Storia della Bocconi

1968-2022. Dalla contestazione all'internazionalizzazione

IAC: 10 anni di storia e un DNA che viene da lontano


Parole chiave: Monti Mario, Rapporto Borges

APPROFONDIMENTO

La Bocconi nacque nel 1902, sei anni prima dell’Harvard Business School, con la medesima vocazione: attrarre i primi della classe per trasformali nella classe dirigente del Paese. Questa fucina di talenti non ha, da allora, conosciuto battute d’arresto, nemmeno durante la guerra quando, come spesso ricorda il professor Guatri, «si andava a lezione con il cappotto perché i vetri delle finestre delle aule erano rotti». Meritocrazia, integrità materiale e intellettuale, indipendenza dalla politica, dalle ideologie e da qualsiasi fonte di potere e ricerca ossessiva dell’eccellenza sono i valori che sin dall’inizio hanno ispirato il corpo docente e costruito la reputazione dell’Università.

Negli anni Sessanta e Settanta l’apertura dei mercati, il processo di internazionalizzazione dell’economia e lo sviluppo delle multinazionali innalzarono il livello di complessità dello spettro decisionale con cui si dovevano confrontare istituzioni, policy maker e vertici aziendali. Il presidente Gasparini, con straordinaria lungimiranza, capì la portata del cambiamento e l’importanza di adeguare l’offerta formativa alle mutate esigenze, spingendo i laureati più brillanti che già avevano abbracciato la carriera accademica a perfezionare la loro formazione nelle migliori università del mondo.

Tra questi, il giovane Mario Monti, che varcò l’Atlantico per completare gli studi a Yale, sotto la guida del premio Nobel James Tobin. In sincronia con quanto avveniva nel dipartimento di Economia politica, Claudio Demattè creava la SDA, Scuola di Direzione Aziendale, imperniata su un corso master (MDA, oggi divenuto MBA) tenuto prevalentemente in inglese, con didattica impostata sui «casi» (modello Harvard Business School), novità assolute nell’ambito accademico del nostro Paese.

Scorrono gli anni, l’internazionalizzazione dell’economia si intensifica, lo standing della Bocconi si consolida e, nel frattempo, il professor Monti succede a Giovanni Spadolini. Da sempre convinto assertore dell’assoluta criticità della dimensione europea, sia in economia sia in politica, comprende che la contesa globale non coinvolge solo Stati, imprese, lavoratori e consumatori, ma si estende anche all’offerta formativa, alla ricerca scientifica e all’«influenza» delle grandi università; sotto la sua guida, all’inizio del nuovo millennio, il consiglio di amministrazione costituisce una commissione, presieduta da Antonio Borges, già dean di INSEAD e vicepresidente di Goldman Sachs, con il mandato di valutare il livello di internazionalità dell’Ateneo.

Il documento conclusivo della Commissione, il cosiddetto Rapporto Borges, raccomanda, fra l’altro, di aumentare la presenza straniera sia nel corpo studentesco sia nella faculty; di ampliare, secondo il modello anglosassone, il ruolo degli alumni e di coinvolgere maggiormente le imprese.

Nel solco di questi suggerimenti nel 2008 si decide di costituire l’International Advisory Council (IAC). L’obiettivo del Council, la cui prima riunione si tiene nel 2009, è di fornire una challenge alle strutture dell’Università; elaborare nuovi stimoli; alzare il livello d’ambizione; contribuire al periodico aggiornamento della visione strategica. Mario Monti affida la presidenza dello IAC ad Antonio Borges, che ancora oggi tutti ricordano per la sua singolare capacità di coniugare autorevolezza e rigore nel metodo con un’umanità davvero straordinaria.

Strutture più o meno simili allo IAC esistono in molte altre università; tipicamente ne fanno parte i donor più importanti, ossia gli alumni più influenti: è un modo efficace per mantenere vivo il rapporto con stakeholder di rilievo, gratificandoli per il loro contributo. La Bocconi, invece, ha scelto un approccio diverso, più aperto, meno «endogamico»: ha innanzitutto spalancato le porte a esponenti di spicco della «concorrenza», quali Martin Feldstein della Harvard University; Otmar Ishing della Goethe University; Laura Tyson di Berkeley; Kishore Mahbubani della National University di Singapore; Ilaria Capua della University of Florida; Jan Rivkin della Harvard Business School; Lisa Lynch di Brandeis University; Beatrice Weder di Mauro di INSEAD.

Perché questa apertura? Perché trasparenza, confronto con il mondo esterno, vocazione al self improvement e al miglioramento continuo sono valori scolpiti nel DNA dell’Università. Del pari, lo IAC ha accolto pensatori quali Roland Berger e Klaus Schwab del World Economic Forum, nonché numerosi esponenti apicali di alcuni dei massimi gruppi internazionali – quali i CEO/Chairman di Fiat Chrysler, Coca-Cola, General Electric, Siemens, Vodafone, ENI, ENEL, Leonardo, Olivetti, Tata, Walgreens Boots Alliance, LVMH, Gucci, Unilever –, di grandi banche (Citibank, Goldman Sachs, BNP Paribas, Deutsche Bank, Banca Intesa) e delle principali compagnie assicurative (Allianz, Axa, Zurich, Generali). La capitalizzazione di Borsa delle società entrate a far parte dello IAC eccede il PIL italiano e i loro asset il PIL dell’Unione Europea.

Non è tuttavia la potenza economico-finanziaria gestita dai membri del Council l’elemento più rilevante: quel che fa la differenza è l’interazione fra i componenti dello IAC (che comprendono anche autorevoli campioni bocconiani quali, fra gli altri, Vittorio Colao e Claudio Costamagna), con i rettori (in ordine di successione: Guido Tabellini, Andrea Sironi, Gianmario Verona), gli altri membri della faculty e i consiglieri delegati, il tutto sotto la sapiente regia di Mario Monti e di Francesco Giavazzi, vicepresidente del Council.

I nuovi corsi in computer science e data analytics, le materie obbligatorie quali il coding e il critical thinking, la rivisitazione dell’executive education riflettono spunti germogliati nell’atmosfera sempre costruttiva, aperta e collaborativa che caratterizza lo IAC.

Come potremmo definire in estrema sintesi l’International Advisory Council? Non è certamente uno dei tanti think tank internazionali né, tantomeno, una mini Davos: è un gruppo di persone, di varia provenienza e formazione, che ogni anno, il 7 dicembre – data assai felice in quanto coincide con l’apertura della stagione lirica della Scala, altra eccellenza milanese – si ritrova in via Sarfatti 25 per affrontare un tema comune: come formare leader capaci di costruirne un mondo migliore.

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