressi pubblicamente le mie opinioni, specie nelle riunioni che sulla riforma si tennero presso la Conferenza dei rettori, ma mi trovai isolato insieme a uno sparuto gruppo di altri colleghi. La stragrande maggioranza dei rettori era infatti favorevole alla riforma.

Conscio che una battaglia in argomento sarebbe stata perduta e che la mia Università non ne avrebbe avuto alcuna ricaduta positiva, ma avrebbe probabilmente subìto effetti addirittura contrari, che avrebbero potuto accentuare ulteriormente la diffidenza nei riguardi delle università libere che serpeggiava da tempo in ambito sia universitario sia politico, non la feci. Presi atto che la riforma era inevitabile e cercai in tutti i modi di valorizzarne gli aspetti potenzialmente positivi. Cominciai a vedere nella laurea triennale un prodotto formativo da sviluppare con attenzione, sia nel caso in cui i laureati decidessero di non proseguire gli studi e di entrar subito nel mercato del lavoro, sia nel caso in cui decidessero di proseguire l’esperienza universitaria. Secondo le intenzioni del legislatore le lauree triennali e quelle specialistiche non avrebbero dovuto infatti essere collegate fra loro in modo assoluto, anche se la loro progettazione non avrebbe potuto non tener conto delle relazioni esistenti fra le stesse. Anche i master universitari e gli altri percorsi formativi previsti nel disegno di legge avrebbero dovuto essere collegati alla laurea. La definizione dei termini per l’attuazione della riforma avrebbe dovuto quindi avvenire in una visione globale, i cui contorni, prima della chiusura del periodo al quale queste note sono riferite, non erano ancora stati tracciati in modo definitivo.

Nell’attesa di poter operare con certezza, anche per offrire programmi validi per un intero ciclo di studi, la Bocconi lavorò ancora sul miglioramento e sull’adattamento dei nuovi corsi di laurea quadriennali attivati e preparò la nuova offerta formativa, che avrebbe dovuto essere pronta, come in effetti è poi stato, a partire dall’a.a. 2001/02 operando, in termini sia organizzativi sia didattici, al fine di anticipare il passaggio dal metodo tradizionale a quello imperniato sui crediti formativi ricordato in precedenza. Si era infatti convinti che si trattasse di uno dei punti più importanti, ma anche più delicati, sul quale si sarebbe misurato il successo o l’insuccesso della stessa e sul quale si sarebbero differenziati gli atenei che avessero modificato realmente il contenuto dei loro percorsi di studio rispetto a quelli che avessero interpretato la riforma soltanto come un più o meno interessante gioco di parole e di tempi.

Gli studenti collaborarono alla definizione dei termini della transizione e i risultati delle prime riforme furono soddisfacenti. Il bello comunque avvenne più tardi e di esso ne parleranno altri autori nelle prossime pagine.

Concludo quindi cercando di rivedere dopo oltre quindici anni come sono andate le cose. Per la nostra Università ritengo che siano andate bene, ma sarebbero andate bene anche se il progetto di riforma non fosse passato. In realtà, si sarebbero in ogni caso fatte opportune modificazioni per tenere il passo con i tempi, secondo una consuetudine che connota la Bocconi fin dalla nascita.

Per il mondo universitario nel suo complesso le cose sono andate diversamente. I giudizi che oggi si danno sulla riforma sono infatti piuttosto negativi ed è opinione pressoché unanime che i suoi obiettivi non siano stati raggiunti perché in buona parte irrealistici, perché le università non furono dotate dei mezzi per poterli raggiungere e anche perché essa fu male utilizzata dagli studenti. La riforma fu infatti interpretata quasi esclusivamente come un brutale 3+2 nel quale il percorso per la laurea «vera» era diventato quinquennale. Un quinquennio, peraltro, da trascorrere nella stessa Università o addirittura nella stessa facoltà. Pochissimi hanno voluto o saputo trarre vantaggio da un possibile modello 3+2 con un primo triennio maturato in un determinato ateneo, con il successivo passaggio al mondo del lavoro e, infine, con un eventuale ulteriore biennio in un’altra università o facoltà. In ogni caso è certo che l’università italiana visse l’ennesima crisi, che in verità non è ancora terminata e che è imputabile non solo alla riforma, ma anche a una sua natura storica sempre meno in linea con le nuove esigenze dello sviluppo economico e sociale del nostro Paese.

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1

Per crediti si intende una parte del tempo dello studente dedicato a una specifica disciplina e comprendente quindi non solo le ore di lezione, ma anche quelle dedicate a seminari, esercitazioni, lavori di vario tipo, nonché quelle necessarie alla preparazione degli esami e via dicendo. I crediti avrebbero potuto essere assegnati pure per stage, effettuati anche in vista della compilazione della tesi di laurea, e per altre attività svolte dallo studente ai fini del completamento del percorso di studi.

2

Vedi «SDA, la formazione post-esperienza» da p. 553.

4

Furono avviati oltre 15 progetti internazionali. Nei più rilevanti la nostra Università svolse un significativo ruolo di coordinamento di network nazionali e internazionali. Cito in proposito il progetto Cile realizzato per conto del ministero degli Affari esteri e volto alla creazione di un centro di eccellenza per la formazione e l’assistenza a PMI; quello in Albania con l’obiettivo di sostenere la riforma del ministero dell’Educazione, finanziato dallo stesso ministero degli Affari esteri; quelli svolti per conto della Commissione europea aventi a oggetto lo sviluppo di un centro di studi europei in Malesia, il supporto alla modernizzazione delle istituzioni paraguaiane e la riforma e lo sviluppo del sistema educativo russo.

5

Con l’assistenza di alcuni docenti essi analizzarono, per esempio, le caratteristiche ideali del laureato bocconiano e concentrarono l’attenzione su tre aspetti della sua formazione: «più comportamento e meno nozionismo», «più mondo e meno Italia» e «più vicino al reale».

6

L’attenzione agli stage era peraltro indispensabile per integrare i nostri studenti a livello internazionale. Cito il caso del master CEMS, al quale la Bocconi partecipò come prima università italiana e che, accanto all’obbligo di un periodo di studio in una delle scuole straniere consorziate, prevedeva anche quello di effettuare uno stage in un’impresa operante all’estero per un periodo non inferiore a tre mesi.

7

Ricordo con grande piacere l’intenso dibattito fra il cardinale Carlo Maria Martini e il filosofo Massimo Cacciari sui rapporti fra etica cristiana ed etica laica.

8

Tali corsi riguardavano spettacolo, arti figurative, letteratura, musica e tecnologia dell’informazione, la quale ultima cominciava a condizionare aspetti sempre crescenti della vita dell’uomo. Essi furono accolti con entusiasmo dagli studenti. Avevamo messo a loro disposizione 200 posti e ricevemmo oltre 700 domande d’iscrizione.

9

Essi furono un interessante terreno di dialogo su temi come la pubblica amministrazione, la sfida europea, la criminalità economica, la sanità, il volontariato, l’ambiente, il lavoro, la ricerca scientifica e i servizi professionali di Milano.

10

Fra queste ricordo, in particolare, le iniziative intraprese con il Teatro alla Scala, il Piccolo Teatro Città di Milano, la Biblioteca Ambrosiana, l’Orchestra Verdi e la Società del Quartetto.

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Ricordo l’intervento di un docente molto noto che parlò di «incostituzionalità» del processo in questione. Ci vollero molta convinzione, tanta pazienza e una buona organizzazione per fare in modo che potesse mantenere le promesse, creando pochi problemi e risolvendone, per contro, molti. Così il programma partì e, come ho detto, oggi è entrato nella consuetudine comunemente accettata e assai gradita agli studenti, i quali nei primi tempi posero in evidenza soprattutto la buona disponibilità dei docenti in aula e durante gli orari di ricevimento e l’efficacia dei metodi didattici usati. Nel complesso, la media delle valutazioni sui singoli aspetti dei corsi fu sempre superiore a 7,5 su 10, ciò che fu motivo di soddisfazione, ma anche di stimolo al miglioramento. Fra gli elementi negativi ricordo l’eccessivo carico di lavoro e la situazione logistica.

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A quest’ultimo proposito ricordo il «Progetto internet», varato con il preciso obiettivo di rappresentare un canale di comunicazione fra l’Università e tutti i suoi interlocutori esterni, e un sistema di distribuzione innovativo dei servizi dell’Università, il cui sito venne aperto nel 1996.

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Nel settore si devono segnalare anche le aperture, verso la fine del 1997, di due nuove residenze per studenti, che si aggiunsero alle altre già funzionanti da tempo. Con esse la Bocconi divenne l’Ateneo milanese con la più alta percentuale di ospitalità per studenti provenienti da fuori Milano.

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